Quando gli scienziati trasformarono la fisica nucleare in uno strumento di pace

Le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki scossero le coscienze degli scienziati di tutto il mondo che sentirono la responsabilità di fermare la corsa agli armamenti nucleari e stoppare la proliferazione della nuova forma di energia per scopi militari. La scienza superò le bandiere nazionali e ideologiche e si impegnò per garantire al mondo la sua pace. Nacquero così appelli firmati dai più grandi fisici del mondo, conferenze, incontri e centri di ricerca dove la cooperazione internazionale tra paesi spesso distanti tra loro, ancora oggi, è sinonimo di equilibrio mondiale.

Se le bombe di Hiroshima e Nagasaki furono il culmine della ricerca scientifica nel campo della fisica nucleare, il minuto successivo la deflagrazione sul suolo giapponese fu la presa di coscienza da parte di una grande fetta dell’intellighenzia scientifica mondiale, e non solo, che la distruzione dell’umanità da parte dell’uomo stesso non era più così impossibile. Un terrore fomentato poi dai successivi esperimenti andati in scena sull’atollo di Bikini, nell’Oceano Pacifico, dove nel 1954 l’esercito americano testò le bombe all’idrogeno mille volte più devastanti delle prime due.

Gli scienziati percepirono i gravi pericoli intrinseci della nuova forma di energia e nonostante la guerra fosse stata vinta, non vi era pace. E mentre l’ombra di un conflitto atomico totale s’allungava su un mondo in un precario equilibrio, sentirono la responsabilità di scendere in campo e impegnarsi per limitare la proliferazione degli armamenti militari atomici e scongiurare un olocausto nucleare. Dagli anni ’50 ad oggi l’impegno degli scienziati di tutto il mondo si è concretizzato sotto diverse forme: appelli al disarmo, nuovi istituti di ricerca e cooperazione sovranazionale, conferenze senza bandiere per guidare il mondo verso la sicurezza dalle armi atomiche. L’obiettivo era il più importante di tutti, per tutti: la pace. E come ha cristallizzato lo scrittore e giornalista scientifico Pietro Greco nel suo libro “Fisica per la pace”, la scienza può e deve essere un ponte per raggiungerla.

I primi passi

Che la scienza, l’etica e la politica mondiale fossero strettamente connesse fu chiaro fin durante la Seconda guerra mondiale. Una prima prova fu il cosiddetto “rapporto Franck”. Come ti avevo già raccontato, un gruppo di scienziati provò a convincere il presidente statunitensi Harry Truman a scegliere un’altra direzione nei confronti del Giappone. Anziché passare all’azione concreta, che avrebbe avuto un costo umano insostenibile, perché non optare per una prova dimostrativa? Una sorta di spettacolo organizzato in un’area disabitata per mostrare al nemico le terribili conseguenze a cui avrebbero potuto andare incontro.

Era il giugno del 1945 e già alla fine di quello stesso anno, dopo le due bombe, ribolliva l’urgenza di un dialogo transazionale degli scienziati per frenare l’imminente corsa agli armamenti nucleari. Nel freddo dicembre di Chicago, il biochimico Eugene Rabinowitch e il fisico Hyman Goldsmith fondarono il “Bullettn of The Atomic Scientists”, una rivista con l’alto compito di rendere pienamente conscio il mondo della realtà delle armi nucleari. Ben presto il “Bulletin” divenne il megafono della comunità scientifica internazionale e la lente d’ingrandimento per indagare il ruolo della scienza e i rischi tecnologici legati al nucleare. Ancora oggi il “Bulletin” è impegnato contro la militarizzazione del nucleare. Forse avrai sentito parlare del “Doomsday Clock”, l’orologio dell’Apocalisse istituto proprio dalla rivista nel 1947.

È un ticchettio simbolico che scandisce quanti minuti separano l’umanità dalla “mezzanotte”, cioè da una ipotetica fine del mondo a causa della proliferazione atomica e di altri pericoli causati o non affrontati dall’uomo, come il climate change. Ogni anno, a gennaio, le sue lancette vengono riposizionate, fotografando lo status quo della Terra: al momento della sua ideazione, i minuti dalla mezzanotte erano 7, che si accorciano a 2 nel ’53, con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino la “fine” tornò lontana di 17 minuti ma dal 2017 il tempo si è accorciato fino a 2 minuti. Oggi, nel 2020, siamo a soli 100 secondi dalla mezzanotte e dall'autodistruzione.

All’indomani delle due esplosioni, il matematico, intellettuale e premio nobel per la Letteratura Earl Bertrand Arthur William Russell fu tra i primi a denunciare l’utilizzo delle armi nucleari. Memorabile fu il suo discorso trasmesso sulle frequenze della BBC il 23 dicembre del 1954 in cui, con un tono solenne, richiamò l’attenzione per un impegno transnazionale contro la guerra e le armi termonucleari come la bomba H. Il messaggio venne trascritto e passò alla storia con il titolo “Man’s Peril from the Hydrogen Bomb”, poi ribattezzato solo “Man's Peril”.

Il manifesto Russell-Einstein

Il messaggio di Russell arrivò forte e la comunità scientifica internazionale mise in moto una reazione a catena che arrivò a coinvolgere il fisico più famoso dell’epoca, Albert Einstein. In uno scambio di missive rapidissimo verso la fine di gennaio del 1955, la volontà del fisico e del matematico Russell di redigere un appello ai governi del mondo sui rischi delle nuove armi e farlo sottoscrivere dagli scienziati più autorevoli dell’Occidente divenne concerta: l’idea, in sostanza, era un’evoluzione più potente e risonante del “Man's Peril” di Russell. Il “Manifesto” vide la luce ufficialmente il 9 luglio di quell’anno, a Londra, senza però il suo fisico di spicco, Einstein, scomparso tre mesi prima: trovò, comunque, il sostegno di 9 illustri scienziati, di cui 7 premi Nobel.

Il Manifesto Russell – Einstein per bloccare la proliferazioni delle armi nucleari. Fonte: The Bulletin Of The Atomic Scientists

Tra i firmatari vi fu anche Joseph Rotblat, uno dei fisici che aveva partecipato al progetto Manhattan per la costruzione dei primi ordigni atomici, abbandonando subito dopo aver compreso che l’utilizzo delle nuove armi avrebbe avuto effetti devastanti per l’intera umanità. Il Manifesto fu, di fatto, il primo documento internazionale a favore del disarmo nucleare. L’incipit era solenne ed emozionante e rispecchiava l’atmosfera del 1955:

Non parliamo, in questa occasione, come appartenenti a questa o a quella nazione, continente o credo, bensì come esseri umani, membri del genere umano, la cui stessa sopravvivenza è ora in pericolo.

Le parole non lasciavano spazio a fraintendimenti:

Ci attende, se lo vogliamo, un futuro di continuo progresso in termini di felicità, conoscenza e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte solo perché non siamo capaci di dimenticare le nostre contese? Ci appelliamo, in quanto esseri umani, ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità, e dimenticate il resto.

Il Manifesto venne inviato anche a diverse governi tra cui Stati Uniti e Unione Sovietica trovando pareri positivi.

Le conferenze Pugwash

La potenza distruttiva delle armi atomiche, i pericoli dell’utilizzo dell’energia nucleare a scopi militari e il ruolo della scienza erano le fondamenta della richiesta urgente di una conferenza di scienziati internazionali contenuta nel Manifesto Russell-Einstein. La sede per il primo incontro venne individuata nella cittadina di Pugwash, in Nuova Scozia, nel 1957 e la condizione fondamentale per accedervi fu che ogni partecipante sarebbe stato il singolo rappresentante di se stesso. Su 60 invitati, Russel e Rotbalt accolsero solo 22 scienziati ma ciò bastò per giungere alle prime, storiche, conclusioni in fatto di nucleare.

I partecipanti della prima conferenza Pugwash: è l’inizio del movimento contro il disarmo. Fonte: Pugwash.org

E cioè che i test nucleari rappresentavano un importante pericolo radioattivo: lo strascico lasciato dai testi della bomba H sull’isola di Bikini il cui fall-out radioattivo aveva investito un peschereccio giapponese uccidendone l’equipaggio era ancora nelle menti di tutti i partecipanti. Fu deciso, inoltre, che la scienza si sarebbe impegnata per arrestare la corsa agli armamenti atomici e che avrebbe influenzato l’apparato decisionale dei governi mondiali e, allo stesso tempo, avrebbe educato la cittadinanza verso il nucleare. Seguirono altre conferenze e nacque il movimento Pugwash: un organismo indipendente dove scienziati da tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Cina fino all’Unione Sovietica, si riunivano al di sopra delle differenze ideologiche e della politica per discutere della sicurezza dell’umanità. Nel 1995 Rotbalt e le conferenze Pugwash furono insegnate del premio Nobel per la pace grazie al contributo decisivo per la proibizione dei test nucleari e la riduzione delle armi di distruzione di massa.

Il Cern e il Sesame

Nella scienza che prende posizione contro la proliferazione delle armi nucleari in favore di una pace internazionale, c’è posto di primo piano anche per l’Italia che trova in Edoardo Amaldi il suo alfiere. In un’Europa post Guerra che si ritrovava devastata e frammentata, ciò che animava il fisico italiano era l’idea di una collaborazione scientifica transnazionale che mirasse alla ricostruzione. La cooperazione fra Paesi diversi era, per Amaldi, la via verso una rinnovata stabilità globale. La creazione di un centro europeo di fisica nucleare viveva, però, in un contesto in cui “nucleare” aveva più sfaccettature: era la ricerca di base degli elementi costituenti della materia, rappresentava la frontiera per una nuova forma di energia o era la scienza al servizio dei militari?

Che cosa significa nucleare? Ricerca di frontiera sulla materia, energia pulita o armi militari?

Il lavoro di Amaldi fu lungo e non privo di difficoltà ma nel 1954 il Cern, l'European Council for Nuclear Research, venne ufficialmente istituto in Svizzera, a Ginevra: una location che, in tempi di Guerra Fredda, avrebbe garantito un maggior senso di sicurezza. Realizzato attorno al Large Hadron Collider, l’acceleratore di particelle che ha permesso, tra le altre, la scoperta del bosone di Higgs, il Cern è uno dei più grandi laboratori di ricerca nella fisica delle alte energie dove lavorano esperti e scienziati provenienti da ogni parte del mondo.

La costruzione del LHC, l’acceleratore di particelle che circonda il Cern. Fonte: Anna Pantelia/Cern

Ti faccio fare un doppio viaggio: temporale, catapultandoti praticamente ai giorni nostri, e geografico, volando dall’Europa alla Giordania. Qui nel 2017 venne inaugurato Sesame, un laboratorio di ricerca multidisciplinare di carattere internazionale che si basa su una sorgente di luce di sincrotrone: in pratica si utilizzano elettroni che viaggiano quasi alla velocità della luce per sviluppare reazioni elettromagnetiche altrimenti impossibili da ottenre. Sesame è il riflesso mediorientale del Cern e la sua peculiarità non è solo quella di avere diverse applicazioni, dalla fisica atomica alle scienze dei materiali. Sesame è l’unico laboratorio scientifico al mondo dove collaborano scienziati palestinesi, israeliani, egiziani, ciprioti, giordani, iraniani, pakistani e turchi. Un luogo, dunque, in cui s’incontrano paesi che altrimenti non avrebbero modo di comunicare. Un dialogo fra popoli che, con la lingua della scienza, mira alla cooperazione e alla pace.

Il centro internazionale di fisica teorica

Il peso dell’Italia nella costruzione di un futuro orientato alla pace non si quantifica solo nelle figure, ma anche nei luoghi. E Trieste, in questo senso, ha un ruolo da protagonista. Qui nel nel 1964 venne fondato il primo centro scientifico al mondo dedicato alla fisica teorica costruito sotto la protezione e il benestare delle Nazioni Unite. La nascita dell’International Center of Theoretical Physics viene dalla fusione delle idee di due fisici ambiziosi e sognatori. Il primo è il triestino Paolo Budinich, direttore dell’Istituto di Fisica dell’Università cittadina. Budinich visse la seconda parte della sua carriera trainata da un progetto: eludere l’isolamento geografico e culturale e portare Trieste, che nel 1954 era tornata al’Italia, al centro della scienza internazionale con un centro di ricerca di punta.

La fusione delle idee di due fisici brillanti, ambiziosi e sognatori portò Trieste al centro della scienza italiana e internazionale

Un primo tentativo fu l’European Network, un progetto che avrebbe visto la partecipazione di Austria, Croazia, Ungheria e Trieste ma dopo l’entusiasmo iniziale, tutto si risolse in un nulla di fatto. Come due calamite, Budinich entrò ben presto in contatto con il giovane Abdus Salam: un brillante fisico teorico nato in Pakistan che aveva ultimato i suoi studi nella più centrale Inghilterra.

I due fisici che ispirarono la scienza a Trieste e poi in Italia: Paolo Budinich e Abdus Salam. Fonte: Ictp.

Salam, come il triestino, sognava di rompere le catene di un altro isolamento, quello che circondava i Paesi del Terzo Mondo e per farlo era consapevole della necessità di un centro di studi e di ricerca che offrisse la possibilità ai giovani talenti dei paesi meno abbienti di affacciarsi alla scienza di frontiera. Abdus Salam entrò presto in contatto con l’italiano Edoardo Amaldi che a sua volta lo ricollega a Budinich. Il pakistano e il triestino si conoscevano, si erano già guardati negli occhi mesi prima e da quel secondo incontro nacque un’amicizia che fuse insieme due sogni scientifici. Trieste si candidò ufficialmente a ospitare il centro di ricerca e con la decisione definitiva del 14 giugno del 1963, fu creato l’odierno ICTP. che trova sede nella zona di Miramare, all’ombra di un bianco castello a strapiombo sul mare.

Le conferenze Amaldi e Isodarco

Edoardo Amaldi fu tra i promotori anche di nuovi incontri e conferenze che caratterizzarono gli anni ’80. Lo scopo di queste iniziative era coinvolgere ancora di più gli scienziati internazionali nel dibattito sul controllo degli armamenti e della proliferazione nucleare. Il primo incontro avvenne tra il 23 e il 25 giugno del 1988 a Roma, dove si parlò per la prima volta anche delle tecnologie per convertire i materiali fissili per scopi pacifici. Tra la fine del decennio e i primi anni ’90 vi furino altri incontri che con il tempo si stabilizzarono, acquisendo una propria struttura e venendo globalmente riconosciute come “conferenze Amaldi”. Oggi al tavolo dei dibattiti trovano posto anche Iran, India, Israele, Pakistan: tutti i nuovi paesi che stanno assumendo un ruolo importante nell’universo del nucleare.

La fisica italiana, nel post Seconda guerra mondiale, ruotò attorno a Edoardo Amaldi. Fonte: Liceo Amaldi.

Da uno spunto del fisico italiano e di Carlo Scharef, nel 1962 nacque l’idea di una serie di corsi sui problemi della sicurezza internazionale: si sarebbe parlato della corsa ad armamenti tecnologicamente sempre più avanzati e pericolosi, del disarmo e dell'immenso potere distruttivo nelle mani dell’uomo. Il primo incontro si svolse a Frascati nel 1968 ma  Isodarco divenne una “scuola”, un’associazione apolitica senza scopi di lucro, il 18 gennaio del 1972. I suoi corsi ospitano quasi 90 partecipanti provenienti da 30 paesi diversi e hanno come argomenti il disarmo nucleare, le conseguenze di una guerra atomica e la sicurezza internazionale.

Questo articolo fa parte della rubrica
Giornalista fin dalla prima volta che ho dovuto rispondere alla domanda “Cosa vuoi fare da grande”. Sulla carta, sono pubblicista dal altro…