Gli inquinanti chimici hanno superato un punto di non ritorno e il principale indiziato è la plastica

Vengono definiti inquinanti chimici prodotti come i pestici, i composti industriali oppure gli antibiotici, specie quelli utilizzati negli allevamenti intensivi. Ma in questo caso, gli occhi sono puntati soprattutto sulla plastica. Lo studio pubblicato su Environmental Science & Technology dipinge i contorni di un quadro per nulla rassicurante: gli ecosistemi su cui si regge la sopravvivenza stessa dell’uomo sulla Terra sono stati definitivamente minati.
Giulia Dallagiovanna 20 Gennaio 2022

L'inquinamento chimico ha superato un punto di non ritorno. Quello che la comunità scientifica temeva da tempo, oggi sembrerebbe essere confermato da uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology che traccia i contorni davvero poco rassicuranti di un quadro che stiamo dipingendo ormai da decenni. Senza accennare a voler rallentare. E oggi il frutto della nostra noncuranza è arrivato a minacciare gli ecosistemi del Pianeta, dai quali dipende la sopravvivenza stessa della specie umana.

Per inquinamento chimico si intende la fuoriuscita nell'ambiente di sostanze chimiche contaminanti, alcune delle quali già presenti in natura ma in misura molto minore. Sono soprattutto prodotti sintetici come i pesticidi utilizzati in agricoltura intensiva, i composti industriali e gli antibiotici, in particolare quelli destinati agli allevamenti intensivi. Rientrano nel novero dei 350mila inquinanti chimici presi in esame anche i metalli pesanti: mercurio, piombo e cadmio. Ma il più diffuso e pericoloso di tutto è sempre lei, la plastica.

Questi tipi di polimeri si trovano letteralmente ovunque. Contaminano i ghiacciai dell'Everest, il suolo agricolo, gli oceani. Microplastiche sono state ritrovate persino nella neve appena caduta in Siberia. La conclusione dunque è che abbiamo superato la soglia limite, minando un equilibrio che era rimasto stabile per almeno 10mila anni.

Dal 1950 ad oggi, la produzione di plastica è aumentata di 50 volte

Ma c'è di più. Rispetto al 1950 la produzione di plastica è aumentata di 50 volte e le stime per il 2050 prevedono che triplichi ancora. Una crescita espondenziale nell'arco di un solo secolo. Le generazioni dei nostri nonni hanno utilizzato una quantità incredibilmente inferiore di questi materiali rispetto a quanto facciamo noi. "Le evidenze che stiamo andando nella direzione sbagliata si sprecanoha commentato la professoressa Bethanie Carney Almroth dell'Università di Gothenburg, che ha preso parte al team di ricerca. – Sappiamo ad esempio che il totale della massa di materie plastiche presenti oggi sul Pianeta è superiore al totale della massa dei mammiferi che lo abitano. Questa per me è già un'indicazione chiara di come abbiamo superato superato il confine".

La novità di questo studio è guardare all'inquinamento da sostanze chimiche nel contesto della storia dell'uomo sulla Terra. E questa è stata anche la principale difficoltà incontrata dai ricercatori, che non avevano un reale termine di paragone se non i livelli di anidrice carbonica in atmosfera relativi all'epoca pre-industriale. Sono quindi ricorsi a una serie di parametri e di misurazioni, concentrandosi ad esempio sul tasso di produzione di queste sostanze, che come sappiamo è in repentino aumento, e su quello del loro rilascio nell'ambiente, che sta avvenendo in tempi così veloci che non siamo nemmeno in grado di tracciarlo con precisione.

Possiamo tornare indietro? No. Ma ci sono strade che possiamo (e dobbiamo) intraprendere per limitare le conseguenze delle nostre azioni. Ridurre l'utilizzo di plastica e prodotti sintetici in generale, investire su sistemi di economia circolare e soprattutto agire a livello governativo per ottenere una concreta inversione di rotta. Il 14 gennaio, ad esempio, è entrata in vigore anche in Italia la direttiva SUP contro la plastica monouso, con sei mesi di ritardo sulla tabella di marcia. Mentre è stata rimandata al 2023 la cosiddetta plastic tax, che imporrebbe un sovrapprezzo sui rifiuti di plastica non riciclabili per scoraggiarne l'uso e la produzione. Il segnale continua a essere lo stesso: il Pianeta può aspettare, prendiamoci ancora un po' di tempo.

E intanto da chi studia il problema emerge la necessità di dare vita a un organismo scientifico specializzato nell'inquinamento chimico che prenda parte ai lavori dell'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), ente che periodicamente stila rapporti sull'emergenza climatica, di cui l'ultimo dai toni particolarmente allarmanti. Su questa linea anche gli autori dello studio, che avvertono come l'esubero di prodotti sintetici sia solo il quinto di nove confini già oltrepassati. Tra gli altri troviamo: l'aumento delle temperature, la distruzione di abitati naturali, la perdita di biodiversità e l'inquinamento da fosforo e azoto prodotto dai fertilizzanti.