La storia di Massimiliano, una vita per il sociale: “I giovani del Mozambico mi hanno insegnato a ridere con nulla”

Una vita spesa per il sociale: Massimiliano, 28 anni, racconta a Ohga i suoi viaggi, le emozioni provate, le persone che ha incontrato. Estati all’insegna del volontariato e la consapevolezza che c’è sempre tanto da fare.
Emanuele La Veglia 21 luglio 2020

Entusiasmo, grinta e passione: è questo che muove Massimiliano Nappi, 28 anni, in giro per il mondo, dall'Africa all'isola di Lesbo. Devi sapere che da anni opera nel sociale e che di recente ha ricevuto, insieme ad altri giovani, l'attestato di Mediatore per l'Intercultura e la Coesione Sociale, alla presenza del ministro dell'Università Gaetano Manfredi. Dietro questo traguardo ci sono non una, ma tante storie che si intrecciano e che potrai scoprire direttamente dalle sue parole. Ecco cosa ci ha raccontato.

Massimiliano, com’è nata la tua passione per il volontariato?

Quando avevo 17 anni mi invitarono alla Scuola Di Pace, un progetto della Comunità di Sant’Egidio dedicato ai più piccoli. Lì incrociai gli occhi di un bambino, Salvio, che mi aprirono un mondo che non avevo mai immaginato. Quell'incontro ha cambiato la mia vita e ho capito che c'era tanto da fare.

Con il programma Bravo si possono iscrivere all’anagrafe i bambini "invisibili" del Malawi

Malawi, Mozambico… come si sono svolte le tue esperienze in Africa?

Nel 2013 e nel 2015 sono partito per dare una mano nel centro nutrizionale di Matola, in Mozambico, che permette a circa 600-700 bambini di consumare l’unico pasto della giornata. In Malawi invece ho collaborato al Programma Bravo, per iscrivere  all'anagrafe i bambini "invisibili", procurando loro un certificato di nascita e quindi più sicurezza e diritti. Per noi può sembrare scontato essere riconosciuti sin dalla nascita, ma in quei villaggi non è così. In Africa iscrivere i bambini all'anagrafe significa salvargli la vita.

In Africa iscrivere i bambini all'anagrafe significa salvargli la vita.

Massimiliano Nappi

Cosa ti porti dentro da allora?

Una storia che porterò sempre con me è quella di Denesia, conosciuta durante le visite agli anziani del villaggio. Una volta a settimana va a lavorare in una fattoria per guadagnarsi da vivere e vive su una stuoia di paglia all’aperto. Quando ci ha visti arrivare ha iniziato a sorridere e ha deciso di assegnare ad ognuno di noi il nome di un clan della zona perché tutti devono averlo nel villaggio. A me è toccato "Abanda” che si usa per persone estroverse.

Massimiliano in Africa per riportare sorrisi

Hai fatto tanto anche per la tua città, Napoli. A quale esperienza sei particolarmente legato?

Ogni sabato con Fabrizia, Francesca e Raffaele portiamo 40 adolescenti a visitare gli anziani nelle case di riposo, facciamo festa insieme e ascoltiamo le loro storie. L’amicizia tra giovani e anziani cambia il mondo, cambia la nostra città e abbatte un muro di pregiudizi. Tanti ragazzi con situazioni difficili hanno trovato dei punti di riferimento negli anziani, sono dei punti fissi. Prima si va dagli anziani e poi si esce con gli amici o con la fidanzatina. Ora sanno quanto possono essere importanti per la vita di qualcun altro, anche se sono solo adolescenti.

Di recente sei stato a Lesbo dove hai toccato con mano la voglia di riscatto dei rifugiati. Cosa hai visto nei loro occhi?

Il campo profughi di Moria è quel posto nel mondo che non dovrebbe esistere. Ventimila persone vivono in uno spazio pensato per 3-4mila. Se sei fortunato vivi in una tenda e non è piacevole quando d’inverno ci sono 2 gradi o d' estate con 35 gradi. Sono tanti i ragazzi lì che vorrebbero studiare, lavorare, dare un senso alla propria vita ma sono bloccati in una terra di mezzo, in un limbo. In una settimana siamo riusciti a portare circa 1000 persone fuori dal campo profughi per passare un momento di festa e di aggregazione, per consumare un pasto caldo in un luogo chiuso. Qualcuno di loro ha detto che prima di incontrarci aveva dimenticato che significava essere felice.

Dopo queste esperienze tornare alla vita di sempre non è più la stessa cosa, non può esserlo.

Massimiliano Nappi

Quest'estate incontrerai di nuovo alcuni di loro.

Grazie al progetto dei corridoi umanitari della Comunità di Sant'Egidio, oltre 50 persone hanno lasciato il campo profughi di Lesbo per venire in Italia, tra cui una famiglia di rifugiati afghani che abbiamo conosciuto lì: mamma, papà e due bimbi piccoli. Ripartiranno da Napoli e per loro stiamo costruendo una rete solidale di accoglienza che possa permettere ai genitori di cercare un lavoro e ai figli di andare da scuola. Ad agosto torneremo a Lesbo: la nostra sarà un'estate solidale.