SandPlay Therapy: quando il gioco con la sabbia aiuta la comunicazione

Utilizzata oggi su adulti, adolescenti e bambini, la SandPlay Therapy è un metodo ormai riconosciuto per comprendere e conoscere meglio il mondo interiore di quei pazienti che hanno difficoltà a comunicare le proprie emozioni. Viene usata per disturbi di vario genere, come ansia, stress o problemi comportamentali, ma si è rivelata molto utile anche in caso di maltrattamenti sui minori.
Gaia Cortese 29 Dicembre 2019

Quando le parole hanno difficoltà ad esprimere le emozioni, la sabbia e il gioco possono essere di grande aiuto. Niente a che vedere con i castelli costruiti in riva al mare. La SandPlay Therapy si basa sulla realizzazione di immagini in quadri di sabbia con miniature tridimensionali, che vengono disposte liberamente in una sabbiera. L’obiettivo è osservare queste immagini e saperle leggere per aiutare le persone a ritrovare il proprio benessere psicologico.

Come infatti ha spiegato Marco Garzonio, psicoterapeuta e docente presso la Scuola di Psicoterapia del Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA) “giocare e manipolare con questo materiale fa sperimentare come ognuno sia artefice della propria vita e come il nostro destino sia nelle nostre mani”. La sabbia, infatti, non è solo un materiale estremamente manipolabile, ma è anche in grado di restituire ad un individuo la propria responsabilità, ossia la capacità di creare qualcosa seguendo solo la propria fantasia, senza limiti alla razionalità, e soprattutto, senza alcun giudizio esterno.

Le miniature tridimensionali sono varie: alberi e case, animali di ogni tipo, soldatini e cavalieri, ma anche mezzi di trasporto o creature fantastiche. Quello che il paziente crea nei confini della propria sabbiera, permette al medico specialista di comprendere il mondo interiore del paziente. Non è un'analisi che nasce solo dalla scelta degli oggetti tridimensionali, ma anche da come vengono disposti nella sabbiera da come si manipola la sabbia, o ancora, dalle parole con cui si descrive ciò che si è creato.

La vostra percezione sarà chiara solo quando potrete guardare dentro la vostra anima.

Carl Gustav Jung

A riconoscere l’importanza terapeutica del gioco per la mente è stata Dora Kalff, psicologa svizzera, nonché allieva di Carl Gustav Jung e della pediatra inglese Margaret Lowenfeld. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Dora sviluppa la Sandplay Therapy, con l'unico scopo di riuscire a trovare un modo per avere accesso all’inconscio dei suoi pazienti. Inizialmente il metodo viene applicato sui bambini, in particolare quelli affetti da nevrosi, ma successivamente viene applicato con successo anche sugli adulti.

La SandPlay Therapy è utilizzata in diversi centri ospedalieri, come per esempio all'interno del reparto di Neuropsichiatria infantile dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma.

“Grazie a un primario illuminato la utilizziamo da quarant'anni – ha racconta Daniela Tortolani, psicoterapeuta e dirigente del Servizio di psichiatria e psicoterapia dell’ospedale Bambino Gesù -. I bambini che vedevamo avevano varie patologie. Ma ci siamo soprattutto specializzati nel trattamento dell'anoressia e degli abusi e con loro abbiamo applicato il metodo. Abbiamo visto situazioni in cui l’abuso viene rappresentato per la prima volta sulla sabbia, perché il bambino non riesce a dirlo. Prima lo rappresenta e poi riesce a parlarne”.

La SandPlay Therapy oggi viene utilizzata su adulti, adolescenti e bambini. È idonea per curare disturbi di vario tipo tra cui dipendenze di vario genere, depressione, stati d'ansia, disturbi del comportamento e dell’alimentazione. Sono diversi gli studi privati e le associazioni che la propongono come terapia. tutte le informazioni sono disponibili sulla pagina ufficiale dell'Associazione Italiana per la Sandplay Therapy (AISPT) che aderisce all’International Society for Sandplay Therapy (ISST).

Fonte| Ansa