Farm Cultural Park, il progetto nel cuore di Favara che rigenera il territorio attraverso l’arte e la cultura

Questo centro culturale indipendente, fondato a Favara (in provincia di Agrigento) nel 2010 da Andrea Bartoli e Florinda Saieva, non è solo un esempio di riqualificazione urbana e di servizio per i cittadini. È la dimostrazione che nelle aree interne del Mezzogiorno è possibile dare vita al cambiamento. Basta volerlo e impegnarsi a fondo.
Federico Turrisi 4 Marzo 2021

Che cosa significa immaginare un futuro migliore per la propria città? Coltivare con passione e dedizione un sogno, magari aprendosi alla sperimentazione e uscendo dagli schemi. Piantare il seme della speranza e vederlo germogliare. Potremmo paragonare Farm Cultural Park, centro culturale indipendente sorto nel giugno 2010 a Favara, in provincia di Agrigento, a un fiore sbocciato in mezzo a un terreno considerato arido. I loro ideatori sono Andrea Bartoli e Florinda Saieva, entrambi siciliani (lui di Catania, lei di Favara), con una formazione giuridica alle spalle, ma innamorati di architettura e arte contemporanea.

E pensare che tutto era nato all'indomani di un evento tragico, ovvero il crollo di una palazzina fatiscente nel centro storico di Favara in cui morirono due bambine di 14 e 4 anni. Pochi mesi dopo, l'inaugurazione di Farm Cultural Park incarnava allora per la città ferita un desiderio di rinascita. Col tempo, quello spazio dedicato alla cultura è diventato la seconda attrazione turistica della provincia di Agrigento per numero di visitatori, dopo la Valle dei Templi (che è stata riconosciuta Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco). "Abbiamo sempre considerato la cultura come uno strumento per ridare vita al territorio", sottolinea Florinda, che di recente è intervenuta al festival "Internazionale a Ferrara". Da lei ci siamo fatti raccontare quali valori animano un progetto come Farm Cultural Park.

Quando si parla di arte contemporanea e architettura si pensa quasi sempre alle grandi città, a New York, Londra, Parigi. Che cosa significa invece promuovere iniziative culturali in un piccolo centro come Favara?

Il nostro territorio pare così abbandonato a se stesso, ma in realtà offre tantissime opportunità. Farm Cultural Park è concepito per far crescere la comunità locale; è un progetto per i cittadini, e non solo per i turisti. Le mostre che organizziamo cercano di avere sempre una qualche connessione con la nostra città, e anzi il nostro proposito è quello di far dialogare Favara con il resto del mondo. Ci siamo poi resi conto col tempo di quanto sia importante l’aspetto educativo. Per questo abbiamo portato avanti iniziative come “Sou”, la scuola di architettura per bambini, e “Prime Minister”, la scuola di politica per giovani donne, lavorando sempre tantissimo con le scuole e con le organizzazioni presenti sul territorio. Inoltre, ricevevamo molti studenti universitari che venivano a Favara per seguire dei laboratori. Almeno fino all'anno scorso…

Già, perché l'attuale emergenza sanitaria ha sconvolto la nostra quotidianità e quello culturale è tra i settori che ne ha risentito maggiormente. Come è cambiata la situazione per Farm Cultural Park e con quale sguardo guardate al futuro?

Il mondo della cultura sta soffrendo tantissimo soprattutto per quanto riguarda tutta la parte economica. Le attività si fanno per un pubblico che in qualche modo ci ripaga e aiuta a sostenerci. Da un punto di vista di produzione, però, per noi non è cambiato nulla. La pandemia ci ha spinto ad innescare nuovi processi creativi e collaborativi. L’anno scorso abbiamo riaperto a luglio e fino ad ottobre abbiamo avuto tantissimi visitatori e organizzato diverse attività, festival di architettura compreso. Abbiamo lavorato alla riprogettazione degli spazi, continuando a prenderci cura della nostra comunità. Infine, l’anno scorso ci siamo divertiti sui canali social a portare avanti il progetto “Fabbricare Fiducia”, che poi si è trasformato in un libro. Abbiamo chiesto inizialmente a un gruppo di 100 amici qual era la loro visione sul mondo e sul futuro, a partire da come avremmo potuto reagire a questa pandemia. Il bello è che sono sorte poi tante fabbriche della fiducia. Insomma, anche se da ottobre a oggi siamo rimasti chiusi al pubblico, non ci siamo mai fermati. Adesso non vediamo l’ora di riaprire a fine marzo con "Countless City", la biennale delle città del mondo.

Che cosa significa sostenibilità per voi? Come si unisce al tema della valorizzazione del territorio?

Una domanda che ci fanno spesso è: come vi sostenete? In questo caso il termine sostenibilità viene inteso in chiave economica. Dal nostro punto di vista, va inteso invece a 360 gradi, a partire dall’attenzione per l’ambiente. Ma poi c’è tutta la dimensione sociale: a me e mio marito fanno i complimenti per il progetto, ma i meriti vanno condivisi con la città e con tutta la comunità. Noi abbiamo visto in Farm Cultural Park una possibilità di futuro, un modo per restituire una nuova identità a Favara. Se poi vogliamo parlare dell'aspetto economico, allora dico sempre che quello che abbiamo fatto noi è stato costruire un’impresa per consentire agli altri di fare gli imprenditori. Si tratta di un investimento sul futuro. Magari non ci dà un ritorno economico immediato, ma non era questo che ci interessava. Piuttosto, bisogna tenere in considerazione la crescita degli altri e soprattutto delle generazioni future.

Farm Cultural Park può essere considerato un esempio di contrasto al fenomeno dello spopolamento delle aree interne del nostro Paese?

Assolutamente sì. È un tema molto sentito qui a Favara. Attorno a Farm Cultural Park sono nate diverse microimprese che hanno permesso a molti giovani di rimanere, o quanto meno di provarci, e noi vogliamo proporre un modello replicabile anche altrove. In un contesto come il nostro, cresci spesso sentendoti dire che le cose non cambieranno mai e che devi aspettarti che sarà sempre qualcun altro a cambiare le sorti della tua città, del tuo paese. Se invece ci impegniamo e ognuno ci mette del suo, i progetti prendono vita. E Favara ne è la dimostrazione. Quando dico che con Farm Cultural Park abbiamo restituito la dimensione della possibilità alla città, significa che si è innescato un processo virtuoso per cui è stato scardinato quel modo di pensare “la città non merita niente, a Favara non cambierà mai niente”. Questo per noi è il risultato più importante.

Foto di Farm Cultural Park