La borraccia di Bartali e Coppi: un istante che da 70 anni ispira la sportività, nello sport e nella vita

Nel 1952, durante una tappa del Tour de France, i due campionissimi furono immortalati in una scatto diventato leggendario: rivali sulla bicicletta e ideologici emblemi delle due fazioni in cui era spaccata l’Italia, i due ciclisti si passano una borraccia piena d’acqua in un gesto che è diventato il simbolo della sportività oltre le vittorie e i podi.
Rubrica a cura di Kevin Ben Alì Zinati
25 settembre 2020

C’è una rete che li mette uno davanti all’altro, oppure una linea tracciata su un rettangolo verde o su un parquet. Altre volte ci sono una partenza e un arrivo e in mezzo una manciata di secondi che decidono il vincitore e quello che non ha vinto. Il più forte e quello che sta dietro. La rivalità è la magia dello sport e quando di fronte si ritrovano i campionissimi, i due più grandi alfieri di quell’arte, la storia si fa leggenda, gli atleti si trasformano in semidei invincibili e ogni gesto è un atto degno della memoria sempiterna del racconto epico.

Un po’ come è successo per Gino Bartali e Fausto Coppi e quella borraccia che i due ciclisti si passarono il 6 luglio del 1952, durante il Tour de France, mentre pedalavano da Bourg d’Oisans a Sestriere. Bartali e Coppi erano i Messi e i Cristiano Ronaldo, i Federer e Nadal della bicicletta: 5 Giri d’Italia Coppi e 3 Bartali, 2 Tour de France a testa, 4 Milano-San Remo Bartali e 3 Coppi. Insomma, erano i più grandi. Ed erano rivali.

A dividerli non c’erano solo podi e vittorie. Bartali e Coppi erano gli emblemi ideologici delle due fazioni che disegnavano il confine tra gli italiani. Il socialismo pervaso di progresso e voglia di futuro che traspariva dal sudore di Coppi e il contraltare Bartali, l’Airone, uno tutto d’un pezzo tirato su a tradizione e cristianesimo.

Eppure ci fu quel momento. Quel gesto che cambiò per sempre il ciclismo, la loro storia e quella di tutti coloro che ai due campioni guardavano traendone ispirazione. Quel pomeriggio di luglio di 70 anni fa, in Francia, il fotografo Carlo Martini impressionò sulla pellicola della sua macchina fotografica un attimo dentro cui ci stava una vita. Coppi davanti, in salita, stremato, che allunga la mano destra dietro di sé, non nel vuoto, verso il rivale Bartali, che lo tallonava dietro di pochi centimetri. Non lo guarda ma gli allunga una borraccia.

Coppi e Bartali erano i più grandi della Bicicletta. Ed erano rivali.

Erano rivali, no? Eppure quel gesto disse altro. Raccontò di una sportività più forte delle vittorie, dei primi o secondi posti, di una lealtà fra atleti e uomini, forgiati nel rispetto di sé e dell’avversario che più di tutto è colui che ispira la l’ambizione a allenarsi più forte, a spingere di più, a fare un passo oltre quel limite. Oggi il fair-play, il gioco corretto, è spesso sulla bocca di tutti i cronisti e puoi vederlo anche sui campi, al centro del ring, sulle piste di atletica. C'è ed è vero, come lo è altrettanto il suo opposto, il segreto di pulcinella, e cioè che spesso quella stretta di mano è una pura facciata.

Fu una montatura? Si dice che il fotografo istruì per bene i due ciclisti costruendo uno scatto ad hoc, originale e diverso da tutti gli altri. Può essere, forse no, chissà. Forse non interessa. Conta ciò che quell’immagine racconta. Uno spazio fisico annullato, quello tra le ruote di due biciclette, una rivalità sublimata in elegante sportività, un mondo prima diviso e poi unito, in un istante lungo 70 anni e oltre.

Questo articolo fa parte della rubrica
Giornalista fin dalla prima volta che ho dovuto rispondere alla domanda “Cosa vuoi fare da grande”. Sulla carta, sono pubblicista dal altro…