Come puoi aiutare in concreto i malati di cancro? La storia di Giuseppe, un volontario LILT

Anche se non sei medico, se non hai mai studiato nulla che riguardi materie sanitarie e non hai mai avuto un’esperienza diretta con un paziente malato di cancro, c’è qualcosa di molto importante che anche tu puoi fare. Mettere a disposizione il tuo tempo libero per aiutare una persona affetta da tumore.
Giulia Dallagiovanna 4 febbraio 2019
* ultima modifica il 04/02/2019

Di solito, quando si pensa alla lotta conto il cancro, vengono in mente i medici che si occupano direttamente dei malati, oppure i ricercatori che in laboratorio sperimentano nuove possibili cure. Non avrai invece pensato a quanto puoi fare tu, ogni giorno. Per questo motivo, vorrei parlarti di chi ha scelto di diventare un volontario per la LILT (Lega italiana per la Lotta contro i Tumori).

Non serve una laurea in medicina o in una qualche professione sanitaria. Non è necessario che tu ti sia già preso cura in precedenza di una persona affetta da tumore. Non è nemmeno richiesto che tu abbia particolare conoscenze scientifiche. L'unico requisito è che tu sia maggiorenne.

Dopodiché puoi lavorare come insegnante, impiegato, idraulico o ingegnere. Quello che conta sul serio è che tu sia pronto a metterti in gioco "con semplicità", come ha raccontato a Ohga Giuseppe Baldessari, volontario per la LILT di Trento da ben 15 anni.

Come si diventa un volontario

Non servono altri requisiti se non avere almeno 18 anni e soprattutto essere disponibili a dedicare parte del proprio tempo all'assistenza ai malati oncologici. Quando ti parlo di assistenza, non intendo un aiuto di tipo medico. I volontari LILT sono impiegati su tutti e tre i fronti sui quali si muove l'associazione: prevenzione primaria, promozione di una cultura della diagnosi precoce e attenzione verso la persona affetta da tumore.

Puoi trovare uno di loro ad accoglierti quando fai visita a una sede della LILT, ti aiuterà a orientarti fra i diversi servizi di prevenzione offerti. Ma c'è anche chi collabora all'organizzazione di eventi di raccolta fondi, chi distribuisce materiale informativo sugli esami diagnostici e chi dà una mano nella diffusione di una cultura della prevenzione, soprattutto in scuole, università e aziende.

Infine, potrai incontrare qualche volontario proprio negli ospedali. Sono accanto ai pazienti e alle famiglie, li aiutano per lo svolgimento delle faccende più pratiche, come il recupero dei farmaci dalla farmacia ospedaliera. E li ascoltano, che è l'aspetto forse più importante.

"I volontari – spiega il presidente LILT Trento Mario Cristofolini – sono l’anima di LILT. Possiamo contare su circa duecento persone che ogni giorno dedicano all’Associazione tempo e impegno in aree diverse. Lo scorso anno abbiamo festeggiato il 60° anniversario ed è grazie alla nostra rete che abbiamo raggiunto questo traguardo. Possiamo contare anche su ben nove Delegazioni sparse su tutta la Provincia Autonoma di Trento, grazie alle quali raggiungiamo le zone meno vicine alle strutture ospedaliere del capoluogo. Tra le diverse attività e servizi di LILT possiamo ricordare la Casa Accoglienza, la prevenzione primaria, la diagnosi precoce, la riabilitazione fisioterapica, il sostegno psicologico, la presenza dei volontari in ospedale e il sostegno alla ricerca. Ogni anno formiamo con due corsi specifici nuovi volontari, che ci
permettono di aiutare i pazienti oncologici in ogni aspetto. Proprio grazie a questo percorso formativi i cittadini acquisiscono le competenze necessarie per mettersi in gioco e aiutare i pazienti oncologici. È sempre doveroso ricordare che sono loro i pilastri su cui poggia la nostra Associazione".

Se vuoi saperne di più su come si diventa volontario LILT e su quale sia la sede più vicina a te, puoi trovare tutte queste informazioni sul sito dell'associazione.

Con le parole di un volontario

Giuseppe Baldessari ha lavorato nel campo della finanza, poi è stato un impiegato e ora è in pensione. Come vedi, non ha nessuno studio di tipo sanitario alle spalle. Aveva solo il desiderio di restituire quello che lui stesso aveva ricevuto.

"Assieme a un'altra quindicina di volontari, sono in servizio al Day Hospital dell'ospedale di Trento – racconta – Lì, c'è una grande sala d'aspetto, dove i malati attendono il proprio turno per capire se sono idonei a sottoporsi alle terapie previste. È in questo momento che tentiamo il primo approccio. Un sorriso, una caramella. Entriamo in punta di piedi, con il massimo rispetto per la persona che abbiamo di fronte. E una caramella è sempre ben accetta."

Se un paziente è giudicato idoneo alla terapia, viene trasferito nell'Iniettorato, un'area del Day Hospital provvista di lettini e poltrone, dove vengono somministrate le cure. "Quando a una persona è stato detto che può prendere i farmaci necessari, entra in un altro stato d'animo e ha anche più desiderio di parlare", spiega Giuseppe. Così, durante le ore nelle quali viene somministrata la terapia, i volontari entrano in contatto diretto con i malati, li ascoltano e cercano di "mettere la malattia in un angolo".

"All'inizio è come se ci fosse una barriera: non sanno chi sei, non ti conoscono, non si fidano. Ma dopo un po' di tempo che si tenta un approccio con semplicità, e soprattutto in modo sincero, i muri cadono. Cerchiamo di trasformarci un po', di adattarci di volta in volta alla persona che abbiamo di fronte".

Già, ma come si parla a un malato che sta attraversando un momento così difficile e delicato della propria vita? Cosa gli si dice? "Non copiamo parole lette sui libri – vuole mettere bene in chiaro Giuseppe – lasciamo che escano dal nostro cuore. Viene fuori quello che abbiamo dentro, che è stato seminato durante gli anni. Anche le nostre esperienze più brutte, perché lo sappiamo quanto fa male il dolore".

Sì, Giuseppe lo sa bene quali sono le situazioni più brutte che ci si può ritrovare a dover affrontare. "Anni fa ho avuto un arresto cardiaco. Ho fatto un viaggetto, diciamo. È stata un'esperienza molto forte e la mia vita è completamente cambiata. Ma ricordo il calore della mano di un'infermiera e la sua voce che diceva ‘è tornato, è tornato'. Non saprei descrivere a parole tutto quello che ho provato, ma questo fatto mi ha portato ad amare le persone e tutto quello che mi circonda. Mi ha dato anche maggiore capacità di entrare in contatto con le persone malate che incontro. Da quel momento so cosa vuol dire il tocco di una mano, un sorriso, una frase sincera. Mi viene naturale farlo e chi ho davanti lo riconosce, anche se non gli racconto mai tutto".

E i pazienti ritornano, due volte, tre, tutte quelle necessarie per completare il ciclo di cure. Così si creano dei rapporti un po' più profondi, una piccola comunità. "Ci sono alcuni di loro che impari a conoscere molto bene, perché rimangono per mesi. Quando ti vedono ti dicono ‘Ciao, come stai?'. Lo chiedono loro a te. Di solito si parla del più e del meno, ma mai della malattia, cerchiamo sempre di metterla in un angolo: meno ci pensano, meglio è. Proviamo anche a favorire l'amicizia fra di loro e a volte nascono dei legami molto forti".

Prima di diventare volontario, Giuseppe e i suoi colleghi hanno seguito un corso di formazione specifico con la collaborazione degli psicologi LILT. Lo psicologo è una figura di supporto che rimane sempre a loro disposizione per il confronto personale e nelle supervisioni mensili previste dalla formazione permanente LILT. Eppure, lui non sembra per nulla stanco: "Fisicamente qualche volta, anche perché inizio ad avere una certa età. Ma psicologicamente no. Anzi, quando torno a casa mi dicono che sembro più sereno. Basta parlare con semplicità e capire quando un malato ha voglia di aprirsi e quando è meglio fare un passo indietro".

Questo racconto è forse il modo migliore per spiegarti chi è e cosa fa un volontario LILT. Lo puoi fare anche tu, se hai voglia di metterti in gioco e a disposizione delle altre persone.  Giuseppe assicura: "Gli incontri che facciamo arricchiscono la nostra anima e ci ripagano di tutto. Saremo sempre noi a essere in debito".

Le informazioni fornite su www.ohga.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.