Allevamenti intensivi: ecco gli impatti che questo tipo di produzione ha sul nostro Pianeta

Emissioni di gas serra, dispersioni di liquami dannosi per terreni e corsi d’acqua, coltivazioni in monocoltura di cereali e soia con conseguente utilizzo di pesticidi, diserbanti e risorse idriche. Dietro l’industria della carne che mangi e del latte che bevi c’è un impatto ambientale enorme.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
16 dicembre 2019

Bovini, suini, capre, mucche, galline, polli, agnelli, tacchini. Miliardi di animali ogni anno vengono stipati in enormi capannoni per essere destinati alla produzione della carne che mangiamo, del latte che beviamo, delle uova che cuciniamo. Il numero medio di capi presenti costantemente all’interno di allevamenti è 25 miliardi, mentre la quota di capi uccisi si aggira intorno ai 70 miliardi. Materia prima viva che ci consente di avere ogni giorno a disposizione sui gli scaffali del supermercato il filetto, la stracciatella, il petto di pollo. Senza mai costringerci a chiederci cosa si celi davvero dietro quell’involucro trasparente.

Ogni anno solo nell’Unione europea vengono prodotte circa 47 milioni di tonnellate di carne e 150 tonnellate di latte vaccino. Ma cosa implica tutto questo?

Se non te lo sei mai domandato forse non sai che secondo i dati della FAO, gli allevamenti intensivi sono responsabili di oltre il 14% dei gas serra presenti in atmosfera, diffondendo sostanze nocive come metano, ammoniaca e anidride carbonica. E non solo. Queste strutture dedicate all’allevamento e alla produzione, nascondono dietro di sé costanti coltivazioni destinate alle monocolture, con conseguente sovra-sfruttamento di suolo per nutrire gli animali allevati, un consumo di risorse idriche esagerato e uno smaltimento non sempre efficace e sostenibile dei liquami prodotti.

Allevamenti intensivi

Emissioni

Secondo i dati raccolti da uno studio della University of California, dagli allevamenti intensivi e le azioni agricole proviene circa il 20% dei gas serra, tra cui metano, protossido di azoto e anidride carbonica.

Il metano in particolare, è un gas che deriva dalla fermentazione che avviene durante i processi di digestione del bestiame e secondo i dati dell’IPCC nel 2015 ha rappresentato il 16% dei gas serra complessivi.

Anche l’Ispra, ha analizzato alcuni dati riferiti alle emissioni degli allevamenti, ripresi da Dataroom del Corriere della sera nel 2019. Uniti al riscaldamento domestico infatti, gli allevamenti intensivi rappresentano il 50% delle emissioni totali di particolato secondario, ovvero PM 2,5 polveri fini, in atmosfera. Più nello specifico, il riscaldamento è la fonte del 38% del particolato sottile, mentre gli allevamenti rappresentano il 15,1%. Il PM2,5 consiste nelle particelle con diametro inferiore a 2,5 micrometri, le più pericolose perché restano nell’aria per più tempo essendo più leggere e possono penetrare più in profondità nel nostro organismo. Si tratta del particolato derivante principalmente dalla produzione di ammoniaca, che liberata in atmosfera si combina con altre componenti e genera polveri sottili. Gli allevamenti intensivi rappresentano una delle fonti principali di emissioni di ammoniaca nell’aria.

Smaltimento liquami

Pensa a tutti gli animali stipati degli allevamenti. Ciascuno di loro (e stiamo parlando di miliardi di capi) mangia, beve e di conseguenza produce scarti, ovvero liquami. I liquami vengono fatti defluire all’esterno delle strutture, spesso con un’aggiunta di ammoniaca e altre sostanze chimiche ed essendo prodotti in quantità decisamente eccessiva e insostenibile, contenendo spesso sostanze come antibiotici e farmaci per consentire agli animali di stare in salute e non trasmettersi patologie, finiscono col contaminare i terreni circostanti e i flussi d’acqua.

Negli allevamenti americani, i residui vengono raccolti in appositi laghi artificiali e poi smaltiti spruzzandoli gradualmente sulle coltivazioni circostanti. Ma non si tratta di concime sano.  E in Unione Europea la situazione non è più rosea. Nell’estate 2018 Greenpeace ha prelevato in tutta Europa campioni da canali fluviali e irrigui presenti in zone vicine ad allevamenti intensivi per verificare il grado di contaminazione dei flussi d’acqua. Su 29 corsi d’acqua analizzati, 23 contenevano farmaci veterinari antimicrobici e antibiotici, mentre tutti e 29 contenevano pesticidi di 104 origini diverse.

Mangimi

Secondo i dati del rapporto EEA 2017, circa il 75% di tutto il terreno necessario per produrre il cibo consumato in Europa viene impiegato per la realizzazione di mangimi. Nel mondo, invece, più della metà della produzione cerealicola è destinata ad alimentare gli animali a loro volta destinati al macello. Solo per fare un esempio, per nutrire i 700 milioni di maiali allevati in Cina, vengono importate circa 80 milioni di tonnellate di soia. Soia che viene coltivata prevalentemente in Brasile. Soia che potrebbe essere destinata a sfamare quella parte di mondo che, di cibo, non ne ha.

Se desideri approfondire questo ultimo aspetto, fondamentale non soltanto per quanto riguarda l'impatto ambientale degli allevamenti intensivi ma l'intera gestione alimentare mondiale, ti consiglio la visione di Soyalism, il documentario-inchiesta di Stefano Liberti.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…