Yusra Mardini, la diciassettenne che si tuffò nel mar Egeo da nuotatrice e ne uscì come rifugiata e simbolo di speranza

Scappava dalla guerra in Siria e dopo aver pagato gli scafisti, si imbarcò su un gommone per raggiungere l’isola di Lesbo. Quando il motore si ruppe Yusra Mardini insieme alla sorella Sarah e a quattro uomini diventarono motori umani e spinsero l’imbarcazione fino a terra, salvando tutti gli altri migranti. Giunta a Berlino ritornò in vasca e partecipò alle Olimpiadi di Rio rappresentando la squadra dei rifugiati.
Rubrica a cura di Kevin Ben Alì Zinati
20 Novembre 2020

Quando si è gettata in acqua, quella notte d’estate del 2015, la diciassettenne Yusra Mardini non sapeva che quel tuffo avrebbe cambiato per sempre il suo destino, quello di sua sorella Sarah e di altre decine di persone. Yusra nuotava fin da quando era piccola. I suoi genitori erano convinti che una bambina, in Siria, avesse due strade per garantirsi un futuro, lo sport o lo studio, e così la spinsero su entrambi.

Tra i banchi Yusra era diligente e curiosa, ma era tra le corsie della piscina che spiccava sopra gli altri. Forse per la passione trasmessale del padre, anch’egli nuotatore, forse per qualche filamento speciale nel suo Dna, fatto sta che Yusra Mardini divenne presto una promessa del nuoto. Nel 2012, quando aveva solo 14 anni, era in Turchia, a rappresentare il suo paese ai campionati del mondo di nuovo in vasca corta, in mezzo ai più grandi e l’universo delle piscine cominciò ad annotarsi il suo nome sui taccuini.

Per Yusra, quindi, un tuffo era un tuffo, era l’inizio della gara, l’ingresso in un mondo governato dalle regole dell’acqua e dove si rifugiava per prendere una pausa dalla realtà: mentre la testa è avvolta dal silenzio e le braccia mulinellano squarciando l’acqua, tutto va bene, tutto è al suo posto.

Poi però il mondo fuori prese una piega diversa e mise la Siria al centro di uno dei più duri e terribili conflitti del nostro tempo. Le bombe piovvero sopra le scuole, sopra le persone e dentro le piscine. Damasco bruciava e cadeva a pezzi come la casa di Yusra e più i giorni passavano più aumentavano i buchi e le macerie sulla strada di Yusra verso il suo futuro. La morte era troppo vicina così lei e la sorella Sarah non poterono fare altro e scelsero di partire.

Se vivi tra le bombe e il tuo paese non gode esattamente di agio e privilegi internazionali, partire non significa solo abbandonare a un destino oscuro genitori, amici e gli anni vissuti fino a quel momento. Quando hai diciassette anni e vivi nella Siria assediata dalla guerra, partire significa pagare gli scafisti e salire su un gommone: salpi e prendi il largo, sapendo cosa lasci ma senza la minima idea di cosa ti aspetta una volta a destinazione, se ci arrivi.

Insieme a un cugino del padre, Yusra e Sarah arrivarono prima in Libano, poi oltrepassarono i confini ed entrarono in Turchia. Da qui, vie “legali” per arrivare in Europa non ce n’erano e come milioni di altre persone investirono gran parte dei loro soldi in un vero viaggio della speranza. Contro la sorte, il mare e la legge si imbarcarono alla volta dell’isola di Lesbo ma la guardia costiera turca li rintracciò e li rispedì a Smirne. Così riprovarono qualche giorno dopo, sotto un cielo d’estate salirono nuovamente uno di qui gommoni che hai visto spesso in televisione e ripresero il mare.

L’imbarcazione tagliava le onde e a rilento si appropinquava nella buia notte sopra il mar Egeo, trasportando loro e una ventina di persone verso l’ignoto. Qualcosa però si ruppe e il barchino si fermò. Il motore aveva ceduto. Immobile in mezzo al nulla, l’acqua cominciò a traboccare dentro e a bagnare i piedi di Yusra, ai bambini arrivò fino alle ginocchia. Il gommone stava affondando, bisognava alleggerirlo eliminando tutto ciò che non era strettamente necessario e gli scafisti, con urla incomprensibili, ordinarono ai passeggeri di gettare in mare i bagagli. Non bastava. C’era ancora troppo peso.

Ti sarà capitato di sognare di trovarti in una situazione di pericolo. Correndo tra le pallottole in una sparatoria, oppure lottando contro le botte di un bullo troppo grande per essere vero anche tu avrai immaginato di dover combattere per la vita. Yusra non lo stava sognando, lo stava vivendo. Nel cuore della notte, in mezzo al mare, scappando dalla guerra su un barcone illegale pieno di altri migranti. Insieme alla sorella Sarah e altri due uomini che sapevano nuotare, si tuffarono in acqua e cominciarono a far andare le gambe. Divennero i motori umani del gommone. Spinsero per più di tre ore, per oltre cinque chilometri nuotando nel buio senza sapere cosa ci fosse attorno e cosa sotto di loro.

Quando la mattina arrivarono in Grecia, il viaggio di Yusra e Sarah proseguì a piedi e con mezzi di fortuna. Non ci fu tempo per metabolizzare l’impresa di aver salvato venti persone disperse in mezzo al mare, la diciassettenne e la sorella un poco più grande non ebbero lo spazio per buttare fuori paura e rabbia e piangere a dirotto. Si rimisero in viaggio, presero la rotta balcanica e attraversano Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria arrivarono poi in Germania, a Berlino. Qui, Yusra e Sarah trovarono una nuova casa, come rifugiate.

Yusra e la sorella Sarah si gettarono in acqua e spinsero il gommone su cui viaggiavano come dei motori umani

Yusra tornò a nuotare ma negli occhi aveva sempre loro, i genitori rimasti in Siria, e quelle venti persone che piangevano e urlavano sul gommone in mezzo al mare. Quando fu annunciato che alle Olimpiadi di Rio 2016 avrebbe partecipato anche una squadra in rappresentanza dei rifugiati, Yusra si candidò, venendo selezionata insieme ad altri 9 atleti. Yusra vinse la sua batteria ma non trionfò in nessuna gara. Non si portò a casa nessuna medaglia dalle Olimpiadi. Furono però i Giochi e i suoi milioni di tifosi a prendere qualcosa dalla giovane atleta siriana. La sua storia fece il giro del mondo e il suo coraggio divenne un simbolo di forza e speranza per tutte quelle migliaia di persone che ancora oggi sono costrette a prendere il mare alla ricerca di una speranza.

Quella notte d’estate del 2015, quando si tuffò in acqua Yusra Mardini era solo una giovane promessa del nuoto diciassettenne in fuga dalla guerra. Quando riemerse, era una rifugiata, una fiera e silenziosa combattente per la pace. E per la vita.

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Giornalista fin dalla prima volta che ho dovuto rispondere alla domanda “Cosa vuoi fare da grande”. Sulla carta, sono pubblicista dal altro…