
Quella di Angela Maria Bottari è stata una vita vissuta in nome dei diritti delle donne, m soprattutto in nome della libertà e della giustizia.
L'ex parlamentare siciliana del Partito Comunista è morta martedì sera 14 novembre a Messina, sua città natale, per delle complicazioni dovute al tumore al polmone di cui era malata.
È morta a 78 anni, molti dei quali li ha spesi in politica, lottando perché venissero eliminate alcune delle storture più riprovevoli della legge italiana contro le donne ai tempi della sua ascesa in politica, negli anni '70. Eletta per tre legislature, Bottari è stata sempre in prima linea nella battaglia per la parità di genere.
Fu proprio lei nel 1977 a presentare la prima proposta di legge contro la violenza sessuale, che fino ad allora era considerata dal codice penale italiano un reato contro la morale pubblica e il buon costume, e non contro la persona.
Come molte altre battaglie portate avanti per le donne e dalle donne, anche quella per far riconoscere l'abuso sessuale un reato contro la persona fu lunga e difficile, ma Bottari non si arrese, fino all'approvazione della legge, che avvenne solo nel 1996, ben 19 anni dopo. Si tratta della legge 66 "Norme contro la violenza sessuale", che nel testo ricalca la proposta originaria di Bottari: abrogazione degli articoli del Codice Rocco, risalente al periodo fascista, che definivano lo stupro delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, la legge identifica il reato come delitto contro la persona.
Il nome di Bottari sarà legato per sempre anche ad un'altra conquista storica non solo per le donne, ma per il Paese tutto: Bottari è stata la prima relatrice della legge 442 del 1981 con cui sono stati abrogati il delitto d'onore e il matrimonio riparatore.
Il delitto d'onore, descritto nell'articolo 587 del codice penale Rocco, riconosceva l'offesa all'onore come motivazione plausibile di omicidio: "Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella".