Camoscio appenninico, dai parchi nazionali arrivano segnali incoraggianti per la specie

Ridotto a poche centinaia di esemplari nel secolo scorso, il camoscio appenninico sta lentamente tornando a ripopolare alcune aree dell’Italia centrale (sebbene rimanga ancora classificato dallo Iucn come specie vulnerabile). Merito anche dei programmi di salvaguardia e di reintroduzione, come quello portato avanti nel territorio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.
Rubrica a cura di Federico Turrisi
10 luglio 2020

Si fa presto a dire camoscio. In realtà, quando si parla di questo animale bisogna distinguere tra due specie principali: il camoscio alpino, assai diffuso nelle montagne del Nord Italia, e il camoscio pirenaico. Quest'ultimo presenta una sottospecie, la Rupicapra pyrenaica ornata, conosciuta comunemente come camoscio appenninico (o camoscio d'Abruzzo, dal momento che la sua popolazione è concentrata per lo più in questa regione). Si tratta, per la precisione, di una sottospecie endemica dell'Italia centrale. Che cosa vuol dire endemica? Vuol dire che è esclusiva di una determinata zona e che non si trova in nessun altro posto sul pianeta.

Il punto è che il camoscio appenninico, a differenza di quello alpino, ha rischiato a più prese tra l'Ottocento e i primi anni del Novecento di estinguersi a causa dell'eccessiva pressione venatoria, fino al 1913 quando l'allora ministro dell'Agricoltura Francesco Saverio Nitti sottopose alla firma del Re un apposito decreto per il divieto di caccia ai camosci, il primo del genere in Italia, al fine di tutelare il "rarissimo ed endemico Camoscio dell'Abruzzo". Ed è tuttora considerato una specie particolarmente protetta, tanto che la sua caccia è vietata ai sensi della legge 157/92.

Il divieto di caccia è però solo un tassello all'interno del piano d'azione nazionale per la salvaguardia del camoscio appenninico, che il comitato italiano dello Iucn (l'Unione internazionale per la conservazione della natura) ha classificato come Vulnerabile. Già, perché il numero di esemplari è ancora piuttosto ridotto.

Come dicevamo prima, la maggior parte dei camosci appenninici vive in Abruzzo. L'unica popolazione naturale si trova nel parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, dove si stima attualmente la presenza di circa 650 esemplari. Quelli presenti nel parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e in quello della Majella sono invece frutto di reintroduzioni compiute a partire dal 1991: se nel 2000 le due popolazioni si aggiravano intorno ai 60-70 individui, oggi siamo sopra al migliaio in entrambi i casi. Più recenti sono invece le reintroduzioni nel territorio del parco nazionale dei Monti Sibillini (a partire dal 2008), dove si è passati dai 30 esemplari degli anni Cinquanta agli attuali 180, e in quello del Parco naturale regionale Sirente-Velino (a parite dal 2003), dove adesso si contano una cinquantina di individui.

Il fatto che il numero di camosci sull'Appennino centrale sia in aumento fa dunque ben sperare e abbassa notevolmente il rischio di estinzione per la specie. Ma non è concesso abbassare la guardia: il bracconaggio e le altre azioni di disturbo da parte dell'uomo sono sempre in agguato.

Questo articolo fa parte della rubrica
Laureato in lettere e giornalista professionista, sono nato e cresciuto a Milano. Fin da bambino ad accompagnarmi c’è (quasi) sempre stato un altro…