Estrarre Bitcoin inquina tanto quanto gli interi Paesi Bassi: uno studio rivela l’altra faccia delle monete virtuali

Le attività di mining per creare le monete virtuali sfruttano la potenza di calcolo di innovativi supercomputer: macchine così avanzate e specializzate che diventano obsolete in fretta senza la possibilità di riuso. Per questo vengono mandati in pensione in fretta creando sempre più rifiuti elettronici.
Kevin Ben Alì Zinati 8 Ottobre 2021

Se non li vedi non significa che non inquinino. Che i bitcoin non fossero del tutto “puliti” dal punto di vista ambientale l’aveva ribadito anche Elon Musk.

Se ti ricordi, nel mese di marzo il ceo di Tesla aveva annunciato su twitter, dunque pubblicamente, che per l’acquisto di una delle sue “super” auto elettriche sarebbero state accettate anche transazioni in bitcoin.

Salvo però fare poi una repentina marcia indietro proprio perché anche la più famosa tra le monete virtuali sarebbe un’importante fonte di inquinamento.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Resources, Conservation & Recycling, l'estrazione di bitcoin produrrebbe fino a 30.700 tonnellate di rifiuti elettronici ogni anno. Tanto quanto la quantità di piccoli rifiuti di apparecchiature informatiche prodotti da territori come i Paesi Bassi.

Il dito della scienza è puntato ancora una volta contro le operazioni di mining, ovvero i processi di “estrazione” che per generare le monete virtuali sfruttano la potenza di calcolo di innovativi supercomputer.

Questi sistemi richiedono un quantitativo di energia incredibile, tanto per il loro funzionamento quanto per i processo di raffreddamento delle macchine. Ti avevamo raccontato  come le attività annuali di mining consumino più di 120 terawattora (TWh) di corrente elettrica, quanto l'intera Argentina e sono responsabili del consumo dello 0,5% di tutta l'energia elettrica prodotta a livello mondiale.

Ma non solo. I computer utilizzati per l'estrazione sono così avanzati e specializzati che diventano obsoleti in fretta. Una volta “esauriti”, queste macchine non possono essere riutilizzate per un altro compito e quindi vengono “mandati in pensione” o, per meglio dire, abbandonati, creando sempre più rifiuti elettronici.

È uno degli altri lati oscuri dell’inquinamento, quello a cui non pensiamo quando cambiamo smartphone per un modello più nuovo o acquistato la consolle più bella per Natale. Eppure, l'e-waste è un fenomeno pericoloso e in rapida crescita.

Secondo l'Onu, è il flusso di rifiuti in più rapida crescita al mondo con un aumento del 21% tra il 2014 e il 2019 a 53,6 milioni di tonnellate e meno di un quinto viene riciclato.

I rifiuti elettronici sono una minaccia crescente per il nostro ambiente perché contengono sostanze chimiche tossiche e anche metalli pesanti che penetrano nel suolo. Senza dimenticare poi i danni da inquinamento che possono provocare all'aria e all'acqua a causa di un riciclaggio improprio.