Lorenzo Bertolotto, l’unico italiano a percorrere 300 km nell’Artico con il Fjällräven Polar

Ha fatto il cowboy in Montana, ha vinto una borsa di studio in un’università di New York. Gli mancava solo l’esperienza del Fjällräven Polar, e ce l’ha fatta. Trovando pure lavoro a Rotterdam in uno studio di architettura del paesaggio specializzato in resilienza e cambiamenti climatici.
Gaia Cortese 15 maggio 2019

Percorrere 300 km a bordo di una slitta trainata da cani: 7 giorni alla scoperta della natura più incontaminata del Circolo Polare Artico. È il Fjällräven Polar, l’evento outdoor invernale che ogni anno, in aprile, chiama a raccolta 20 persone comuni provenienti da tutto il mondo, per vivere un’esperienza unica.

L’evento è promosso da Fjällräven, azienda svedese che produce abbigliamento e attrezzatura outdoor, da sempre impegnata in una politica di rispetto e sensibilizzazione nei confronti dell’ambiente. Tra i partecipanti dell’edizione 2019, quest’anno c’era anche un italiano, il primo in assoluto a prendere parte a questa esperienza. Lui è Lorenzo Bertolotto, 29 anni, originario di Torino, ma ormai residente a Rotterdam, dove lavora in uno studio di architettura del paesaggio specializzato in resilienza e cambiamenti climatici.

L’aspetto curioso della vicenda è che Lorenzo è stato assunto dallo studio olandese proprio grazie al primo video di presentazione montato per partecipare alla selezione del Fjällräven Polar. Per poi l’anno successivo conquistare con un nuovo video la Giuria Internazionale del concorso e aggiudicarsi il secondo posto tra i 20 fortunati vincitori dell’edizione 2019 dell'evento sportivo (oltre 2.180 gli aspiranti partecipanti).

La selezione per partecipare a questa esperienza polare avviene per area geografica. Tutti i Paesi sono raggruppati in dieci diverse Regioni e, per ognuna di queste, vengono selezionati solo due concorrenti: il primo eletto dal pubblico votante, il secondo dalla Giuria del concorso.

Dopo il primo tentativo fallito, Lorenzo crea un altro video per candidarsi l'anno successivo al Fjällräven Polar e per recuperare i voti, li cerca addirittura nei pub di Rotterdam e Amsterdam: "Iniziavo conversazioni con tutti e distribuivo i miei volantini con il codice QR. Ho collezionato in tutto 1.754 voti! Un bel traguardo, ma non abbastanza per battere gli oltre 17 mila del primo classificato. Il mio profilo ha però attirato l’attenzione della Giuria che, con mia grande felicità, ha deciso di assegnarmi il secondo posto.”

Gli abbiamo parlato e di lui abbiamo scoperto molte più cose di quello che ci si poteva aspettare. Si è laureato a New York guadagnandosi una borsa di studio, ha fatto per 7 mesi il cowboy in un ranch del Montana e quindi non poteva non candidarsi al Fjällräven Polar.

Come hai deciso di partecipare al Fjällräven Polar?

Sono venuto a conoscenza del Fjällräven Polar sfogliando La Stampa e sembrava una cosa davvero incredibile, di quelle che ti capitano una sola volta nella vita. Cercavano gente senza esperienza quindi valeva la pena anche solo provare e vedere cosa sarebbe successo. Mi sono divertito a creare un breve video di presentazione, senza però ottenere tanti voti. Era però la cosa più creativa che avevo fatto nell'ultimo anno. Ho deciso quindi di investire di più in ciò che amavo e ho inviato quello stesso video, al posto della classica lettera di presentazione, ad uno studio di architettura del paesaggio specializzato in resilienza e cambiamenti climatici di Rotterdam. Un azzardo forse, ma ha funzionato perché lo studio mi ha contattato per un’offerta di lavoro.

Come si svolgeva la giornata tipo durante la spedizione?

Ogni giorno era diverso dall’altro. Il primo giorno eravamo in un albergo per l'addestramento, e poi ci siamo messi in marcia. Dopo la sveglia alle 4.30 del mattino, bisognava prendersi cura dei cani, smontare le tende, scaldarsi l’acqua della colazione, raccogliere i bisogni dei cani e poi preparare le slitte per riprendere il percorso. Mediamente si percorrevano dai 40 agli 8o km ogni giorno. La giornata si svolgeva in questo modo.

Dormivi in tenda?

Abbiamo sempre dormito in tenda tranne l'ultima notte in cui ci hanno insegnato a fare a meno anche di quella. Abbiamo quindi dormito all'aperto, isolando i sacchi a pelo creando uno strato dallo spessore di 15 cm di rami di abete (avevamo però anche un materassino a nostra disposizione).

Cosa mangiavi e come ti lavavi?

Avevamo delle razioni liofilizzate, quelle che usa l'esercito norvegese. Le razioni per pasto fornivano almeno 1300 – 1500 calorie. Non erano male! Per quanto riguarda la pulizia personale semplicemente non ci lavavamo. Generalmente si faceva anche attenzione a non sudare perché è uno dei più grandi pericoli in questo clima: l'abbigliamento pesante non permette al sudore di evaporare e a queste temperature non è l'ideale. Io indossavo una maglia termica, un pile leggero e giacca a vento, e solo nei tratti in discesa in cui ero meno attivo e magari c’era più vento, indossavo anche il parka polare in piuma d’oca, o anche di sera, quando mangiavamo.

Come andavi in bagno?

Con una pala per scavare un buco nella neve (ride, ndr).

Quale maggiore difficoltà hai incontrato in questa esperienza?

In generale credevo fosse più difficile di quanto non sia stato, ma è un evento che viene organizzato da Fjällräven per la gente comune. Da un punto di vista fisico, credevo fosse più estenuante. Le giornate erano comunque molto lunghe e si è dormito poco. Il primo giorno, infatti, siamo andati a letto a mezzanotte e ci siamo svegliati alle 4.30; il giorno successivo, per vedere l'aurora boreale, abbiamo finito per dormire ugualmente poco più di 4 ore.

Hai avuto paura in alcune occasioni?

No, paura no. Ho avuto due piccoli incidenti iniziali, cadendo dalla slitta ancor prima della linea di partenza perché non avevo capito dove fosse il freno della slitta. Sono riuscito a investire anche il cameraman. E poi sono caduto ancora dopo 200 metri circa, ma niente di grave.

Come ti ha cambiato al Fjällräven Polar?

L’esperienza di Polar inizia già dalla raccolta dei voti e dalla creazione video. Mi ha cambiato molto, oltretutto potrei dire che grazie al Fjällräven Polar lavoro in uno studio di architettura che mi piace molto. Altra cosa che non mi aspettavo è il tipo di relazioni che si creano tra le persone che partecipano a questo evento, persone che non si sono mai viste prima, ma che sono consapevoli di un'amicizia che durerà a lungo. Eravamo un gruppo ben assortito, gente proveniente da tutto il mondo: Indonesia, Malesia, Cina, Cile, Argentina, America e diversi Paesi dell'Europa. Con molta probabilità ci incontreremo nuovamente in occasione della Fjällräven Classic, una camminata di 100 km nel Nord della Svezia. Ci saranno almeno 2.000 partecipanti, e tra questi anche noi, che abbiamo già un pass per partecipare.

Sei sempre stato attento al tema ambientale?

In qualche modo sì, quello che si vede nel secondo video di presentazione, già lo facevo nella vita normale. Adesso poi lavoro in uno studio di architettura dove ci occupiamo di cambiamenti climatici, con l'obiettivo di rendere le città più resilienti a fenomeni atmosferici come le alluvioni per esempio, o nella gestione dell’acqua. Adesso stiamo studiando come poter rendere i quattro principali tipi di suolo di Rotterdam (costituiti da torba, sabbia, argilla e scarti da zone dismesse) più permeabili e come è possibile migliorarli aggiungendo sostanze organiche o altri additivi, e ancora, come le piante possono aiutare la gestione dell’acqua, sia dal punto di vista scientifico, ma anche da quello ecologico ed estetico.