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31 Ottobre 2022
10:00

Sì, in fondo al mare giacciono tonnellate di rifiuti nucleari. Sono pericolosi? E perché li abbiamo buttati in acqua?

Per oltre 40 anni diversi Paesi hanno riversato nei mari e negli oceani decine dei migliaia di tonnellate di rifiuti radioattivi. In questa rubrica vogliamo provare a capire se questi rifiuti sono pericolosi per l’uomo e per l’ambiente. E vogliamo riflettere su come siamo arrivati ad utilizzare le acque del mondo come discariche libere e aperte e perché il «sea dumping» è stato autorizzato per anni. Partendo però dall'idea che ciò che consideriamo «sicuro» e «rischioso» variano in base all’evoluzione della scienza e delle conoscenze.

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Sì, in fondo al mare giacciono tonnellate di rifiuti nucleari. Sono pericolosi? E perché li abbiamo buttati in acqua?
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Un’imbarcazione battente bandiera statunitense si avventura al largo dell’Oceano Pacifico nord-orientale, a circa 80 chilometri dalla costa della California.

Mentre le onde si infrangono sulla chiglia della nave, gli operai con divisa colorata ed elmetto calato sulla testa fanno scivolare fuori bordo un fusto di acciaio.

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L’acqua schizza al contatto con il contenitore, carico di materiale radioattivo e inglobato con del cemento. Il fusto affonda e va sempre più giù finché, pesante, non si appoggia sul fondale.

È il 1946 ed è il primo sversamento di rifiuti nucleari in mare della storia. Non sarà l’unico. Accanto al primo contenitore poi ne è sceso un altro. Poi un altro. E un altro ancora. Nei successivi 40 anni, nei mari e negli oceani di tutto il mondo ne sono stati depositati a centinaia, migliaia.

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Fusti di metallo e cemento sono stati usati per smaltire i rifiuti radioattivi a bassa intensità nell’Oceano Atlantico nord–orientale a una profondità di 4700 metri. Photo credit: IAEA.

Oggi è «facile» guardare indietro e puntare il dito, accusando Stati e governi di aver «inquinato» il mondo e di averlo coscientemente spinto verso il disastro. Non voglio confutare il risultato di decenni di sversamenti: è un dato di fatto che larghi tratti dei fondali dei nostri mari siano stati trasformati in teatri sommersi, dove file di fusti zeppi di radionuclidi giacciono come spettatori silenziosi.

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In questa rubrica voglio però affrontare alcune delle domande che nella tua mente spunteranno spontanee come margherite in un prato primaverile: questi rifiuti sono pericolosi? C’è un potenziale rischio per l’uomo nascosto nelle profondità marine? E per l’ambiente?

Soprattutto, voglio provare a riflettere su come siamo arrivati ad utilizzare mari o oceani alla stregua di discariche libere e aperte. Partendo però, da un concetto tornato più volte lungo questa ricerca: ciò che consideriamo «sicuro» e «opportuno» varia in base all’evoluzione della scienza, così come la graduale progressione del concetto di «rischio».

Giornalista fin dalla prima volta che ho dovuto rispondere alla domanda “Cosa vuoi fare da grande”. Sulla carta, sono pubblicista dal 2014, prima ho studiato Lettere a Milano e Comunicazione della Scienza alla Sissa di Trieste, in mezzo ho imparato a correre maratone.  Ho una sola regola, credere nel rispetto di me stesso, degli altri e dell'ambiente in cui ci ritroviamo. E cerco di farlo con il sorriso, sempre. Durante le mie giornate cerco di star dietro alla curiosità galoppante che mi porta a spulciare tra le pagine di scienza e a curiosare tra le novità al cinema, a scartabellare dati e a leggere pigne di libri. È un lavoro difficile ma divertente e soprattutto lungo. Perché si sa, in ognuno di noi c’è sempre una nuova frontiera da scoprire.