Pesca illegale e sovrappesca: ecco come i mari del mondo si stanno spopolando

La maggior parte degli stock ittici presenti nei mari di tutto il mondo risulta sovrasfruttato. Le risorse comunitarie di pesce in Europa si esauriscono sempre più in anticipo e alcune specie sono in serio pericolo. Senza contare le pratiche di pesca illegali e insostenibili, difficilissime da contrastare.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
2 dicembre 2019

Il pesce è l’unico animale che ancora oggi ci procuriamo in larga parte andandolo a cercare in natura, insomma, cacciandolo nel suo habitat. Ma come tutte le attività umane, con il tempo l’attività di pesca si è evoluta, forte di nuove tecnologie e spinta da rinnovate necessità. Se infatti decenni fa l’uomo prendeva i pesci che in una determinata stagione passavano nei pressi delle coste, in seguito alla rivoluzione industriale e con i nuovi progressi in campo tecnologico e dei motori è stato possibile spingersi più al largo restandovi più giorni e andandosi a prendere direttamente i pesci che si desideravano.

Oggi il pesce è uno degli alimenti maggiormente richiesti al mondo, principale fonte di proteine per milioni di persone e principale fonte economica e di sostentamento per intere comunità. A livello globale, mangiamo circa 20,4 kg di pesce pro capite e la domanda non fa che aumentare. Solo in Italia, la stima cresce a circa 29 kg pro capite.

Un alimento richiesto

Secondo i dati del rapporto FAO The state of world fisheries and acquaculture 2018, nel 2016 la produzione ittica globale ha raggiunto le 171 milioni di tonnellate, di cui 90,9 milioni di tonnellate catturate in natura (in mare e in acqua dolce) dai 4,6 milioni di pescherecci presenti e 80 milioni da produzione d’allevamento. Sempre secondo i dati della FAO, entro il 2030 la pesca e l’acquacoltura cresceranno fino a produrre 201 milioni di tonnellate.

Sono numeri da capogiro, i cui effetti si ripercuotono inevitabilmente sullo stato di salute degli stock ittici degli oceani di tutto il mondo. Esempio eclatante è proprio il nostro mare, il Mediterraneo, in cui si stima che circa il 90% degli stock ittici sia sovrasfruttato. Non è un caso, infatti, che l’80% del pesce che arriva sulle nostre tavole proviene dall’estero. A riprova di ciò, c’è la cadenza di quest’anno del cosiddetto Fish Dipendence Day, il giorno dell’anno che decreta l’esaurimento ufficiale delle risorse ittiche interne dell’Unione europea imponendo ai Paesi comunitari di rifornirsi di pesce importato dall’esterno per il resto dell’anno. Nel 2019, il Fish Dipendence Day è caduto il 9 luglio, praticamente sei mesi prima della fine dell’anno.

Ciò accade perché inevitabilmente peschiamo molto di più di quello che il mare riesce a darci mantenendo un equilibrio tra le proprie risorse. E lo peschiamo utilizzando spesso metodi molto intensivi e dannosi per l’ambiente, come le reti a strascico che catturano qualsiasi cosa si trovi lungo il loro passaggio danneggiando anche parte del pescato il cui destino è quello di essere rigettato in mare e quindi sprecato inutilmente. Ma non solo. Il mare è sempre più povero anche perché quando acquistiamo del pesce tendiamo a orientarci sempre sulle stesse scelte senza diversificare e c’è anche chi si lascia andare all’ordinazione al ristorante di specie a rischio la cui pesca è proibita o dannosa per l’ambiente.

Tante opzioni poche scelte

Uno dei fenomeni che stanno alla base del progressivo spopolamento dei mari e a cui potremmo far fronte direttamente a partire dalle nostre scelte alimentari è il fatto che tendiamo ad acquistare e consumare sempre le stesse specie di pesce. Prova a pensarci. Nei mari del mondo sono centinaia le specie ittiche a disposizione, eppure se ci rechiamo al mercato del pesce o al supermercato tendiamo a vedere sempre le stesse dieci o quindici, ad esempio salmone e tonno. Ciò significa che le attività di pesca si concentrano soprattutto sulla ricerca di quelle specie e sulla loro cattura indiscriminata così da far fronte alla costante richiesta. Cercare invece di diversificare i propri consumi consente di diversificare la domanda e non concentrare tutte le attività di pesca su poche specie.

Spreco ingiustificato

Non tutto il pesce che viene pescato viene poi venduto e consumato. Proprio come se si trattasse di una risorsa infinita e tenuta in bassissima considerazione, ogni anno sono circa 7 milioni le tonnellate di pesce che in tutto il mondo vengono rigettate in mare senza vita perché verrebbero pagate troppo poco o perché in eccesso rispetto alla necessità. Lo spreco è incredibile. Quella che potrebbe essere una risorsa alimentare per milioni di persone torna sui fondali marini senza vita perché priva di valore commerciale. E ciò accade anche durante la pesca effettuata con le reti a strascico, dove i primi pesci che vi finiscono, che quindi rimangono in fondo, restano schiacciati dagli altri e perdono la loro forma perfetta, risultando impresentabili ai consumatori.

A questo si aggiunge il problema sollevato da Greenpeace nel rapporto “Pesce sprecato” pubblicato nel 2019, in cui l’organizzazione denuncia l’utilizzo di gran parte di pescato per la realizzazione di farine e oli di pesce per realizzare mangimi da esportare invece che essere destinato al nutrimento di popolazioni bisognose.

Il costo del finning

Gli squali ci fanno paura da sempre, eppure a contatto con l’essere umano sono loro a essere in pericolo. Infatti, gli squali sono animali a rischio estinzione e in quanto tali la loro esistenza andrebbe tutelata. Purtroppo però non è così e la loro sopravvivenza negli oceani del mondo è da tempo seriamente compromessa. Una delle ragioni principali è rappresentata dalle loro pinne. Infatti, se un tempo il pescatore pescava un enorme squalo e ne vendeva le carni come fossero bistecche, le sole due pinne di cui è dotato hanno iniziato a valere talmente tanto che a parità di peso i pescatori hanno iniziato a calcolare che fosse più conveniente riempire la propria imbarcazione di pinne lasciando da parte il resto del corpo. Conseguenza di questo calcolo è il “finning” una crudele pratica che implica la rimozione delle pinne di squalo mentre l’animale è ancora vivo e l’abbandono del corpo mutilato in acqua, destinando l’animale a morte certa perché non più in grado di muoversi e nutrirsi.

Secondo un rapporto di Sea Around Us, la popolazione di alcune specie di squali è diminuita del 90% a causa proprio della raccolta smodata di pinne da destinare alla famosa e apprezzata zuppa di pinne di squalo, piatto molto richiesto soprattutto in paesi come Cina e Vietnam ma facilmente reperibile anche qui da noi. In totale, circa il 60% delle specie di squali in tutto il mondo sono minacciate. Per frenare questo fenomeno dannosissimo per l’ambiente, il Consiglio europeo nel 2013 ha imposto ai pescatori di sbarcare nei porti con il pesce ancora intero e lavorarlo successivamente, in modo da evitare il finning, anche se è molto difficile tenere monitorata tutta la situazione, dal momento che le attività in mare non sono semplici da controllare.

Datteri di mare

Ci sono poi specie marine che è assolutamente vietato pescare e mangiare, anche se troppo spesso riescono a essere recuperare illegalmente dai pescatori di frodo. Una di queste specie è il dattero di mare, nome scientifico Lithophaga lithophaga, mollusco della famiglia delle Mytilidae e uno dei frutti di mare più costosi e richiesti. La tutela a cui dal 1998 è sottoposto questo animale molto simile alla cozza è dovuta al fatto che la sua crescita avviene in modo lentissimo e all’interno di una roccia subacquea. Ciò implica che lo spopolamento della specie sia potenzialmente molto facile e rapido e la loro raccolta risulti dannosa per l’ecosistema dal momento che i pescatori di frodo recuperano i datteri distruggendo la roccia in cui sono incastonati e compromettendo l’ecosistema dei fondali marini. Tuttavia, la tutela di queste specie è lontana dall’essere promossa in modo efficace, dal momento che i pescatori riescono comunque a organizzarne la raccolta illegale e a commercializzarli anche all’interno dei ristoranti.

Per saperne di più, ti consiglio l’inchiesta di Report “Il frutto proibito” sui datteri di mare.

Aree marine protette

Fondamentali per garantire la sopravvivenza degli stock ittici e la sopravvivenza delle specie marine sono le aree marine protette. Si tratta di zone, lungo le coste e in mare, in cui l’uomo non può esercitare alcuna attività, lasciando le creature che abitano queste zone libere di vivere e riprodursi garantendo gli equilibri naturali che ne regolano l’ecosistema. Le aree marine protette rappresentano una solida e concreta possibilità di ripristinare gli ecosistemi marini almeno in alcune parti del Pianeta. Implementarle, aumentarle, tutelarle e proteggerle potrebbe essere la strada giusta per ripopolare i nostri mari.

Fonti | The state of world fisheries and acquaculture 2018, Fao;
Pesce sprecato, rapporto Greenpeace;
Appetite for luxorious shark fin soup drives massive shark populations decline, di Sea Around Us;
Out of control means off the menu: The case for ceasing consumption of luxury products from highly vulnerable species when international trade cannot be adequately controlled; shark fin as a case study, di Marine Policy;
Il frutto proibito, Report 2019.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…