Come e perché si manda in pensione una centrale nucleare?

Si può staccare la spina a un impianto nucleare in seguito ad un incidente, come è successo a Chernobyl o a Fukushima, oppure perché la sua gestione non è più economicamente sostenibile. Altre volte, come è successo in Italia nel 1987, sono decisioni politiche a mandare in pensione una centrale. A questo punto inizia la fase di decommissioning, una serie di attività di decontaminazione e riqualifica che porta allo smantellamento dell’impianto e al suo successivo riutilizzo.

Anche le centrali nucleari vanno in pensione. Ad oggi sono 182 gli impianti che hanno chiuso e i battenti e l’ultima centrale italiana, quella di Latina, l’ultima bandierina dell’atomo che, seppur non attiva, ancora resisteva e svolazzava al vento del nostro Paese è ufficialmente entrata anch’essa in fase di decommissioning pochi mesi fa. Significa che la spina è stata definitivamente staccata e che verranno avviate tutte le attività di chiusura e smantellamento dell’impianto: gli edifici verranno decontaminati e il combustibile atomico verrà allontanato, i componenti dei reattori verranno smantellati, le strutture demolite, i terreni decontaminati e i rifiuti radioattivi gestiti e smaltiti. Così una centrale nucleare spegne la luce.

Perché si smantella

Come le centrali elettriche, carbone e gas, anche quelle nucleari hanno una “data di scadenza”: la loro vita, in sostanza, è limitata a un periodo di tempo oltre il quale non è più economicamente sostenibile mantenerle attive. I primi impianti sono stati progetti e realizzati per lavorare su un periodo di circa 30 anni, sebbene alcuni abbiano proliferato anche per qualche anno in più. Se pensi alle centrali più moderne, invece, la loro durata operativa è maggiore e potrebbe arrivare anche fino ai 60 anni.

Avrai capito, quindi, che una delle ragioni che possono portare alla chiusura e allo smantellamento di un impianto nucleare è sicuramente legata all’aspetto economico. Molti di questi sono stati avviati prima del 1980 e hanno funzionato per 25-35 anni ma la maggior parte è stata chiusa proprio perché il loro mantenimento non trovava più alcuna giustificazione. Ma l’altro motivo a cui potresti pensare è corretto: la sicurezza. Diverse centrali infatti sono state messe in decommissioning in seguito a incidenti più o meno gravi, pensa a Chernobyl o a Fukushima per le quali, inoltre, le attività di riparazione e rimessa a norma avrebbero avuto costi esorbitanti che non sarebbero stati sostenibili. Accanto agli eventi catastrofici o drammatici, però, lo spegnimento di una centrale nucleare può dipendere anche da decisioni politiche, come è successo per l’Italia con lo stop all’energia nucleare del 1987.

Per darti un’idea, ti trasformo le parole in numeri. Dei 182 impianti nucleari che hanno chiuso nella storia dell’uomo: 132 sono stati mandati in pensione per questioni economiche, tra cui l’impianto italiano di Garigliano, a 12 hanno staccato la spina in seguito a incidenti mentre e 38 centrali, invece, sono state chiuse per scelte politiche e di queste 17 erano i primi progetti sovietici, 11 erano unità in Germania e 3 erano le nostre centrali di Caorso, Trino e Latina.

Come avviene il decommissioning

Una volta che viene presa la decisione di chiudere un impianto nucleare, parte l’iter burocratico per mettere in moto i processi di decommisisoning. Per quanto riguarda l’Italia se ne occupa Sogin, una società interamente finanziata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Fino al 1999 si procedeva così: si liberavano le strutture da tutto il combustibile nucleare rimasto e cominciavano le attività di decontaminazione e smantellamento degli impianti. Tutto avveniva in un arco di tempo di alcuni decenni durante i quali la struttura venire tenuta in uno stato di sicurezza.

La fase decontaminazione dei componenti dell’edificio turbina dell’impianto nucleare di Caorso. Fonte: Sogin.

Oltre a garantire alla macchina burocratica di mettersi in moto e avviare il percorso finanziario per il decommissioning, questa cosiddetta “custodia protettiva passiva” permetteva soprattutto il decadimento naturale di buona parte della radioattività che caratterizzava il sito. Si parlava quindi di uno smantellamento differito. A ridosso del nuovo millennio, tuttavia, si passò a una politica di smantellamento diversa, denominata "decommissioning accelerato": come puoi immaginare, dunque, i decenni di tempo per mettere in moto il progetto di pensionamento venivano tagliati a metà e l'avvio del decommissioning diventava praticamente immediato.

Il riutilizzo

Quando la decontaminazione è finita, le strutture che componevano l'impianto sono state demolite e soprattutto quando tutti i rifiuti radioattivi sono stati condizionati (ovvero cementati all'interno di fusti metallici) e stoccati negli appositi depositi temporanei, il processo di decommissioning raggiunge quella che viene definita "brown field”, una fase intermedia che, in breve tempo, si evolve in "green field". È la fase finale in cui, una volta confermata la sicurezza del sito e quindi l’assenza di vincoli di natura radiologica, la zona può tornare a disposizione per nuovi e successivi riutilizzi.

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Giornalista fin dalla prima volta che ho dovuto rispondere alla domanda “Cosa vuoi fare da grande”. Sulla carta, sono pubblicista dal altro…