Quando l’arrampicata diventa Sport Terapia in aiuto ai piccoli pazienti più fragili

Nel Centro Maria Letizia Verga di Monza c’è una palestra con una parete di arrampicata. Serve ai piccoli pazienti colpiti da da malattie ematologiche maligne per migliorare le proprie capacità di coordinazione, equilibrio e agilità, nel corso della loro malattia e in vista della loro completa guarigione. Intervista a Massimiliano Gerosa, guida alpina ed esperto di arrampicata, e alla Dottoressa Francesca Lanfranconi, medico dello sport, coordinatori del progetto Sport Therapy.
Gaia Cortese 15 Novembre 2020

Una parete di arrampicata è una sfida. Una prova delle proprie capacità, ma anche uno stimolo a superare se stessi. E diventa uno strumento efficace per tornare ad essere se stessi, per recuperare le forze e superare una malattia. Abbiamo incontrato Massimiliano Gerosa, guida alpina ed esperto di arrampicata, e la Dottoressa Francesca Lanfranconi, medico dello sport, che stanno seguendo il progetto di ricerca Sport Therapy presso il Centro Maria Letizia Verga di Monza, dove vengono curati i piccoli pazienti colpiti da malattie ematologiche maligne. Un progetto che promuove alcune specifiche discipline sportive che portano notevoli benefici a livello mentale e fisico ai giovani pazienti.

Come è nato il progetto di ricerca Sport Therapy?

Massimiliano Gerosa: "Si tratta di un progetto all’avanguardia, nato nel 2017, coordinato dalla Dottoressa Francesca Lanfranconi, medico dello sport, supervisionato clinicamente dalla professoressa Adriana Balduzzi, sostenuto dal Dottor Momcilo Jankovic e fortemente voluto dal Professore Andrea Biondi, Direttore della Clinica pediatrica. Il progetto è finanziato anche da donazioni e fondi raccolti dalle famiglie del Comitato Maria Letizia Verga.

Da sempre è risaputo che lo sport fa bene alla salute delle persone sane, ma per la prima volta questo "vecchio adagio" viene applicato a un contesto di particolare fragilità, come quello dei bambini affetti da malattie ematologiche maligne. In questo senso, il progetto Sport Therapy è l’ultima frontiera nel campo della ricerca in fisiologia dell’uomo e dell’esercizio adattato ai pazienti fragili.

Nel centro Maria Letizia Verga c’è una palestra dedicata al progetto di ricerca dove lavorano in team i pediatri oncologi, i medici dello sport, gli scienziati motori e gli istruttori di alcune discipline sportive, tra cui l’arrampicata. Qui i bambini e i ragazzi, dall’esordio del tumore fino allo stop delle terapie oncologiche, sono coinvolti in sessioni di allenamento di precisione, create per loro ad hoc e calibrate sulla loro fragilità".

Cosa si intende per sessioni di allenamento di precisione?

Dott.ssa Francesca Lanfranconi: "Sport Therapy è un progetto di ricerca che vuole dimostrare che l'esercizio adattato a ogni bambino, adatto quindi all'eta, al genere e alla condizione clinica, ha un effetto sulla sua prestazione, perché è considerato come una terapia. L'obiettivo è migliorare il sistema muscolare, ma non vogliamo effetti collaterali che potrebbero essere difficili da gestire: è in questo senso che si parla di "precisione", vale a dire usare l'esercizio fisico come se fosse una medicina".

Perché i pazienti ospitati in un  centro come quello di Monza hanno particolare necessità di svolgere attività fisica?

Dott.ssa Francesca Lanfranconi: "Questi piccoli pazienti vengono sottoposti alle terapie antitumorali, che tuttavia possono causare effetti collaterali quali danni al cuore, ai polmoni, ai muscoli e alle ossa. Inoltre, rimanere a letto per lunghi periodi compromette ulteriormente l’efficienza di questi stessi sistemi. Ecco dunque che applicare l’esercizio di precisione, adatto a ciascun piccolo paziente, è delicato e richiede delle competenze molto specifiche. È proprio durante la malattia, quando la tolleranza all’esercizio e la qualità di vita dei piccoli pazienti sono molto ridotte, che diventa importante fare Sport Therapy".

Come si svolge l’attività?

Massimiliano Gerosa: "Ai pazienti più piccoli di età viene proposta un’attività fisica mirata, vale a dire personalizzata rispetto all’iniziale valutazione funzionale fatta. In genere si tratta di attività fisica che viene svolta almeno tre volte alla settimana, per una durata che va dai 20 ai 50 minuti, a seconda delle condizioni cliniche.

I bambini e ragazzi vengono allenati per 3 mesi e poi rivalutati. All’interno degli esercizi proposti sono stati introdotti gesti tecnici che hanno la caratteristica di essere molto adattabili alle capacità dei giovani pazienti, tra questi l'arrampicata. Dai risultati ottenuti sino ad oggi sappiamo che il recupero funzionale di questi pazienti viene favorito, permettendogli di reinserirsi, una volta guariti, nella propria comunità di appartenenza nel modo migliore.

Grazie all’uso dell’imbragatura e della corda, anche i pazienti più fragili possono compiere i gesti motori caratteristici dell'arrampicata, quasi in assenza di gravità.

In genere, propongo ai piccoli climber le tecniche classiche di insegnamento dell’arrampicata sportiva e si gioca insieme a tracciare dei veri e propri boulders da dieci a venti prese, che vengono nominati dagli artefici della via. La via Nameless, per esempio, è stata tracciata da un’orgogliosa ragazza di 16 anni con gravi problematiche muscolari, ma grandissima determinazione e motivazione a tornare alla sua vita di teenager. O ancora, l’Impossibile, è una via tracciata dopo diversi tentativi, ma senza mai mollare, di un coraggioso ragazzo di 18 anni con esiti di lesioni alle ossa delle gambe".

Che riscontri ha avuto l’arrampicata sui pazienti?

Massimiliano Gerosa: "In questo contesto il gesto tecnico che maggiormente appassiona bambini e ragazzi è proprio l’arrampicata sportiva. Esiste nel centro un’apposita parete di arrampicata, donata da alcuni sponsor, dove è possibile lavorare “in scarico” anche con i pazienti più fragili, che presentano lesioni ossee causate dalle terapie. L’arrampicata è divertente e sicura perché, grazie all’uso dell’imbragatura e della corda, i pazienti possono compiere i gesti motori caratteristici di questa attività quasi in assenza di gravità. L’arrampicata è poi indicata in età evolutiva per sviluppare l’agilità e gli schemi di movimento di base ed è utile nel contrastare gli inevitabili deficit motori causati dalla malattia".

È un’arrampicata in qualche modo “adattata” ai ragazzi?

Dott.ssa Francesca Lanfranconi: "Abbiamo proposto di incrementare ulteriormente le caratteristiche tecniche e di gioco del pannello utilizzando delle prese trasparenti e che si illuminano grazie a una tecnologia tutta italiana. In questo contesto potrebbero essere utilizzate a scopo di ricerca e per far capire meglio ai nostri piccoli atleti la tecnica di arrampicata. Chi ha progettato questa tecnologia ha concepito delle prese con una superficie molto liscia che è ancora più sicura per la delicatissima pelle di questi bambini.

L’arrampicata entra anche nelle stanze dei bambini ricoverati in isolamento per lunghi periodi, come avviene per esempio dopo un trapianto. In questi casi vengono proposti esercizi e giochi propedeutici all’arrampicata, tipo camminare in equilibrio sulle “meduse” (cuscinetti propriocettivi) o lungo una linea disegnata sul pavimento, oppure il controllo della palla con i piedi o l'arrampicata su tavoli, sedie, letti e divani".

Quali sono i benefici che può dare l’arrampicata?

Dott.ssa Francesca Lanfranconi: "Per noi l'arrampicata è uno dei quattro gesti tecnici inseriti nel progetto, perché ha la caratteristica di essere molto adattabile a ogni condizione: se un bambino è prestante può arrampicare, se un bambino è molto fragile, magari a rischio di frattura, può arrampicare con l'imbrago rimanendo sospeso ma utilizzando solo le braccia. In questo modo possiamo allenarli in sicurezza e ottenere un miglioramento nella coordinazione, nell'equilibrio e nell'agilità".

Massimiliano Gerosa: "Il gesto tecnico dell’arrampicata può dare benefici sia a livello mentale sia fisico. Ti dà una consapevolezza di te stesso, del tuo corpo nello spazio: è stimolante, ti fa sentire bene, vivo e vitale sotto ogni punto di vista. Chi l’ha praticata almeno una volta nella vita lo sa. Ma forse non tutti conoscono le qualità terapeutiche dell’arrampicata sportiva.

Vedere i bambini giocare e fare questo tipo di attività è bellissimo. Loro vivono emozioni intense, alcuni sentono un po' di vertigini, inizialmente fanno fatica a staccare i piedi da terra, per loro è davvero come scalare una montagna, c'è un po' di paura e di insicurezza, ma poi tutto è seguito da gioia e appagamento per quello che sono riusciti a fare. Per me è un piacere accompagnarli in questo percorso emotivo, sono sensazioni che ogni alpinista prova, Certo qui le condizioni sono diverse, ma io riesco a vedere un parallelismo tra un bambino in condizioni difficili per motivi di salute e un alpinista in condizioni difficili durante un'arrampicata. Per questo motivo riesco a creare con i bambini una bella empatia e poi, coordinandomi con gli altri medici, ho imparato ad approcciarmi nel modo più corretto ai bambini in questo contesto e posso solo constatare che loro, a livello emotivo, danno un'ottima risposta. E quando riusciamo a strappare un sorriso a bambini in queste condizioni di salute, sappiamo di aver fatto centro".