La musica potenzia l’effetto degli antidolorifici, lo dice la scienza

Sembra che ascoltare qualche brano di Mozart aumenti l’effetto degli antidolorifici tradizionali, riducendo così il ricorso a farmaci più forti e dai diversi effetti collaterali. Non è ancora chiaro quale meccanismo inneschino le note nel cervello, ma è probabile che abbiano un impatto diretto con le aree che regolano la percezione del male fisico.
Giulia Dallagiovanna 3 luglio 2020

La musica può aiutarti a calmare il dolore, proprio come le compresse di ibuprofene che sei abituato ad assumere. Proprio così, si potrebbe dire che accordi e note funzionino da antidolorifico e possano limitare il ricorso a farmaci più forti. È quello che emerge da una ricerca dell'Università dello Utah, negli Stati Uniti. I risultati parlano chiaro, anche se rimangono ancora sconosciuti i meccanismi attraverso i quali una melodia sarebbe in grado di avere questo potere sul tuo cervello.

Attenzione, però, non è sufficiente ascoltare una canzone qualsiasi. "La musica è come il Dna – ha spiegato il ricercatore Grzegorz Bulaj, che ha coordinato lo studio – Una commissione di musicisti ha analizzato le sequenze di diversi brani composti da Mozart per creare una playlist. È stato molto interessante poter integrare queste indagini con informazioni e dati di neurofarmacologia". Dai risultati dell'esperimento è poi emerso come una combinazione di antidolorifici e note fosse in grado di calmare il male di origine infiammatoria addirittura fino al 93% di volte in più rispetto a quando i farmaci venivano utilizzati da soli.

Non che una buona traccia musicale possa sostituire una medicina, ma può integrare la terapia aumentando gli effetti del preparato farmaceutico ed evitando che se ne renda necessario uno più forte e con maggiori effetti collaterali. Non si però ancora come mai avvenga tutto questo. Sul meccanismo, gli autori dello studio hanno avanzato due ipotesi principali. Ad esempio, è possibile che una melodia sia in grado di sovra regolare la produzione del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), che di norma agisce sul sistema nervoso centrale e su quello periferico, oltre a stimolare la crescita di neuroni e sinapsi. Sulla lunga distanza, poi, inibisce la sensibilità al dolore. Oppure, è probabile che i brani di Mozart avessero un impatto sul tono parasimpatico, sui livelli di cortisolo, sulle citochine pro-infiammatorie, sul sistema dopaminergico e sui recettori oppioidi. Ovvero tutte quelle aree che contribuiscono a regolare la percezione del male fisico.

Serviranno ancora diversi studi per capire come la musica sia in grado di agire da antidolorifico e in che misura sia possibile integrarla alle terapie convenzionali. Ma non sarebbe affatto male risparmiare al nostro corpo qualche compressa in favore di un'aria classica.