A Chieti una trasfusione di sangue in utero ha salvato la vita a un feto a rischio di anemia

Un lavoro di squadra che ha permesso di portare a termine un intervento complesso e delicato, ma che si è concluso nel migliore dei modi: il bambino ora è fuori pericolo e la madre potrà portare a termine la gravidanza in tranquillità.
Giulia Dallagiovanna 8 Giugno 2021
* ultima modifica il 08/06/2021

Un bambino che rischiava di morire ancora prima di nascere e una trasfusione in utero che lo ha salvato. È accaduto alla Clinica di Ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Chieti, diretta da Marco Liberati. E anche se non è la prima volta al mondo, si è trattato comunque di un intervento delicato che solo pochi centri in Italia, specializzati in medicina prenatale, sono in grado di effettuare. E c'è il lieto fine: mamma e figlio oggi stanno bene e la gravidanza potrà essere portata a termine in modo naturale.

La donna si trovava alla 29esima settimana di gestazione, ovvero al settimo mese, quando le è stata diagnosticata una grave patologia immunitaria che rischiava di provocare l'anemia nel feto. I globuli rossi presenti nel sangue del bambino, infatti, venivano riconosciuti come elementi estranei dal corpo della madre che di conseguenza li distruggeva. Il flusso sanguigno quindi aveva iniziato a perdere di velocità e il cuore, trovandosi con una scarsa quantità di ossigeno, risultava affaticato. Il rischio quindi era di scompenso cardiaco e di aumento della pressione venosa.

Inoltre, erano stati rinvenuti anche dei versamenti, a conferma del fatto che l'anemia fosse grave e stesse mettendo in pericolo la vita stessa del bambino. Così, i medici hanno deciso di intervenire subito con una trasfusione di sangue intra uterina, utilizzando i vasi del cordone ombelicale.

Il rischio per il bambino era di scompenso cardiaco, aumento della pressione venosa e anche di morte

"Abbiamo messo in campo un lavoro di squadra straordinarioha sottolineato Francesco D’Antonio, professore associato di Ginecologia e ostetricia, specialista in diagnosi e terapia fetale e gravidanze a rischio – perché il sangue da trasfondere deve subire una preparazione assai complessa, che è stata eseguita dal Servizio immunotrasfusionale".

Anche in sala operatoria era presente un'équipe composta da ginecologi, ostetriche, ma anche anestesisti e neonatologi che avrebbero dovuto intervenire nel caso in cui si fosse reso necessario anticipare il parto. Per fortuna, invece, non si sono verificate complicanze durante la procedura e ora madre e figlio potranno vivere insieme le ultime 12 settimane di gravidanza.

Fonte| Asl Lanciano, Vasto, Chieti

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