Autosufficienza (di tutti i tipi): come può una comunità diventare indipendente dall’esterno?

Costruire la propria casa integrandola con le risorse del territorio, produrre il proprio cibo attraverso agricoltura e allevamento, utilizzare le rinnovabili e le biomasse offerte dalla natura per generare energia. L’autosufficienza è un aspetto molto importante nella creazione di un ecovillaggio e ogni realtà la persegue secondo i propri bisogni e ciò che lo spazio attorno offre.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
22 settembre 2020

Ridurre i propri bisogni per diventare sempre più indipendenti dalle realtà esterne. Smettere quindi di dover uscire dal proprio territorio alla ricerca di cibo, energia e denaro, evitare di dipendere da altri nel soddisfacimento delle proprie necessità. L’autosufficienza è uno dei concetti fondamentali dell’ecovillaggio, anche se naturalmente ogni realtà la declina secondo le proprie caratteristiche. C’è infatti chi punta all’autoproduzione alimentare, chi vuole trarre benefici economici esclusivamente da attività che si svolgono entro i confini del proprio habitat, chi sperimenta di continuo fonti energetiche sempre nuove e anche chi cerca di valorizzare l’esperienza condivisa per continuare a far vivere la comunità. Insomma, le vie dell’autosufficienza sono infinte e per addentrarci meglio in un argomento così complesso e così fondamentale nella filosofia degli ecovillaggi mi sono rivolta ad Andrea Stagliano, della Rive, rete italiana villaggi ecologici.

“L’idea di base di un ecovillaggio è che si tratta di un progetto che tende all’autosufficienza a 360 gradi.” Racconta Andrea. “In parallelo, poi, c’è il tema della sostenibilità. Infatti, se l’autosufficienza è praticata per l’uomo, perché pensata per non aver bisogno di un apporto che viene dall’esterno, la sostenibilità riguarda invece l’ambiente, ovvero il modo in cui l’uomo si pone nei confronti della natura. Sono due concetti fondamentali eppure disgiunti, dal momento che può esistere sia un progetto autosufficiente che non è sostenibile sia una realtà sostenibile che però non è autosufficiente. Negli ecovillaggi l’intenzione è quella di perseguire entrambi i valori, dei quali appunto uno guarda all’uomo e l’altro all’ambiente in cui mi insedio come comunità."

L’autosufficienza, spiega Andrea, può essere esercitata in diversi ambiti e secondo diverse modalità. La cosa importante, per raggiungerla o almeno tendere a essa è, quando ci si insedia in un luogo, chiedersi quali siano i propri fabbisogni.

“Se vado a stare in un luogo e poi devo sempre andare altrove per recuperare ciò di cui ho bisogno, rientro nel concetto del pendolarismo per cui torno in un contesto rurale o montano e poi devo sempre spostarmi. L’idea della comunità intenzionale è invece quella di trovare nel luogo stesso le fonti energetiche e di sostentamento, valorizzando quelle che sono le risorse del luogo medesimo, dato che non tutti i luoghi possono offrire le stesse possibilità.”

Infatti non tutte le comunità sono uguali. Anzi, ciascuna cerca il luogo adatto in base a quella che è la propria visione del mondo e le intenzioni delle persone che ne fanno parte.

“Tanto per fare degli esempi, a Torre Superiore, che è un ecovillaggio a Ventimiglia, la fonte di autosufficienza e sostentamento si basa su turismo, accoglienza e ospitalità dal momento che la terra non dà frutti così abbondanti come altrove e quindi nelle attività agricole sono ben lontani dall’arrivare all’autosufficienza, mentre dal punto di vista economico riescono tranquillamente a sostenere buona parte del desiderio della comunità e anche nella ristrutturazione e recupero del borgo. Altre comunità ed ecovillaggi magari basano la propria autosufficienza sulla formazione in ambito olistico, come la Città della luce, sulla via della naturopatia come Lumen… E infine ci sono anche altre comunità che fanno scelte molto radicali, scegliendo di lavorare sul piano della raccolta agricola, di ciò che la natura può dare come erbe spontanee, frutti del bosco…"

Naturalmente per fare questo, per vivere così, è necessario ridurre le proprie necessità, adattarsi a ciò che il territorio attorno può offrire.

“Un altro modello ancora è la comune di Bagnaia, dove lavorando con agricoltura e allevamento hanno raggiunto un’autosufficienza alimentare quasi completa, dal momento che producono olio, vino, cereali, si dedicano anche all’allevamento, orticoltura e quant’altro e che alcune cose le coltivano per l’autoconsumo mentre altre per ricavarne dei profitti economici”.

E non solo alimentare. Lo spettro dell’autosufficienza infatti copre diversi altri fattori.

“Si può parlare di equilibrio sociale della comunità medesima, ovvero la capacità di regolare la vita di persone che non fanno parte dello stesso nucleo familiare ma hanno scelto di vivere insieme e portare avanti un progetto insieme, in modo tale da prendere decisioni condivise, risolvere conflitti e appianare tensione. Anche in questo gli ecovillaggi portano un’attenzione strutturale. Così ci sono persone che diventano più esperte nella facilitazione, nella mediazione, anche in un’ottica di rete. In questo modo è possibile mantenere l’equilibrio e quindi rimanere in vita, dal momento che una delle principali fonti di mortalità delle comunità è il fatto che le persone arrivino al punto da prendere strade diverse e quindi facendo venire meno il rapporto umano che le lega.”

E l’energia?

“Quello energetico è un tema classico su cui le comunità lavorano in tanti modi diversi, sperimentando anche soluzioni innovative di frontiera. Ad esempio c’è chi ha sperimentato il termo compost, che consiste nel far derivare il calore necessario per il riscaldamento e l’acqua calda dalla fermentazione dei rifiuti verdi… In ogni caso quasi tutte le comunità hanno un occhio di riguardo sull’autosufficienza energetica, alcune tendono proprio all’off grid, altre invece mantengono l’allacciamento alla rete ma tendono ad auto prodursi parte dell’energia di cui hanno bisogno con i classici sistemi, fotovoltaico, solare, termico e quant’altro.”

Energia che viene prodotta e immagazzinata anche grazie alle modalità di costruzione, attraverso l’uso dell’edilizia.

“C’è una grande sperimentazione di tecniche varie dall’uso della paglia, del legno, edifici in parte auto costruiti e auto recuperati con un’attenzione alla coibentazione e tante soluzioni diverse. Diciamo che ciascuno le declina anche in base alla manualità e alle competenze che ci sono all’interno della comunità stessa anche qui in un’ottica di rete. Infatti, posso chiamare da un’altra comunità una persona che mi costruisca il forno in terra cruda perché lo sa già fare, e che mi consente di farmi il pane e la pizza da solo con un basso consumo di legna, legna che trovo sul luogo perché abito vicino a un bosco… Insomma si tende sempre a fare in modo che ci sia un tutto tondo, basandomi quanto più possibile sulle energie molto presenti nel luogo.”

Tutte soluzioni, queste, adottate in ottica di auto-recupero o riutilizzo di ciò che posso già trovare sul territorio per avere meno bisogno possibile di passare attraverso il medium denaro per acquistare qualcosa di nuovo.

“Dove possibile, creo o recupero ciò che ho già a disposizione, è proprio un modo diverso di guardare al mio modo di vivere e alla realtà.”

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…