Colpito dalla Xylella: la lotta di Mimino Primiceri per salvare la sua azienda olivicola salentina

Nel 2014 l’azienda olivicola Primoljo del comune di Casarano, nel Salento, viene colpita dalla Xylella, il batterio che colpisce gli ulivi provocandone un disseccamento rapido e trasformando i campi in distese di carcasse. Uno dei proprietari dell’impresa Mimino Primiceri, racconta come è stato, e come è tuttora, affrontare questo male curabile solo con l’espianto dell’albero.
Sara Del Dot 15 gennaio 2020

“Se non ti fai un giro non ti rendi conto”. È una delle prime cose che dice, Mimino Primiceri, quando parla di cosa è rimasto del suo amato territorio, il Salento, dove per ben 34 anni ha portato avanti assieme ai suoi due fratelli l’impresa olivicola Primoljo, lasciata loro dal padre.

Primoljo si trova nel comune di Casarano, in provincia di Lecce, e da quando i tre fratelli l’hanno presa in gestione, dividendosi le attività, ha ottenuto sempre maggiore successo, diventando una delle più celebri sul territorio con i suoi 450 ettari di alberi di ulivo.

Dal 2014, però, tutto è cambiato. In pochissimi anni Mimino e i suoi fratelli sono sprofondati in una situazione che definire drammatica sarebbe un cortese eufemismo. Perché sulla loro azienda, la stessa azienda che avevano ereditato dal padre e su cui avevano investito ogni cosa, si è abbattuto qualcosa di inaspettato e distruttivo, che ha messo in ginocchio non solo Primoljo, ma il settore olivicolo della Puglia intera: il batterio Xylella fastidiosa.

“Ho 51 anni e ne ho passati 34 a lavorare in questa azienda.” Racconta Mimino, sottolineando che a lui le interviste non piacciono, le fa soltanto per dare un contributo alla causa del territorio, del suo territorio. “Da quando mio padre l’ha lasciata a me e ai miei due fratelli, partendo praticamente da zero siamo riusciti a portarla a un certo grado di successo. Pensa che fino a tre anni fa mi occupavo di 450 ettari di terreni di ulivi, per un totale di 40mila alberi”.

Un’attività ampia e in crescita, su cui i fratelli Pirimiceri investono tutto. Poi il batterio inizia a colpire gli ulivi e tutto cambia. Sui campi della Primoljo non si abbatte subito nel 2013, come in diverse altre zone del Salento. Ma è solo questione di tempo affinché anche le sue coltivazioni si trasformino in un paesaggio desolato.

“Fino al 2015, 2016 andava tutto bene. Nel 2016 abbiamo raccolto gli ultimi frutti, dopodiché più niente. Zero. Oggi non c’è più un’oliva, tutti i miei 40mila alberi sono morti. E non solo i miei. Fino a Lecce, le campagne del Salento sono un paesaggio spettrale. Un cimitero.”

“Avevo iniziato a informarmi sulla potenziali soluzioni già nel 2013, quando il virus aveva colpito Gallipoli ma non aveva ancora raggiunto le nostre zone, cosa che sarebbe accaduta pochi mesi dopo. Era il 10 agosto del 2014, non me lo dimenticherò mai, quando mi recai con il professor Donato Boscia del Cnr di Bari a raccogliere campioni in campagna. Ma purtroppo, finché la Xylella non ti arriva in casa, non ti rendi conto della portata di ciò con cui hai a che fare. E forse è proprio per questo che oggi ci troviamo in questa situazione.”

Per questo e per molte altre ragioni, a detta di Primiceri, tra cui il fatto che le istituzioni hanno preferito dare corda a chi proponeva cure miracolose per gli ulivi invece di intervenire in modo significativo sul territorio per arginare l’epidemia.

“Sono arrivate un sacco di persone che dicevano di avere la soluzione in tasca, proponendo cure, e hanno fatto soldi approfittando della speranza delle persone… La politica in quel momento ha preferito dar retta a loro, incentivando le loro attività invece di intervenire davvero sul territorio. E intanto il tempo passava, gli alberi si ammalavano sempre di più, così oggi la Xylella è diventata inarrestabile e noi agricoltori siamo a terra.”

“Avevamo avuto la fortuna di scoprire e individuare il batterio in tempo brevi, sarebbe bastato espiantare i primi 2000, 3000, 5000 alberi all’inizio, così da eliminare la fonte di inoculo e rallentare molto la sua avanzata. Invece all’improvviso tutti sono diventati protagonisti e a farne le spese siamo stati noi agricoltori, che di questa attività ci viviamo. Io ho dovuto mandare a casa un sacco di persone, sono stato costretto a vendere i macchinari e una delle mie due vigne per poter sopravvivere finché qualcuno non ci avesse dato la possibilità di fare impresa di nuovo.”

Sì, perché la cosa forse più sconcertante è che gli agricoltori salentini, ad oggi, non hanno ancora visto un centesimo di tutti i fondi stanziati per consentire loro di rimettersi in piedi e ricominciare a vivere una volta per tutte. E quindi, nell’attesa che questi fondi si sblocchino, cosa ha fatto (e sta facendo) Mimino?

“Io sto cercando di rimettere tutto in piedi, di ricominciare daccapo. Assieme al professor Boscia e ad altri agricoltori abbiamo scelto di mettere in piedi un campo sperimentale in cui piantare una diversa varietà di ulivo, resistente al batterio, prendendo spunto dalla California che anni fa, per risolvere il problema, cambiò varietà di vigneto.”

Ma anche questa attività non è affatto semplice, dal momento che ottenere dalla sovrintendenza l’autorizzazione per il reimpianto degli ulivi non è affatto cosa semplice. Infatti, diverse zone della Puglia sono sottoposte a stretti vincoli per quanto riguarda l’espianto e l’impianto di ulivi, di conseguenza anche provare a sostituire la distesa cimiteriale in cui oggi consistono gli uliveti con nuove coltivazioni può rivelarsi un’impresa.

“Dopo tutta una serie di lotte e proteste, il 20 giugno dello scorso anno siamo riusciti a ottenere l’autorizzazione per il reimpianto e finalmente ho potuto realizzare i miei primi 4 ettari di Favolosa, una varietà resistente alla Xylella, per un totale di 3000 nuovi ulivi. E fino a oggi il risultato è stato eccezionale. Si tratta del primo campo di questo tipo in Salento.”

E, a quanto pare, quella dell’espianto e del conseguente impianto di una varietà resistente sembra ad l’unica soluzione plausibile. Almeno per oggi. Ma come abbiamo già detto, anche questa soluzione sembra tutt’altro che semplice.

“Se ci fossimo mossi cinque anni fa oggi le cose sarebbero diverse. Il nostro paesaggio, il nostro territorio non sarebbe diventato una distesa spettrale. Il problema è che non ci viene concesso nemmeno il permesso di espiantare, a causa di vari vincoli territoriali e paesaggistici. Loro vogliono preservare il paesaggio, e quindi preferiscono mantenere questo cimitero. Noi agricoltori stiamo passando dei momenti terribili, lottiamo contro tutto e contro tutti. Anche perché più ci fanno aspettare per questi permessi, più passa il tempo più tardi noi potremo rimetterci in piedi. L’agricoltura non è un’attività che puoi programmare dall’oggi al domani. È un’azienda a cielo aperto, bisogna rispettare i suoi tempi. Così, se a ottobre non ci danno i permessi dobbiamo aspettare aprile per piantare, e senza che sia stato fatto nulla è passato un altro anno. Senza contare che bisogna curare i nuovi ulivi, starci dietro. Ma nessuno se ne rende conto.”