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Lockdown climatico, un salto di specie dal reale al digitale, parla lo psicologo Galimberti a Ohga: “Servirà una nuova cultura”

Passano gli anni, ma il termine lockdown resterà tra noi. Cambierà il fine, ma il mezzo no. Come ci si prepara allora a un lockdown climatico? Cosa cambia rispetto alla pandemia?
Mattia Giangaspero 18 Gennaio 2023
Intervista a Carlo Galimberti Professore di Psicologia sociale della comunicazione all'Università Cattolica di Milano

Nelle scorse settimane Ohga ha affrontato il tema del lockdown climatico come una delle tante soluzioni che i singoli governi potranno mettere in campo per arginare l'inquinamento e lottare contro il cambiamento climatico. Dopo però aver spiegato il fenomeno, con i due casi molto diversi tra loro di Oxford e New Delhi, adesso è importante capire il tipo di approccio che le persone dovranno avere. Come ci si prepara a un lockdown climatico? Cosa cambia rispetto alla pandemia? Daremo una nuova definizione di realtà? Si sta parlando di una nuova forma di "chiusura" che non sarà più inserita in un concetto finito di tempo. Ora, forse ti starai chiedendo cosa voglio dire. Allora, per concetto finito intendo che, con la pandemia sono avvenuti dei lockdown mondiali e non locali, regionali e, concluso il problema Covid, niente più. Adesso parlando di lockdown climatici il concetto di finito non esisterà. Non si tratta di dover combattere un virus in poco tempo, ma di dover abbassare livelli di inquinamento alti, che si presenteranno più e più volte nelle città, per più mesi in un anno e per più anni. Si potrebbe parlare di lockdown climatico sempre. Come i governi allora dovrebbero affrontare tale fenomeno? Quale sarà un corretto approccio delle persone a questi nuovi lockdown? 

Noi ci stiamo ponendo tante domande e tu, forse, avrai moltissimi dubbi sul tema. Ohga, allora, ha pensato di far intervenire, per spiegare la complessità dell'argomento, il docente di psicologia sociale della comunicazione all'Università Cattolica di Milano, Carlo Galimberti.

Una preparazione alla parola

Professore, che tipo di impatto potranno avere questi nuovi lockdown sistematici sulle persone? Come ci si deve preparare? 

"Partirei dal termine lockdown. Non essendo un termine italiano, noi l’abbiamo associato più facilmente al fenomeno della pandemia, senza realmente tradurne il significato. Se l’avessimo chiamato “chiusura” sarebbe stato più semplice. Il primo lavoro da fare sarà quello di liberare il termine utilizzato, e che utilizzeremo necessariamente ancora, dalle connotazioni legate alla pandemia."

"Questa è una prima indicazione. Bisogna fare una pulizia, un adeguamento semantico del termine lockdown per un suo nuovo uso, così da non associarlo solo al Covid."

La preparazione informativa

"Una seconda considerazione da fare. Possiamo immaginare che una parte della popolazione non sarà d’accordo con l’attuazione di questi nuovi lockdown. Ci sarà chi si opporrà manifestando, chi non rispettando le norme che verranno imposte.

Molti non riusciranno a comprendere tutti i reali motivi del perché fare nuovamente questi lockdown. Allora qui sarà importante informare, e chi dovrà farlo potrà avere la fortuna di farlo prima e non durante o dopo come è accaduto con la pandemia."

"Se in quel caso abbiamo rincorso mediaticamente il fenomeno qui possiamo addirittura anticiparlo."

"Dovremo mostrare i pro, i contro e i perché di questi nuovi lockdown per il clima. Dovremo preparare i cittadini che, dopo queste due considerazioni, potranno essere pronti maggiormente anche a cambiare comportamenti fondati su abitudini culturalmente radicate."

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Lo strumento per colmare il gap

Servirà mettere a disposizione uno strumento adeguato per avvicinare il cittadino a comprendere meglio il fenomeno? 

"Chi si occupa di comunicazione e marketing sa benissimo che una delle strade percorribili per creare engagement, impegno verso determinati comportamenti, è quella di utilizzare i “nudge”.

Di cosa sta parlando?

"In italiano vengono tradotti come spinta gentile, sono dei suggerimenti che già sono tra noi. Li troviamo, per esempio, nelle metro, quando troviamo delle frecce per indicare la direzione della linea o quale metropolitana prendere. Gli aeroporti anche sono pieni di nudge. Si utilizzano quando bisogna colmare dei gap informativi, o quando bisogna modellare dei comportamenti, per esempio sul consumo o meno di certi alimenti. I nudge sono degli strumenti che sono stati largamente utilizzati anche durante la pandemia. Prima ancora però, bisogna formare una cultura."

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L'approccio sociale

Ma come si può formare una nuova cultura sociale? 

"Bisogna creare e lavorare per costruire una cultura adeguata per affrontare questi tipi di fenomeni. Una cultura adeguata che non sia unicamente emergenziale come è stata per la pandemia, ma che risponda a criteri di normalità, nel senso della stabilità del tempo."

"Una cultura legata a dei comportamenti normali, come lavarsi le mani e fare colazione."

"Per capire meglio il cambio di cultura, parliamo delle polemiche di questi giorni su temi importanti. Il caro benzina  e il controllo/cambio della mobilità vedi Milano con la politica dei 30km. Ora sarebbe da fare una grande premessa.

Si sta già vedendo che attorno a queste tematiche si costituiscono due posizioni differenti, come avviene sempre, legate alle culture pre-esistenti. Sulla mobilità abbiamo gli schieramenti di chi vorrebbe più libertà e di chi accetta queste limitazioni.Questi tipi di progetti poi hanno dei costi, costi individuali e sociali."

"Infatti altra polemica che attraversa questi progetti è: ‘I ricchi potranno sostenerlo, perché pagano multe, sanzioni o aumento dei prezzi, i poveri no'."

"Quindi adesso si passa dall’ideologia da sostenere, al concetto di sostenibilità economica che, a sua volta, porta a problemi di natura sociale. Poi bisogna pensare anche alla sostenibilità politica, in quanto ogni Stato può decidere di attuare simili progetti o meno.

E infine abbiamo anche una sostenibilità temporale. Ci sono persone che, analizzando questi progetti, pensano al futuro dei figli e del Pianeta e ci sono persone che invece pensano più al presente."

Cosa vuol indicare con questi due esempi? 

"Tutta questa premessa ci dice che noi avremo a che fare, quando si proporranno questi lockdown climatici, con la necessità di misurarsi con una molteplicità di dimensioni, dall’ideologia alla politica, dall’economia alla scala temporale su cui applicare le soluzioni proposte”

"Ogni cambiamento comporta, come si vede, delle resistenze. Facendo un altro esempio: perché la gente smette di fumare? C’è un evento shock che lo fa fare, tipo il riscontro di una patologia."

“È vero, esistono anche gli shock climatici. Noi, però, non percepiamo ancora nella loro interezza questi eventi estremi, anche se cominciano a presentarsi più spesso di quanto non accadesse in passato”

“Questi sono tutti meccanismi cognitivi che servono per ridurre la dissonanza tra quello che pensiamo noi e quello che ci viene proposto.“

“Bisogna, però, progettare dei processi di crescita e di costruzione di culture non necessariamente comuni a tutti, ma largamente condivise che ci permettano di arrivare a comprendere le motivazioni dei vari approcci che le persone hanno rispetto alla tematica."

La costruzione della cultura

I cambiamenti di cultura, secondo vari studi antropologici, richiedono una ventina d’anni. Allora cosa si potrebbe fare per innescare questo percorso di cambiamento?

"Bisogna proporre e non imporre un approccio a questi fenomeni utilizzando un pensiero complesso e non ideologico. Bisogna ragionare sia sui singoli e sia sui gruppi.

Per i singoli bisogna mettere insieme le emozioni perché le reazioni all’essere chiusi in casa avverranno e sulla base di aspetti emotivi. Bisogna offrire dei servizi, spiegare a cosa serve questo lockdown e per quanto tempo deve essere fatto."

"Questo cambio di pensiero porta a non reagire solo in modo emotivo, non reagire solo in modo razionale e non reagire solo sul piano delle motivazioni. Bisogna tenere insieme tutti questi tre aspetti cercando quindi di dare corpo a un pensiero complesso."

"Altro fattore importante è che si tratta di lockdown non mondiali, ma cittadini, regionali, e nazionali e quindi possono essere sviluppati anche dei processi negoziali e di collaborazione. In questo senso si pensa al gruppo e la politica deve prendere in mano la gestione di questi aspetti."

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Il dialogo con la comunità scientifica

Serve un confronto anche informativo con una comunità scientifica? Cosa ha insegnato in questo senso la Pandemia?

"In passato questo dibattito è stato altamente ideologizzato, improntato al contrasto. Dobbiamo accettare che la scienza sia oggettiva e per oggettiva non si intende che dice sempre la verità. È oggettiva perché è inerente a degli oggetti, cioè ci parla di cose ben definite. È oggettiva perché è inter-soggettiva, vuol dire che la scoperta scientifica non è espressa da un solo dottore, climatologo, biologo, ma ogni scoperta è sottoposto al vaglio della comunità scientifica che valida, o meno, le varie scoperte."

"La scienza non è un’ideologia o una religione. Qualsiasi risultato ottenga è provvisorio, aggiornato nel tempo e ogni volta è da sottoporre ad altre verifiche. Dobbiamo quindi dialogare con gli uomini di scienza e dobbiamo aiutare loro a dialogare, anche sul tema climatico con i non esperti."

Un confronto finale

Si sta parlando di lockdown cittadini o regionali, servirà allora un confronto popolare?

"Logicamente le misure che dovranno essere messe in atto causeranno sofferenza psicologia nelle persone. Ci sarà una crescita di sofferenza relazionale."

"Però non bisogna mai andare solo a curare il singolo su questa sofferenza. Sarebbe riduttivo. Servirà lavorare su scala comunitaria."

"L’unica strada è lavorare sull’esperienza che le persone hanno e allargare la partecipazione il più possibile. Bisogna allargarla anche agli scettici, sentire le loro proposte. Partiamo dalla tesi del lockdown climatico e arriviamo insieme ad una soluzione, ad una proposta. Prendendo a prestito un termine comune in urbanistica e architettura, parlerei di progettazione congiunta di spazi sociali"

"Bisogna coinvolgere e convergere. Convergere verso il nuovo, senza obbligare tutti, ma trovando insieme una strada che vada verso il benessere comune"

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La realtà digitale

Lo sviluppo di una nuova cultura “normalizzata dovrà tener conto anche di tutti gli aspetti, o cause indirette, che il lockdown climatico porterà con se. Tornare chiusi in casa significa anche cambiare nuovamente il modo di comunicare e interagire. Torna la realtà digitale o il Metaverso prenderà il sopravvento? 

Professore, questi nuovi lockdown ci faranno tornare tutti lontani senza un contatto fisico. Il continuo entri ed esci, apri e chiudi della rete ci farà vivere in due realtà, reale e virtuale? Oppure abbiamo un concetto sbagliato del virtuale? 

Inizierei il discorso con una frase di Shoshana Zuboff:

“Il futuro digitale può essere la nostra casa?”

"Il problema non è tanto l'opposizione tra reale e virtuale, opposizione che potrebbe spingere alcuni a desiderare e altri a temere di finire in una sorta di ‘prigione virtuale'. Ma questo modo di vedere le cose non ci condurrebbe lontano. Direi, invece, che, come abbiamo fatto durante il lockdown da pandemia, sempre più ci troveremo a vivere situazioni interattive e comunicative mediate digitalmente. Situazioni che sarebbe scorretto definire ‘virtuali‘, poiché non assomigliano per nulla alle simulazioni che ci propone la realtà virtuale.

Si tratta invece di ‘situazioni reali digitalmente mediate', altrettanto reali di quelle che viviamo sia incontrandoci ‘fisicamente‘, sia mediando le nostre modalità di incontro attraverso, ad esempio, un telefono.

Nessuno oggi si sognerebbe di definire ‘virtuale' l'esperienza che facciamo durante una conversazione telefonica. Si tratta semplicemente di una modalità di realtà diversa da quella che sperimentiamo quando ci incontriamo ‘fisicamente‘. Questo perché è caratterizzata da una modalità, o da un grado diverso, dipresenza‘: non presenza fisica, ma presenza sociale, più o meno ‘forte‘, a seconda che venga sperimentata al telefono in voce, come dicevo, durante una videochiamata o, cosa già possibile, anche se ancora un po' troppo costosa, trovandoci di fronte l'ologramma del nostro interlocutore. È un altro modo di essere reale, un modo che privilegia certi canali piuttosto che altri. Una modalità che genera un'esperienza reale digitalmente mediata, in cui ciò che cambia è la modalità di presenza sociale, variabile a seconda del mezzo attraverso cui viene digitalmente modulato il modo di essere presenti degli interlocutori."

"Non sostituiremo quindi la realtà, con la virtualità. Noi vivremo la realtà, oltre che nella sua dimensione fisica, anche nella sua dimensione digitalmente mediata."

E secondo lei il futuro digitale può essere la nostra casa? 

"Si, ma preparandoci sia con una rivoluzione culturale, sia oppure migliorando tecnologicamente le modalità di mediazione digitale, in modo che l'esperienza possa essere il più simile possibile a quella, a noi ben nota, dell'incontro fisico."

"Non so se la Zuboff abbia ragione sul fatto che il futuro digitale possa diventare la nostra casa, ma quantomeno sappiamo che, quello digitale, diventerà uno dei contesti principali all'interno dei quali noi svolgeremo  le nostre attività di vita quotidiana, familiare o lavorativa"