Non dormire abbastanza tra i 50 e i 60 anni di età, aumenta il rischio di soffrire di demenza

È stato pubblicato di recente su Nature Communications uno studio scientifico che evidenzia come chi dorme meno di sei ore a notte ha maggiori possibilità di sviluppare una patologia neurodegenerativa tra i 70 e gli 80 anni. E non contano solo durata e qualità del sonno, ma anche la posizione assunta mentre si dorme.
Gaia Cortese 26 Aprile 2021

È il poco sonno a causare la demenza o la demenza che porta a dormire poco? Sono numerosi gli studi e le ricerche scientifiche attuati in questo ambito per capire se dormire poco possa aumentare il rischio di demenza o se sia la patologia stessa a cambiare la qualità e la durata del sonno.

Su questo filone di ricerca, su Nature Comhttp://www.centromep.it/team/munications è stato pubblicato uno studio che evidenzia come le persone che non dormono abbastanza tra i 50 e i 60 anni hanno maggiori possibilità di sviluppare demenza in età più avanzata. Ovviamente non tutte le persone che dormono poco, svilupperanno patologie legate alla demenza, ma è stato dimostrato che il rischio può essere maggiore.

Lo studio recente è stato condotto in Gran Bretagna su quasi 8mila persone di età superiore ai 50 anni. I volontari che hanno partecipato alla ricerca sono stati monitorati per un periodo di 25 anni, ed è stato notato che chi aveva riferito di dormire meno di sei ore a notte aveva circa il 30% di rischio in più di sviluppare demenza nei tre decenni successivi rispetto a chi invece dormiva regolarmente sette ore, un tempo  che lo studio considera “normale” come quantità di ore dedicate al sonno.

Secondo quanto ha dichiarato al New York Times la dottoressa Kristine Yaffe, professoressa di neurologia e psichiatria all’Università della California, “è improbabile che tre decenni prima le difficoltà nel sonno siano un sintomo di demenza. Per questo lo studio fornisce prove evidenti che il riposo notturno difficoltoso è davvero un fattore di rischio”.

Un buon sonno può essere messo a rischio da cattive abitudini (fumo, eccessivo consumo di alcol e scarsa assunzione di frutta e verdura) o determinate caratteristiche (indice di massa corporea, diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari). Al di là poi della durata del sonno (almeno 7 o 8 ore sono il minimo raccomandato), è importante spendere una quota sufficiente di riposo notturno in sonno profondo, quello che viene chiamato stadio 3 non-REM. In questa fase di sonno il sistema glinfatico, il cosiddetto sistema "spazzino" che si occupa di rimuovere le sostanze di scarto presenti nel sistema nervoso centrale dei mammiferi, funziona al meglio.

Ultimo, ma non meno importante: in che posizione dormi? Devi infatti sapere che anche la posizione durante il riposo notturno può avere un ruolo nell’eventuale sviluppo di malattie neurodegenerative. Secondo, infatti, quanto spiegato dal dottor Luigi Ferini Strambi, direttore del Centro di Medicina del Sonno dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, che ha collaborato con i ricercatori americani, “abbiamo notato che chi ha malattie neurodegenerative tende a dormire di più in posizione supina, che non è quella ideale per far funzionare il sistema glinfatico, di pulizia del cervello. Il sistema glinfatico funziona meglio quando una persona riposa sul fianco".