Le fake news sull’Aids: dall’arma biologica della CIA alla trasmissione attraverso il bacio

Alcuni falsi miti sull’Aids sono semplicemente frutto della paura e di credenze popolari trasmesse di bocca in bocca, altri invece hanno fatto parte di una precisa strategia politica, ma ancora oggi ne paghiamo le conseguenze. Cerchiamo allora di capire quali sono le più importanti e diffuse fake news sulla Sindrome da immunodeficienza acquisita.
Giulia Dallagiovanna 9 ottobre 2019
* ultima modifica il 13/10/2019

Quando arriva una nuova malattia, specie se è pericolosa e assume i tratti dell'epidemia, la paura fa abbassare le difese della razionalità e le fake news girano e si autoalimentano più facilmente. A volte, arrivano a contagiare anche esperti e organi ufficiali di informazione. È accaduto così per l'Aids, che si è manifestata al mondo in modo violento e improvviso nel 1981 e che per diversi anni è rimasta un'incognita anche per medici e ricercatori. Mentre la comunità scientifica cercava una risposta, i casi e le vittime entravano nell'ordine delle migliaia e i territori interessati diventavano almeno quattro continenti su cinque: Africa, America, Europa e Asia. Così, a mano a mano che le notizie riportavano di nuovi contagi e morti celebri, le persone cercavano spiegazioni e credenze popolari alle quali appigliarsi.

Le principali bufale sull'AIDS (Sindrome da immunodeficienza acquisita) nascono in questo contesto e alcune di loro sono ancora radicate nella nostra società. Tra tutte, sono quattro quelle che si sono prese gli spazi più ampi nelle menti spaventate dell'opinione pubblica.

Gaetan Dugas: il paziente zero

Al tempo della peste, c'erano gli untori. Quando, alla fine del 1400, la sifilide mieteva vittime in tutta Europa, si ritenne che la diffusione del contagio fosse partita da un sovrano, Carlo VIII di Valois. In quasi tutti i casi di pericolose epidemie che si sono succeduti nei secoli, si è cercato di individuare il paziente zero, cioè quella persona che per prima avrebbe contratto il morbo e dato inizio alla trasmissione. E la stessa cosa è accaduta anche per l'Aids.

Lo sfortunato questa volta si chiama Gaetan Dugas, impiegato come steward per la compagnia aerea Air Canada. Il primo a instillare l'idea di un paziente zero è addirittura uno studio pubblicato nel 1984 sulla rivista American Journal of Medicine. Ma il nome e il cognome di Dugas compare solo tre anni dopo, nel libro And the Band Played On, scritto dal giornalista americano Randy Shilts. È lui a raccontare della vita sessuale promiscua e movimentata del ragazzo che, in effetti, contrae il virus dell'Hiv e muore nel 1984, all'età di soli 31 anni.

Il lavoro di Dugas, ma soprattutto il fatto di essere omosessuale, lo rendono il bersaglio perfetto sul quale riversare la rabbia originata da una sindrome che in quegli anni lasciava ben poche speranze. Dugas insomma si sarebbe ammalato proprio durante un viaggio in Italia, dopo aver avuto rapporti con alcuni uomini di origine africana. Tornato negli Stati Uniti, avrebbe attaccato il virus a tutti i suoi partner sessuali che, di conseguenza, lo avrebbero trasmesso ad altre persone e così via, fino a provocare la ben nota emergenza sanitaria.

In realtà, uno studio pubblicato nel 2016 ha dimostrato come l'Hiv sia arrivato in America passando per Haiti e abbia mietuto le prime vittime a New York e poi a San Francisco. Il paziente zero invece non è mai esistito. Furono piuttosto diverse persone che, ciascuna per le proprie ragioni, entrarono in contatto con l'agente patogeno e contribuirono alla sua diffusione.

Probabilmente all'origine della fake news ci fu un fraintendimento. Quando ricercatori e investigatori sanitari iniziarono a indagare sulla nuova malattia, si imbatterono nella cartella clinica di Dugas, dove compariva la dicitura "O patient". Ma quella iniziale era in realtà una lettera, la O, e stava a indicare "Outside California", facendo riferimento al luogo di provenienza dell'uomo. Un errore che portò ad addossare alla vittima una responsabilità enorme per quasi 30 anni.

L'Aids è un'arma batteriologica della CIA

Se con la teoria del paziente zero veniva additata una sola persona e le si dava comunque atto di aver diffuso la malattia a sua insaputa, ben più costruita e mirata fu la fake news secondo la quale il virus era stato creato in un laboratorio degli Stati Uniti e poi diffuso in Africa attraverso le vaccinazioni. E la ragione sarebbe una banale questione di controllo demografico contro la sovrappopolazione. La bufala nella sostanza è questa, anche se la sua presentazione era ben più dettagliata e assumeva diverse sfumature a mano a mano che passava di bocca in bocca e di quotidiano in programma televisivo.

Il filone che ottiene più successo è sicuramente quello del virus contenuto nel vaccino contro il vaiolo. Nel 1967 in effetti l'Organizzazione mondiale della sanità aveva dato il via a una campagna di cura e prevenzione dalle dimensioni globali che aveva portato, nel giro di una decina d'anni, a considerare debellata questa infezione. La scusa insomma era servita su un piatto d'argento.

La fake news è stata diffusa attraverso un'operazione coordinata dal Kgb

Ma la storia era più o meno la stessa. L'Aids era stato creato nel laboratorio di Fort Derrick, nel Maryland, all'interno di un programma segreto gestito dal Dipartimento della Difesa e dalla Cia.

Nel 1978 un gruppo di scienziati avrebbe unito un virus ovino e uno bovino, dando origine a un mix mortale. I ricercatori sarebbero stati guidati, pensa un po', proprio da Robert Gallo, cioè dal medico biologo che ha scoperto la relazione tra l'Hiv e la sua forma conclamata. Una volta ottenuto il micidiale agente patogeno, gli Stati Uniti avrebbero deciso di scagliarlo contro due categorie ben precise: le persone di colore e gli omosessuali bianchi. Lo sostengono ancora oggi diversi siti complottisti tra cui Mondomistero.it e New World Order. Anzi, il secondo aggiunge anche i tossicodipendenti tra i bersagli della Cia. Sarebbero state queste, di fatto, le tipologie di esseri umani da sacrificare, in un'ottica di riduzione della popolazione globale per diminuire l'impatto ambientale e il consumo delle risorse naturali a disposizione.

Che queste pagine web siano in buona fede o meno, va detto che non è del tutto colpa loro. Negli anni '80 furono tanti i media che divulgarono notizie a sostegno di questa eventualità e instillarono dubbi allarmistici nella popolazione. Ma da dove aveva avuto inizio questa teoria? Si potrebbe dire che, lei sì, fu creata in laboratorio. E dal Paese che più di tutti, negli anni della Guerra Fredda, voleva mettere in cattiva luce gli Stati Uniti: l'Unione Sovietica. L'operazione fu chiama Infektion e vedeva unite le menti di Kgb e Stasi, i servizi segreti di Urss e Germania dell'Est. Lo spiega, tra gli altri, Nicoli Nattrass, professoressa della Columbia University, nel libro The AIDS Conspiracy. Science Fights Back. 

Nel 1985 sul quotidiano sovietico Literaturnaya Gazeta viene pubblicato un articolo che cita come fonte una lettera anonima, comparsa quasi sette anni prima sul giornale indiano The Patriot. Il presunto autore dello scritto, che alla prima pubblicazione non fece poi molto clamore, sosteneva di aver preso parte al programma segreto di cui ti parlavo prima e ne illustrava i particolari. Ignorava, però, come uno studio mostrerà più avanti, che il primo caso accertato di persona sieropositiva risaliva addirittura al 1959.

Fu comunque a questo punto che venne coinvolta la Repubblica Democratica Tedesca, con il compito di redigere la parte scientifica a sostegno della teoria. Il biologo Jackob Segal e la moglie e biochimica Lilli parteciparono all'operazione Infektion, probabilmente senza saperlo e guidati solo dalla loro cieca fiducia nella DDR. Nel 1987 pubblicarono il libro Aids—its nature and origin, dove sostennero la teoria del complotto con pretesa di verità scientifica.

E per il resto del mondo non fu poi così difficile da credere. Un programma di ricerca sulle armi biologiche era esistito davvero a Fort Derrick ed era stato chiuso nel 1972 dall'allora presidente Richard Nixon. Così come si potevano richiamare alla memoria precedenti illustri. Basti pensare all'esperimento di Tuskegee, nell'Alabama degli anni '30 e '40, dove centinaia di Afroamericani analfabeti furono usati come cavie da laboratorio per capire l'evoluzione della sifilide. Nemmeno in quel caso, però, si poteva parlare di complotto. La comunità scientifica sapeva bene cosa stava accadendo: a dirigere l'operazione era l'Ufficio per la Salute Pubblica degli Stati Uniti, che emetteva aggiornamenti costanti.

Basta un bacio

Una credenza popolare che è nata probabilmente assieme alla scoperta dell'Aids. Sarà stata la notizia che il virus dell'Hiv si trasmette soprattutto per via sessuale o, semplicemente, la consapevolezza che agenti patogeni comuni, come quello dell'influenza, sono presenti nella saliva delle persone malate. Qualunque sia stata l'origine, la fake news che l'infezione possa essere trasmessa anche solo con un bacio rimane radicata ancora oggi. E pensare che nel 1991 l'attivista sieropositiva Rosaria Iardino e il medico Immunologo Fernando Aiuti si baciarono pubblicamente proprio per dimostrare l'esatto contrario.

Il sito HelpAids specifica inoltre tutti i diversi modi attraverso i quali non c'è pericolo di contagio, al contrario di quello che potresti pensare. Punture di insetto, condivisione di cibo o acqua, sudore, aghi e altra strumentazione medica sterilizzata, tatuaggi e piercing: tutti comportamenti e situazioni che non costituiscono una via di trasmissione dell'infezione. Assieme, naturalmente, a un semplice bacio.

La contraggono solo alcune categorie di persone

Allo scoppio dell'epidemia, sembrava che l'Aids dovesse riguardare solo gli omosessuali maschi, tanto che la rivista scientifica The Lancet si spinse a parlare di "gay compromise sindrome". Poi iniziarono i primi contagi tra gli emofilici e il cerchio pian piano si allargò fino agli Haitiani, che sembravano essere la popolazione più colpita, se non addirittura la colpevole del contagio. Infine, arrivarono i tossicodipendenti.

Ad esclusione del popolo caraibico, dove, semplicemente, il virus arrivò prima e l'infezione si manifestò con maggiore intensità quando negli Stati Uniti si contavano ancora pochi casi, le altre sono effettivamente categorie a rischio.

Lo erano sicuramente gli emofilici, i quali avevano bisogno di continue trasfusioni di prodotti emoderivati, che negli anni '70 e '80 provenivano da donatori di sangue su cui non venivano effettuati tutti i controlli del caso. Di certo, non si indagava sulla presenza del virus dell'Hiv, che in quel periodo non era conosciuto. E lo erano anche gli omosessuali maschi, come lo sono ancora oggi, a causa del tipo di rapporto sessuale e dei minori accorgimenti in fatto di protezioni, non temendo gravidanze indesiderate. Per quanto riguarda i tossicodipendenti, è piuttosto semplice capire come, passandosi siringhe di mano in mano e utilizzando strumenti non sterili, anche le infezioni viaggino più facilmente.

Oggi si parla genericamente di comportamenti sessuali a rischio, senza alcuna distinzione tra gli orientamenti delle persone

Ma "più a rischio" non significa "le uniche". L'Hiv può venire trasmessa anche attraverso un rapporto eterosessuale, come dimostrano purtroppo i recenti casi di cronaca, tra cui quelli di Valentino Talluto e Claudio Pinti, accusati di aver contagiato rispettivamente 31 donne e la ex compagna. Motivo per cui oggi si tende a parlare più genericamente di comportamenti sessuali a rischio, tra i quali si include il mancato utilizzo del preservativo e il frequente cambio di partner. Inoltre, una via di trasmissione del virus è anche quella cosiddetta "verticale", cioè da madre a figlio. Ritenere che l'infezione colpisca solo dei gruppi ben definiti di persone, porta tutti gli altri ad abbassare la guardia in materia di prevenzione e lascia terreno fertile alla diffusione dell'epidemia.

Fonti| HelpAids; "1970s and ‘Patient 0’ HIV-1 genomes illuminate early HIV/AIDS history in North America" pubblicato su Nature il 3 novembre 2016

Le informazioni fornite su www.ohga.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.