“Vietato giocare sul prato”: come la fabbrica Caffaro ha avvelenato le terre di Brescia

Da più di un secolo la vita dei cittadini di Brescia è cambiata. Da quando è stata costruita nella zona sud-ovest della città la Fabbrica Caffaro, uno dei più grandi impianti chimici d’Italia, infatti, la salute di chi vive in questo territorio è messa in pericolo: il terreno è contaminato dai PCB, sostanze altamente nocive diffuse nell’ambiente tramite gli scarichi delle acque industriali.
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Beatrice Barra 25 Gennaio 2024

Fino a poco tempo fa in una scuola elementare di Brescia si poteva vedere un cerchio di cemento in mezzo al prato che serviva per far giocare i bambini. Ti sembrerà assurdo, ma il motivo è che il prato era contaminato da sostanze tossiche e non poteva essere toccato. Oggi questa scuola è stata bonificata grazie all’impegno dei cittadini, ma le terre e le falde circostanti continuano a essere contaminate da diossine e di conseguenza  un pericolo per la salute pubblica.

Sempre nei pressi dei prati contaminati si trova addirittura un cartello che mostra con dei disegni che non è possibile giocare a pallavolo, con i giocattoli e con la terra. Viene chiesto ai bambini, quindi, di non comportarsi come tutti i bambini dentro un parco.

Fonte: Cittadini reattivi, Rosy Battaglia

Ma non è finita qui. Dal 2003, nella zona sud-ovest di Brescia, è vietato coltivare alcune tipologie di ortaggi destinati all’alimentazione umana, sempre per motivi legati alla contaminazione del terreno.

Questa è la situazione che vivono i cittadini di Brescia da più di un secolo, da quando è stato costruito uno dei più grandi impianti chimici d’Italia: la Fabbrica Caffaro, nata per produrre soda caustica, indispensabile per l'industria dei saponi, dei tessuti e della carta.

I Pcb, un rischio per la salute e per l'ambiente

Chi è di Brescia purtroppo lo sa, ma per tutti gli altri serve spiegare cosa sono i Pcb. Dal 1932 la Fabbrica Caffaro ha prodotto i policlorobifenili, meglio noti come Pcb: una sostanza considerata all’epoca un efficace lubrificante e un ottimo isolante termico, particolarmente apprezzata per la sua stabilità (pensa che i pcb possono essere distrutti solo per incenerimento o attraverso specifici processi chimici) nell’edilizia, ma anche molto pericolosa per la salute e per l’ambiente.

Pensa che la produzione dei Pcb fu vietata per la prima volta in Giappone nel 1972, a seguito di un incidente, nota come Malattia di Yushō, che coinvolse ben 2000 persone e rimasero avvelenate a causa della contaminazione dell’olio di riso commestibile con la sostanza di cui stiamo parlando.

Ed analogo divieto si è gradualmente diffuso anche nel resto del mondo. Ma non in Italia, o almeno non subito, visto che solo nel 1984, con più di 10 anni di ritardo, anche nel nostro paese si è arrivati allo stop della produzione. Insomma, mentre il resto del mondo lo vietava, la Fabbrica Caffaro continuava a farne il suo punto di forza, inquinando in modo irreversibile le terre intorno a Brescia.

Sì, perché questa sostanza non si distrugge, ma rimane impregnata nel terreno e viene trasmessa agli alimenti e di conseguenza alle persone. Non parliamo solo di un’emergenza ambientale, ma anche sanitaria: le analisi del sangue condotte sugli abitanti di Brescia hanno infatti dimostrato un’elevata concentrazione di Pcb, con il rischio di sviluppare gravi patologie, tra cui il tumore al fegato.

Dallo scandalo alla creazione del SIN

Come accade quasi sempre, le sostanze nocive sono state diffuse nell’ambiente tramite gli scarichi delle acque industriali: per decenni la Caffaro ha infatti prelevato l’acqua della falda e l’ha poi scaricata contaminata nelle rogge (canali artificiali impiegati per l’irrigazione), e infatti proprio quell’acqua è stata poi riutilizzata per l’irrigazione, determinando la diffusione degli inquinanti nei suoli, specialmente a sud dell’azienda. Nel 2001, grazie ad una nota inchiesta giornalistica, è scoppiato lo scandalo: la Procura di Brescia ha avviato le indagini e ha scoperto che lo stabilimento chimico era responsabile di un grave inquinamento ambientale e sanitario, causato dalla produzione e dal deposito dei Pcb, ma anche di altre sostanze tossiche e cancerogene, come cromo, mercurio e clorati.

Fonte: MASE

Nel 2003, è stato quindi costituito il SIN (Sito di Interesse Nazionale) per la bonifica della zona “Brescia – Caffaro”, nell’area a sud-ovest della città. Si è scoperto che il sito contaminato non era solo quello nelle immediate vicinanze della fabbrica, ma anche altre località come Castel Mella, Capriano del Colle, Passirano e Flero. Anche queste aree erano infatti contaminate dall’inquinamento delle falde acquifere e dagli scarti della produzione. Basti pensare alle discariche nella zona di Passirano, dove tra il 1982 e il 1984 sono stati seppelliti i fusti contenenti le scorie derivate dalla produzione dei Pcb.

Nel corso del tempo, ci sono stati anche dei tentativi di rivitalizzare la produzione. Nel 2011 una nuova azienda ha cercato di conservare il marchio iniziando a produrre clorito di sodio, un disinfettante che serve per la potabilizzazione delle acque. Sono però bastati pochi anni, perché l’ARPA lanciasse un nuovo allarme: le sostanze inquinanti nell’area secondo diverse fonti erano addirittura aumentate fino al 500%, superando il limite industriale consentito.

Nel 2019 la fabbrica è stata quindi nuovamente sequestrata e la produzione è cessata una volta per tutte.

La promessa di una bonifica mai realizzata

Ad oggi però la Caffaro, nonostante non produca più elementi chimici, continua a garantire il funzionamento della barriera idraulica, una struttura per la messa in sicurezza delle acque di falda.che non si può interrompere, altrimenti all'inquinamento passato se ne potrebbe aggiungere uno nuovo di dimensioni enormi. Questo fattore ha ritardato di molto le operazioni di bonifica.

Quello che è certo, però, è che in 20 anni non c’è mai stata un’azione concreta di bonifica per le falde acquifere. Da una grafica pubblicata uno studio dell'Arpa del 2023 si può notare come solo una piccolissima zona sia stata bonificata. Ci troviamo in una situazione in cui anche i giardinetti pubblici e delle scuole diventano pericolosi.

Fonte: MASE, 2023

Il Comune di Brescia ha stilato un vero e proprio elenco tra cui: non consumare carne allevata e alimenti coltivati nelle zone contaminate; non utilizzare il terreno per scopi agricoli o ricreativi; non utilizzare l’acqua delle rogge; non far pascolare gli animali. Nel 2001, quando è scoppiato lo scandalo, ai contadini e agli imprenditori locali sono stati sequestrati i terreni agricoli e i bestiami distruggendo anni di lavoro e sacrifici. Oggi, a distanza di più di vent’anni, la verità è che la zona SIN Brescia-Caffaro vive ancora nell'incertezza e continua ad aspettare una bonifica mai realizzata.