Alle Olimpiadi del ’68 il silenzio di un pugno guantato di nero che, per un momento, zittì razzismo e discriminazione

Il podio dopo la finale dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 fu uno dei luoghi sportivi da cui partì il moto di ribellione in favore dei diritti degli afroamericani. Non solo il guanto nero alzato al cielo da Tommie Smith e John Carlos: il terzo protagonista della storia fu Peter Norman, bianco e australiano, che si unì alla protesta sfidando tutti, anche il proprio paese.
Rubrica a cura di Kevin Ben Alì Zinati
11 settembre 2020

Siamo fatti, anche, di sport. Perché le medaglie, i record e le imprese molte volte hanno volato più in là di un podio, oltrepassando la pista di atletica o lo stadio. Nel grande e impolverato libro dello sport ci sono pagine ingiallite e sacre che raccontano come un gesto di un atleta, una vittoria o purtroppo anche un incidente abbiano di fatto indirizzato la storia di tutti noi. Non esagero se dico che il mondo che conosci è costruito con diversi pezzetti presi dall’universo sportivo. Uno di questi lo puoi trovare nel grande librone che ti dicevo alla pagina 1968. È l’anno delle Olimpiadi di Città del Messico, è il 16 ottobre, è la finale dei 200 metri.

Ai blocchi di partenza tutti gli altri atleti danno uno sguardo prima alla folla che popola gli spalti dello Stadio Olimpico, poi ai due giganti che stanno lì accanto a loro. Sono Tommie Smith, detto “The Jet”, e John Carlos. Sono loro i due favoriti, entrambi americani ed entrambi neri. È un dettaglio importante perché quelli erano anni agitati. Se ci pensi, le battaglie per i diritti civili e per quelli degli afroamericani incendiavano le strade e le città, Martin Luther King era stato assassinato pochi mesi prima e dopo di lui avevano sparato anche a Bobby Kennedy ma già nel ’65 per le strade di Selma, in Alabama, si urlava per il diritto al voto dei neri.

I pronostici dei bookmakers e degli addetti ai lavori non vengono traditi e Tommie Smith e John Carlos dominano la gara. O quasi, perché a pochi metri dal traguardo Carlos non ce la fa più, cede, e viene superato da un bianco, un australiano che corrisponde al nome di Peter Norman, il più forte nel suo paese. Il podio è fatto: Smith in cima, con al collo la medaglia d’oro, dietro di lui l’australiano e l’amico Carlos, con il bronzo. Due neri e un bianco.

Come il diamante del campo di baseball, il dischetto del rigore, la lunetta del tiro da libero, il podio è uno dei luoghi iconici dello sport. Segna i vincitori, i più grandi, i più forti, quelli a cui ispirarsi, i miti e le leggende, specie se ci salgono alle Olimpiadi. Per alcuni è anche il luogo più solitario, per altri è quello da cui far partire la voce sopra il caos e la folla, sopra tutto. Così, quando i tre atleti salgono sui rispettivi gradini, succede qualcosa che nessuno si aspettava. Nessuno. Con le medaglie al collo e l’inno The Star-Spangled Banner che riempie lo stadio, Smith e Carlos rivolgono il loro sguardo verso la bandiera, poi abbassano lo sguardo e alzano il braccio al cielo. Smith il destro, Carlos il sinistro, entrambi con una mano ricoperta da un guanto nero. La voce si alza forte. Anzi, la protesta silenziosa per i diritti civili, come un tornado, scombussola lo stadio, poi si alza, lo sorpassa e si dirige prepotente verso il mondo.

Erano gli anni delle proteste per i diritti civili, Martin Luther King era stato assassinato pochi mesi prima, così come Bobby Kennedy

I due atleti hanno pensato a tutto. Sul podio sono saliti senza scarpe per alludere allo stato di povertà in cui versano gli afroamericani, Smith ha una sciarpa, rigorosamente di colore nero, sul petto di Carlos brilla invece una collana di perle, un’allusione alle pietre dei linciaggi. L’idea prevedeva che entrambi alzassero tutte e due le braccia al cielo in segno di protesta ma si erano portarti solo un paio di guanti e così se lo divisero. Se guardi la foto puoi facilmente notare che non alzano la stessa mano.

Due neri e un bianco: questa storia ha tre protagonisti. Perché il gesto di Smith e Carlos è una provocazione enorme, un urlo in mezzo al silenzio. Ma quello di Peter Norman fu uno vero squarcio. Sul podio c’era anche lui, l’atleta che veniva dall’Australia, un paese dove razzismo e discriminazione verso le popolazioni aborigene erano argomenti ancora scottanti. Peter Norman però è un’uomo già proiettato nel futuro, un illuminato, e sta dalla parte dell’umanità, del rispetto della dignità altrui. Peter Norman crede nel gesto dei due afroamericani. Tanto da farsi dare una spilla del Progetto per i Diritti Umani e se l’appunta sul petto, sul lato del cuore. Il black power si diffonde.

Dilaga ovunque, fa il giro del pianeta. Perché quello dei due atleti neri e uno bianco è un gesto forte, che porta sotto i riflettori un problema, un’ingiustizia, che non è solo un problema o un’ingiustizia di pochi, non è relegata in un cantuccio del mondo, riguarda tutti. Il coraggio dei tre atleti fu immenso e rappresentò uno dei passi verso quel concetto di integrazione che purtroppo latita ancora oggi.

Parlo di coraggio, sì. Tommie Smith e John Carlos furono sospesi dalla nazionale, subirono critiche e minacce e vennero fondamentalmente scaricati dalla società. A Peter Norman andò peggio perché fu eliminato dalla sua Australia e dallo sport di cui era l’alfiere, il campione, con record imbattuti anche per 40 anni. Rischiò di perdere una gamba a causa di una cancrena, visse nell’alcolismo e convisse con la depressione. Morì, a 64 anni, per un infarto e al funerale furono Smith e Carlos a trasportare il feretro fino al cimitero.

Ci vuole coraggio per rompere i muri. La potenza del messaggio di Smith, Carlos e Norman è arrivata fino ai giorni nostri, pensa alla protesta silenziosa dei giocatori di football, di colore, inginocchiati sui campi per urlare contro la morte di George Floyd per mano della polizia. Coraggio: i cambiamenti passano da qui.

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Giornalista fin dalla prima volta che ho dovuto rispondere alla domanda “Cosa vuoi fare da grande”. Sulla carta, sono pubblicista dal altro…