La paura del contagio: qualche consiglio per gestirla e l’importanza di chiedere aiuto

Dalle difficoltà del personale medico, infermieristico e sociosanitario che opera in prima linea, al dolore di chi ha perso un famigliare ma anche la sofferenza di chi è solo, la gestione della paura e delle emozioni all’interno delle mura domestiche, le relazioni con figli e conviventi: sono solo alcune delle criticità che accompagnano la diffusione del coronavirus.
Dott.ssa Samanta Travini Dottoressa in Psicologia Clinica
22 maggio 2020 * ultima modifica il 12/06/2020

La diffusione del virus si sta portando dietro, oltre agli evidenti rischi per la salute, anche problemi psicologici collegati alla paura generata dallo stesso. Stiamo infatti assistendo a comportamenti dettati dall’ansia del contagio e dell’isolamento: assalti ai supermercati, alle farmacie, la circolazione costante di fake news peggiorano questa situazione e nemmeno gli appelli alla calma delle istituzioni sembrano placare il panico.

Perché fa così paura questo virus?

Perché è una brutta e sconosciuta novità: il solo fatto di dover cambiare radicalmente, e così rapidamente, le abitudini quotidiane ci inserisce in un quadro di alterità che di per sé è già difficile da razionalizzare, costringendoci ad affrontare l’inaspettato ed eludendo la naturale propensione umana alla pianificazione. Nello specifico l’inaspettato è rappresentato da una vera e propria pandemia che ha già causato oltre 300mila morti nel mondo, un nemico invisibile dal quale è difficile difendersi.

La paura, al pari del virus, è contagiosa poiché le strutture cerebrali umane, i neuroni specchio per l’esattezza, portano a empatizzare con i nostri simili e a replicare le emozioni che osserviamo negli altri. Inoltre, in situazioni di particolare stress siamo spesso spinti dall’istinto ad attuare strategie controproducenti, come ad esempio monitorare troppo frequentemente le notizie: questo tipo di comportamenti, nonostante siano apparentemente in grado di calmarci nel breve termine, rischia di generare livelli di ansia e di panico sempre più elevati.

Il coronavirus ha occupato il nostro tempo, il nostro spazio, le nostre relazioni conquistando le prime pagine di giornali, telegiornali e siti web. È venuto a crearsi un contesto in continua evoluzione, che sfugge alla possibilità di essere controllato. È un contesto nuovo, poco familiare, in cui ognuno di noi si barcamena tra dati sovrapponibili e la circolazione incontrollata di notizie false. In questa situazione di incertezza, di continuo cambiamento e di attesa del ristabilirsi della normalità, siamo chiamati ad adattarci ad un nuovo ritmo di vita e a norme di comportamento atte alla prevenzione. Tutto questo ha naturalmente dei risvolti dal punto di vista psicologico: possiamo provare preoccupazione, paura, ansia, angoscia, tristezza, noia, spaesamento.

Un po’ di chiarezza su ciò che sentiamo

La paura è un’emozione primaria, una reazione a un pericolo specifico. Provo paura a fronte di una minaccia identificabile, per un oggetto specifico che la innesca. La paura attiva comportamenti di attacco o fuga, è quindi un efficace meccanismo di difesa per la nostra salvaguardia. Quando invece non si sa da dove viene il pericolo, non si vede (ma sappiamo che incombe ovunque) e non è identificabile come oggetto determinato, può generarsi uno stato di trepidazione perenne e di disagio pervasivo che può sfociare in ansia.

Un’altra caratteristica che differenzia la paura dall’ansia è che mentre nel primo caso il pericolo è immediato, nel vissuto di ansia la minaccia si colloca nel futuro ossia è come se si vivesse costantemente in attesa di un pericolo imminente e ci si dovesse proteggere dalle possibili minacce future.

Il coronavirus  è impercettibile, per alcuni aspetti imprevedibile, in quanto è ancora in fase di studio, e invisibile. Nel caso del coronavirus, quindi, non abbiamo a che fare con un pericolo ben determinato, ma abbiamo a che fare con la sua pericolosità – il contagio – qui intesa come minaccia non identificabile ma che potrebbe essere presente ovunque. È possibile quindi provare ansia, alternata alla paura, nelle situazioni in cui il virus si fa a noi sfuggente e non controllabile.

Ad alimentare il disagio psicologico, oltre alle ricadute sociali ed economiche, è la condizione di attesa e di sospensione dal normale fluire della nostra vita: siamo in attesa – senza sapere con certezza quando questa finirà – di riprendere le nostre abitudini, i nostri progetti, la nostra routine, la nostra quotidianità. Anche il tempo di incubazione ci pone davanti all’attesa della probabile manifestazione dei sintomi. Tutto ciò limita le nostre vite, le nostre possibilità di azione e toglie forza e solidità al nostro senso di stabilità, alimentando possibili timori, paure e ansie.

Il proliferare delle preoccupazioni è dovuto anche all’inadeguatezza delle informazioni: spesso è l’incertezza e la contraddittorietà che fa permanere l’ansia piuttosto che la paura della malattia in sé.

Infine la paura del contagio, la ricerca dell’immunità, il timore di ammalarsi e di perdere i propri cari, possono generare un senso di angoscia ponendoci davanti alle fondamentali questioni del senso della nostra vita e del senso di limite: la pandemia ci ha sorpresi, mettendoci di fronte a delle verità certe, ossia la possibilità di morire e la nostra limitata capacità di controllare ciò che ci circonda. Poter controllare ogni cosa è una delle illusioni più grandi dei nostri tempi.

Quando l’ansia è troppa

Le reazioni all’ansia sono diverse da persona a persona perché dipendono da diversi fattori: genetici, ambientali e di personalità.

Un deficit nei meccanismi che permettono di regolare l’ansia in base al contesto e alla causa limita le possibilità in ambito lavorativo, interpersonale, scolastico e crea un quadro di disagio generalizzato.

E l’ansia è alla base di numerosi disturbi (DSM-5):

  • Disturbo d’ansia generalizzato
  • Disturbo di panico
  • Fobie specifiche
  • Disturbo d’ansia da separazione
  • Disturbo d’ansia sociale

In queste condizioni, sentimenti ansiosi e attivazioni fisiologiche persistenti e pervasive intaccano il normale funzionamento quotidiano e impattano sul contesto personale, lavorativo, familiare e sociale di chi ne è affetto.

L’assistenza psicologica fornita finora riguarda principalmente la gestione di emozioni quali solitudine, rabbia ed ansia, in particolare relativa al terrore del contagio o di poter infettare i propri familiari, amici o colleghi.

Il Coronavirus sta cambiando in ognuno di noi la percezione del pericolo, aumenta l’intolleranza all’incertezza e al rischio. Gli esperti ipotizzano un rapido incremento di casi di Disturbo da Stress Post-Traumatico al termine della pandemia, così come è stato indagato nella popolazione cinese.

Il timore del contagio batterico e virologico è ad oggi chiaramente giustificato e comprensibile: tutti sperimentiamo ansia per la nostra salute e pensieri relativi alle catastrofiche conseguenze di entrare in contatto con il virus. L’emozione di ansia normale e flessibile si differenzia però dal terrore patologico, rigido ed incontrollato, che si sperimenta ad ogni possibilità di contagio. Pensieri ossessivi e comportamenti compulsivi, quali ad esempio rituali di pulizia, possono infatti sfociare in una vera e propria forma di ansia patologica, derivante da precedenti vulnerabilità: la Rupofobia. Il termine Rupofobia deriva dal greco rupos: sporco.

La rupofobia

Le ossessioni rupofobiche riguardano la paura della contaminazione, della possibilità di contrarre una malattia ed il disgusto verso certi ambienti o situazioni potenzialmente contagianti. I pensieri ossessivi sono intrusivi, ripetitivi e persistenti e si legano a compulsioni, quali rituali messi in atto in maniera continuativa allo scopo di contrastare la paura del contagio. Tali agiti forniscono sollievo solo temporaneo, per poi rinforzare la credenza disfunzionale sottostante: l’intollerabile rischio di poter essere stati infettati. Il dubbio di non aver effettuato perfettamente i rituali di pulizia provoca ansia, fino ad arrivare anche a forme di panico. Le strategie di evitamento conseguenti possono essere pervasive, causando difficoltà relazionali e sociali profonde e disfunzionali. I rituali di pulizia rigidi e inflessibili rappresentano il tentativo di rimuovere ogni minima possibilità di contaminazione, che può minacciare l’idea di salute fisica.

La fobia del contagio è dunque una forma patologica di paura persistente che si differenzia dal naturale timore di contrarre una malattia. Le credenze centrali sottostanti riguardano il desiderio di controllo assoluto sul proprio stato di salute, così come accade nell’ipocondria: non si cerca di perseguire uno scopo in positivo, ma di evitare l’opposto, attraverso strategie di controllo percettivo, cognitivo e comportamentale. L’attenzione selettiva, i pensieri automatici negativi e le interpretazioni catastrofiche, le immagini terribili e i comportamenti di evitamento caratterizzano tale patologia. Nella fobia del contagio manca quindi la ‘regola dell’interruzione’: non si è mai davvero convinti di essere al sicuro, quindi non si possono fermare i rituali. Nulla è mai abbastanza pulito ed igienizzato.

Nel periodo attuale prendere precauzioni rispetto a eventuali contagi è necessario, ma potrebbe anche slatentizzare delle forme di psicopatologia. Ad oggi, non è facile distinguere un rupofobico da chi si attiene scrupolosamente alle direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La vita del rupofobico è insoddisfacente e particolarmente complessa, specialmente in questo periodo storico. La caratteristica principale dello stato mentale che presenta l’individuo affetto da rupofobia è legata all’estremo desiderio di controllo dello sporco, totale ed assoluto, impossibile da raggiungere, che intensifica le emozioni negative. Ognuno di noi è oggi chiamato a fare prevenzione e a comportarsi in maniera scrupolosa ed attenta, ma coloro che erano già particolarmente suscettibili alle varie forme di contaminazione – come i rupofobici – hanno trovato conferma delle loro credenze centrali: i pensieri relativi al timore di essere contagiati o di contagiare, oggi si mostrano maggiormente credibili, reali. È quindi necessario chiedersi in che modalità il loro stile di vita si modificherà a seguito della pandemia vissuta oggi.

In futuro probabilmente per ciascuno di noi diventerà particolarmente difficoltoso mettere in atto atteggiamenti e comportamenti verso gli altri e verso il mondo esterno simili al passato: stringersi le mani, abbracciarsi, baciarsi o frequentare luoghi affollati saranno gesti legati al timore di non essere al sicuro. Individui affetti da rupofobia troveranno probabilmente ancora più difficoltà nell’intraprendere una vita adattiva, equilibrata e serena, sia a livello personale che sociale. Le convinzioni relative alla pericolosità di certi agiti saranno rinforzate, con il conseguente aumento dell’intensità emotiva negativa.

Qualche consiglio

Il coronavirus ha costretto tutto il mondo ad affrontare e gestire un’emergenza. Con il termine emergenza si fa riferimento a tutte quelle situazioni anomale, impreviste ed inaspettate, che irrompono in maniera incontrollata nella quotidianità tanto da stravolgere e/o arrestare la routine e le abitudini.

Vivere una situazione di emergenza (calamità naturali, disastri ambientali, sociali e sanitarie) in cui viene messa a rischio la propria incolumità o quella della collettività, porta a forti emozioni e gli effetti della paura e del terrore possono permanere anche per mesi o anni.

La prima cosa da fare è riconoscere le emozioni che stiamo provando, dar loro valore. È inutile fingere che vada tutto bene, l’emergenza sanitaria ci sta mettendo alla prova. Cominciamo col non biasimarci per quello che sentiamo, se abbiamo paura o se lavoriamo poco. Porsi l’obiettivo di riconoscere le emozioni negative e trasformarle in risorse senza lasciarsi sopraffare dal senso di smarrimento. Non siamo abituati a questo stato di emergenza e lo spavento e l’angoscia per la nostra incolumità invadono totalmente la mente, questo è normale e quindi il primo passo è accettare e ammettere di essere preoccupati. Vale anche per le relazioni: la situazione è stressante, è normale che i rapporti subiscano la tensione, motivo in più per esercitare la gentilezza appena possibile.

Il modo migliore per evitare il panico è prendere le distanze dal problema che ci assilla. C’è un trucco semplice per arginare l’ansia quando temiamo di perdere il controllo. Rivolgersi a sé stessi in terza persona. Sembra una sciocchezza, ma permette di allontanarsi dalle sensazioni che prenderebbero il sopravvento e di rispondere con razionalità. Per questo aiutare gli altri fa bene: focalizzarsi su una situazione diversa dalla propria tranquillizza.

È vero che una modifica drastica e repentina della routine quotidiana, che costringe alla quarantena, può portare ad un serio disagio psicologico, ma concentrarsi sul presente, impegnandosi a non focalizzarsi su un futuro che non possiamo conoscere ora, aiuta prima di tutto a fare attenzione a proteggersi dai rischi e soprattutto a godere delle piccole cose che la paura nasconde.

  1. Evitare l’intossicazione da informazioni: bisogna evitare un sovraccarico di informazioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto che l’attuale crisi sta causando uno stress enorme alla popolazione. Al fine di ridurre l’impatto negativo dello stress, bisogna evitare di esporsi 24 ore al giorno alle notizie e ai dati che ci vengono forniti di continuo. Bisogna essere informati, ma senza lasciarsi ossessionare dalle notizie. Controllare senza sosta i numeri, il tasso di contagio, i nuovi casi, i nuovi decessi non fa altro che aumentare l’ansia da Coronavirus.
  2. Per affrontare i pensieri negativi bisogna essere razionali: avere paura è logico. Tuttavia, tale paura deve essere razionale. Per esempio: “Temo di essere infetto. Cosa devo fare?”. Informare i sanitari e prendere tutte le precauzioni necessarie. “Temo che mio padre o mio nonno si ammalino, cosa posso fare?”. Proteggerli seguendo tutti i protocolli necessari. La paura deve essere un meccanismo che ci stimoli ad adottare misure utili ad agire. Dobbiamo quindi tenere sotto controllo soprattutto i pensieri negativi che aumentano il panico.
  3. Di fronte all’incertezza, cerchiamo di mantenere per quanto possibile la nostra routine quotidiana. L’ansia da Coronavirus è alimentata dall’incertezza. La verità è che stiamo affrontando una situazione nuova che non abbiamo mai sperimentato prima. È un nuovo virus e non esiste ancora un vaccino. l’ideale è stabilire una routine da rispettare che ci costringa a concentrarci sul momento presente.
  4. Condividere le emozioni per vivere meglio: l’angoscia è un sentimento molto comune che rende debole chi lo prova. Questo è il momento di accettare tutte le nostre emozioni e condividerle con gli altri per trovare un equilibrio. Non bisogna alimentare i sentimenti di paura, bensì imparare a gestirli e creare degli spazi che ci offrano speranza, energia e conforto emotivo.
  5. Essere realistici: il rischio non va minimizzato né massimizzato. Un modo per gestire l’ansia da Coronavirus è essere realistici in ogni momento. Non bisogna cadere nei meccanismi di difesa psicologica che ci portano a minimizzare il rischio perché siamo giovani o perché nella nostra zona il tasso dei contagiati è molto basso e quindi il pericolo è minore. Ma non dobbiamo nemmeno massimizzare il pericolo al punto tale da soffrire di insonnia e permettere che il COVID-19 sia il nostro unico pensiero. C’è un rischio reale e deve essere accettato.
  6. Non abbiamo il controllo di ciò che accade, ma possiamo controllare le nostre reazioni e le nostre azioni. Per gestire l’ansia da Coronavirus, dobbiamo prendere atto di una realtà: non abbiamo nessun controllo sul COVID-19. Tuttavia, possiamo controllare le nostre reazioni e i nostri comportamenti. Dobbiamo chiederci come vogliamo ricordare questo periodo quando sarà passato.

Sarebbe bello ricordarci di noi come persone che hanno mantenuto la calma, che sono state responsabili e che si sono prese cura di se stesse e degli altri.

L'importanza di chiedere aiuto

Non vi è salute se non c’è salute mentale”, afferma l’Organizzazione mondiale della sanità. La sfera mentale è a pieno titolo parte integrante del benessere della persona, intesa sia nella sua individualità, sia nella sua sfera sociale.

In questo periodo di emergenza Coronavirus – in cui le persone sono state chiamate alla responsabilità di non uscire, di ridefinire i propri rapporti interpersonali, di modificare le proprie abitudini quotidiane – di quarantena e isolamento, è più che mai importante togliere il velo del pregiudizio e dello stigma sociale nei confronti della salute mentale.

Non tutti sono in grado, per varie ragioni, di gestire lo stress psicologico, la paura e l’angoscia legate a questa situazione di emergenza sanitaria: le capacità di adattamento, di coping, e la resilienza dipendono da fattori individuali, di natura genetica, ambientale ed esperienziale. Pertanto la situazione attuale potrebbe portare a un peggioramento delle condizioni patologiche pre-esistenti in persone già affette da ansia, depressione o altri disturbi psichici.

Se pensi che la tua paura e ansia siano eccessive e ti creano disagio non avere timore di parlarne e di chiedere aiuto a un professionista.  Gli psicologi conoscono questi problemi e possono aiutarti in modo competente.

Tutti possiamo avere necessità, in certi momenti o situazioni, di un confronto, una consulenza, un sostegno, anche solo per avere le idee più chiare su ciò che proviamo e gestire meglio le nostre emozioni, e questo non ci deve far sentire “deboli”. Non è debole chi chiede aiuto per aumentare le proprie risorse e quelle dei suoi cari.

Laureata in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia, ha lavorato in contesti educativi, sociali e nei servizi psicologici di base, maturando altro…