Cos’è il parental burnout e perché non bisogna vergognarsi nel chiedere aiuto

Un problema diffuso soprattutto nei Paesi occidentali e che colpisce in particolare le donne. Si manifesta attraverso un esaurimento e l’impossibilità di far fronte a tutte le richieste esterne che intervengono quando si crescono e si educano i figli. E con lo smart working e la DAD il problema è aumentato.
Giulia Dallagiovanna 4 Aprile 2021

Non se ne parla spesso, forse perché è difficile ammettere che a volte essere genitori pesa. Eppure il parental burnout non solo esiste, ma secondo uno studio pubblicato di recente su Affective Science sembra essere più diffuso nei Paesi occidentali a causa della nostra cultura di tipo individualistico, che porta la famiglia ad assumersi l'intero carico della crescita e dell'educazione dei propri figli. A esserne più a rischio sono le donne, perché su di loro ricade la maggior parte del peso della gestione dei bambini e della casa. E accade anche e soprattutto quando si lavora in smart working.

Cos'è

Del burnout ti abbiamo già parlato su Ohga. In italiano potremmo tradurlo con "bruciarsi". Si tratta proprio di un esaurimento, che viene provocato da un forte stress prolungato, perché legato alla propria quotidianità. Di norma questo termine viene usato in riferimento allo stress lavoro-correlato ed è molto frequente nelle professioni di aiuto, come infermieri, medici, operatori sanitari, assistenti sociali, maestre d'asilo e insegnanti. Non è quindi così difficile da credere che possa verificarsi all'interno di una famiglia e che ne possano soffrire i genitori.

Il problema ha inizio quando il padre o la madre perdono fiducia rispetto alle loro capacità di genitori e cominciano ad avvertire un progressivo distacco nei confronti dei propri figli. In poche parole, non ce la fanno più. In alcuni casi questo stato d'animo può sfociare in situazioni gravi come l'abbandono o la violenza fisica o verbale.

Come vedi dunque non è una situazione da sottovalutare o da liquidare come un eccesso di lamentele, è importante invece che il genitore riconosca il problema e si senta libero di cercare aiuto.

Perché accade

Se volessimo riassumere le ragioni che si nascondono dietro il parental burnout, potremmo dire che insorge quando i figli e i loro comportamenti non rispecchiano le aspettative spesso idealizzate dei genitori, che vivono tutto questo come un fallimento e si ritengono quindi incapaci di rivestire il loro ruolo.

Se anche tu hai dei figli saprai bene che nel tuo rapporto con loro intervengono tutta una serie di elementi esterni: le tue idee sull'educazione, le aspettative del resto della famiglia o delle persone più vicine a te, quelle della società e le responsabilità di cui ti devi fare carico. E tu sei alla costante ricerca di un equilibrio tra tutti questi fattori. Ma quando tra le richieste e le risorse che hai a disposizione c'è uno squilibrio cronico può insorgere il parental burnout.

Quando tra le richieste e le risorse che hai a disposizione si crea uno squilibrio cronico sopraggiunge il burnout

Se poi in tutto questo stai anche cercando di non perdere mai la concentrazione sul lavoro, di avere sempre una casa perfetta, di non perderti nemmeno un appuntamento con gli amici allora la tua potrebbe presto trasformarsi in una missione impossibile. Difficilmente ne uscirai vincitore.

Come riconoscerlo

Ci sono alcuni segnali che possono farti capire che hai superato il limite ed è arrivato il momento di rallentare la corsa. Prima di tutto, quelli psicologici: nervosismo, irritabilità, tendenza ad arrabbiarsi spesso e ad aggredire verbalmente i figli quando non si comportano come dovrebbero o trasgrediscono una regola. Potresti inoltre avere fantasie rispetto a possibili fughe o a una vita senza bambini o adolescenti.

Ma ci sono anche alcune manifestazioni fisiche da non sottovalutare. Ad esempio mal di testa frequenti, dolori o disturbi gastro-intestinali legati allo stress e senso di fatica e spossatezza.

Nei casi più gravi, si può arrivare a commettere violenze o abusi nei confronti dei propri figli.

Chiedere aiuto

Se cominci ad avvertire un senso di distacco o di fatica nei confronti dei tuoi figli, non sentirti in colpa. Come spiega la dottoressa Mirta Mattina, psicologa e psicoterapeuta, referente dell’Ordine degli Psicologi del Lazio per la psicologia perinatale: "Avere dei sentimenti ambivalenti verso i propri figli, sia positivi che negativi, provare percezioni sgradevoli come la fatica, la tristezza o la voglia di allontanarsi, fino a sensazioni più estreme come quelle di odio, in alcuni momenti della vita, può essere del tutto normale. La genitorialità è un’esperienza umana complessa e, come tale, porta con sé una quantità molto ampia di vissuti che non dobbiamo avere paura di nominare, che siano essi piacevoli o spiacevoli".

Capricci, disordine, notti insonni, continue richieste di attenzione. Inutile nasconderselo, crescere dei figli può essere bellissimo, ma di sicuro non è facile e può mettere a dura prova i tuoi nervi. Per questo motivo, quando ti accorgi che non hai abbastanza risorse per rispondere a tutte le richieste che ti arrivano dall'esterno, dovresti sentirti libero di chiedere aiuto. A volte è sufficiente una pausa e magari i tuoi genitori o un babysitter ti possono aiutare. In altri casi il problema è più intenso e sarebbe importante rivolgersi a uno psicologo. Ricordandoti che non significa ammettere un fallimento, ma trovare una strada che ti porti a stare bene, per riuscire a far stare bene anche i tuoi figli.

Il peso sulla madre

"L’Italia non è un Paese per genitori, soprattutto non è un Paese per mamme – prosegue sempre la dottoressa Mattina -. Sono soprattutto le donne ad aver dovuto rinunciare alla propria carriera per prendersi cura dei propri figli rimasti a casa a frequentare lezioni a distanza, privati di qualsiasi attività o relazione al di fuori delle mura domestiche". Non è difficile quindi capire come il parental burnout possa colpire soprattutto la madre. D'altronde, ancora oggi quando un padre si occupa della crescita dei figli o della casa non è un papà, ma un "mammo".

E il problema può divenire più intenso quando subentrano disabilità o gravi patologie. A questo punto la donna non solo deve occuparsi della loro crescita ed educazione, ma anche di tutta la parte assistenziale. Un discorso simile vale anche per quando non è il figlio ad avere un problema, ma un parente anziano, come un nonno. Quando subentra la vecchiaia si può andare incontro a malattie neurodegenerative come Alzheimer o demenza senile e spesso il caregiver è di nuovo la figlia, che si ritrova dunque a dover badare contemporaneamente ai bambini e ai genitori. Non è strano che a un certo punto si senti sopraffatta dal peso delle responsabilità.

Il problema in Occidente

Secondo lo studio di cui ti parlavo prima, il problema del parental burnout è particolarmente frequente in Occidente. Potremmo quasi dire che in un certo senso è una fossa che ci siamo scavati da soli. Abbiamo interiorizzato l'idea che ciascuno deve pensare a se stesso, che chiedere aiuto sia un'ammissione di debolezza e che bisogna sempre sforzarsi di essere perfetti in qualsiasi cosa si faccia. Figli compresi. Così i genitori hanno timore persino di manifestare la fatica alle loro stesse famiglie.

Deve essere l'intera comunità ad occuparsi della crescita e dell'educazione dei figli, non solo i singoli genitori

Diversa è la situazione nei Paesi più poveri e specialmente nell'Africa Subsahariana, dove è l'intero villaggio a prendersi cura e ad occuparsi dei diversi aspetti dell'educazione dei più piccoli. La comunità, piuttosto che l'individuo, dovrebbe assumere un ruolo centrale nella crescita dei bambini. Stiamo parlando di una missione difficile e importante, necessaria all'intera società. È dunque l'intera società che deve cominciare a farsene carico, senza lasciare da soli i genitori. Altrimenti poi non chiediamoci come mai non si facciano più figli.