“Non esiste un cibo sano in assoluto”: intervista al professor Remuzzi di Italian Institute for Planetary Health

Nel nostro Paese si vive più a lungo grazie all’alimentazione e al Sistema sanitario nazionale, ma la questione non è insegnare la dieta mediterranea al resto del mondo, bensì capire quale regime alimentare sia più sano per ogni popolo. Bisogna riscoprire le sue tradizioni e sfruttare quello che la Terra fa crescere nelle diverse zone. Salute dell’uomo e del Pianeta sono indissolubilmente legate.
Giulia Dallagiovanna 6 febbraio 2020
Intervista al Dott. Giuseppe Remuzzi direttore Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS e vice presidente Italian Institute for Planetary Health

Da un lato c'è l'alimentazione sana, dall'altro la difesa dell'ambiente. Ma sono davvero due ambiti separati?

"L'uomo è uomo in quanto ci sono le api", conferma il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS e vice presidente dell'Italian Institute for Planetary Health, inaugurato a novembre 2019. È la prima iniziativa di questo tipo al mondo e si occuperà di trovare un regime alimentare sano e sostenibile per ogni popolazione della Terra. Proprio di quella Terra che dobbiamo proteggere, anche e soprattutto cambiando radicalmente la nostra dieta. Altrimenti ogni altra battaglia, ogni altra grande scoperta scientifica, ogni nuova cura per una patologia grave risulteranno inutili. Pensa che da piccoli insetti come le api dipende il 70% dell'agricoltura, ovvero del nostro cibo. Il legame tra la salute del Pianeta e quella dell'uomo è ormai indissolubile e il mondo della ricerca ne prende atto, con questo nuovo istituto.

"È una società consortile creata tra l'Istituto Mario Negri e l'Università Cattolica, che saranno anche le due sedi fisiche dell'Italian Institute – ha spiegato Remuzzi a Ohga. – Si tratta proprio di una joint venture tra persone che si occupano di Ricerca e di Scienze della Vita e un'università che ha la cultura e gli strumenti che servono".

Professor Remuzzi, sul sito dell'Istituto Mario Negri si legge che la cattiva alimentazione provoca più morti di droga, fumo, alcol e rapporti sessuali a rischio. È vero?

È assolutamente così ed è proprio il dato da cui siamo partiti. Studiamo da anni i pericoli dei farmaci, siamo molto impegnati sul fronte della lotta al tabagismo e portiamo avanti campagne contro l'abuso di alcol e di sostanze stupefacenti. Però il cibo assunto e consumato in modo sbagliato uccide di più. Non solo, ma circa il 30/40% dei tumori può essere prevenuto mantenendo uno stile di vita sano, del quale fa parte anche la dieta.

Il professor Giuseppe Remuzzi, diretto Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS e vice presidente Italian Institute for Planetary Health. Credits photo: segreteria Istituto Mario Negri

Quindi dobbiamo dimenticarci il piacere di mangiare e guardare solamente ai nutrienti che un alimento contiene?

Al contrario. Pensiamo sempre alle diete in senso punitivo, con porzioni più ridotte e cibi poco gustosi, perché circola l'idea che quello che fa bene al nostro organismo non possa essere anche buono. Uno degli obiettivi dell'Italian Institute for Planetary Health è anche occuparci di questo aspetto, naturalmente attraverso persone competenti.

Qual è quindi lo scopo dell'Italian Institute for Planetary Health?

Abbiamo voluto raccogliere la sfida del futuro, cioè quella di occuparci di quello che mangiamo con lo stesso rigore scientifico con il quale affrontiamo la ricerca sui farmaci. Ciascuno di noi mangia ogni giorno e con questa azione introduce delle sostanze chimiche all'interno del nostro organismo, che noi vorremmo interpretare come fossero dei medicinali, perché nella sostanza è così. I prodotti farmacologici qualche volta fanno bene, oppure né bene né male, ma possono anche provocare la morte. Tutto dipende dalle quantità e dalle circostanze nelle quali vengono assunti. E lo stesso discorso vale per il cibo.

Bisogna capire quale reazione produce nel nostro corpo quello che ingeriamo. Ad esempio, quale effetto possa avere sui geni che governano la funzione di ciascuna delle nostre cellule, che dipende dal nostro assetto genetico, ma anche dall'epigenetica e dalle modificazioni dell'ambiente. Sembra strano, ma lo stesso farmaco assunto in un contesto socioeconomico diverso produce dei risultati differenti e in modo simile agiscono anche gli alimenti.

Ma come mai si è avvertita l'esigenza di unire la salute dell'uomo e quella del Pianeta?

Questo è un momento di grande allarme per tutti gli scienziati del mondo. Siamo preoccupati per la situazione del nostro Pianeta, che sta morendo e forse morirà prima di quando è stato previsto. E il fatto che sia abitato da 7 miliardi di persone che mangiano – qualcuno bene, qualcuno male, qualcuno troppo e qualcuno non abbastanza – influenza per il 25% l'inquinamento prodotto, il consumo di suolo e il micro ambiente. Noi non possiamo agire direttamente sulle emissioni e sul riscaldamento globale, però possiamo modificare il modo in cui ci nutriamo.

Lei diceva che lo stesso alimento assunto in un luogo o in un altro può produrre un effetto diverso, potrebbe spiegarmi meglio?

Il cibo non fa bene in senso assoluto. Molto dipende dal contesto, da quanto ne mangiamo o con cosa lo abbiniamo. Prendiamo come esempio l'olio che fa bene, ma entro certi limiti e poi si parla di un dertminato tipo di olio e vi sono delle regole precise da seguire. Oppure la frutta e la verdura: qualcuna fa bene se mangiata cruda, altra invece deve essere cotta prima per liberare quelle sostanze di cui abbiamo bisogno. L'insalata poi ha proprio bisogno dell'olio d'oliva per permetterci di assorbire meglio i suoi effetti benefici. E naturalmente tutto questo viene influenzato dal contesto socioeconomico in cui ci si trova, dall'ambiente in cui si vive e dalle possibilità che si hanno di accedere o meno a determinati cibi.

Non esiste quindi un regime alimentare che vada bene per tutti? Nemmeno la dieta mediterranea?

La dieta mediterranea va benissimo per i Paesi che fanno parte dell'area del mar Mediterraneo. Noi però vorremmo portare le persone a riscoprire le tradizioni alimentari che appartengono al passato del loro popolo. Non possiamo pretendere che gli abitanti dell'India mangino come mangiamo noi, però possiamo imparare dalla loro storia o da quella di Cina, Corno d'Africa e del resto del mondo come in ciascuna zona ci si dovrebbe nutrire. Questo serve per sia per arricchire la nostra dieta, che per immaginare dei regimi alimentari che possano risultare piacevoli per chi ha sviluppato una cultura culinaria e dei gusti diversi dai nostri. Mangiare deve rimanere un piacere e la sfida è proprio fare in modo che lo diventi anche per chi, al momento, soffre la fame, che è l'altro grandissimo problema che dovrà essere affrontato a livello mondiale.

Ad esempio, le popolazioni precolombiane del Messico seguivano una dieta particolarmente interessante, che noi vorremmo studiare. E per questa ragione l'Istituto Mario Negri ha avviato la collaborazione con l'Università Cattolica e nello specifico con il Policlinico Gemelli, ma anche con le altre sedi dell'ateneo. In quella di Piacenza hanno gruppi di ricerca che si occupano proprio del settore alimentare e questa sinergia vorrebbe condurre a rendere l'Italia un laboratorio per il mondo, dove imparare i principi di un'alimentazione corretta e salutare, per l'uomo e per il Pianeta.

L'Italia può quindi diventare un punto di riferimento?

Questo è il secondo Paese al mondo dove si vive più a lungo. E lo dobbiamo sia al tipo di alimentazione che seguiamo, che al Servizio sanitario nazionale: le due condizioni che ci permettono di porci come esempio per il mondo. Non avremmo potuto inaugurare questo stesso istituto negli Stati Uniti, dove le abitudini alimentari non sono buone e la Sanità non è gratuita, con il risultato che le persone si ammalano di più e vivono di meno. L'Italian Institute for Planetary Health vuole valorizzare degli strumenti che non ci rendiamo nemmeno conto di avere e il sogno sarebbe quello di mettere l'Italia al centro del mondo come modello da seguire. Non tanto per quanto riguarda la dieta mediterranea, ma come laboratorio dove elaborare delle linee guida e delle indicazioni che possano aiutare anche chi vive in Paesi più svantaggiati a mangiare meglio e spendere meno, riscoprendo le proprie tradizioni.

Come mai avete scelto proprio l'Università Cattolica?

Questo istituto è aperto a tutti gli atenei, perciò chiunque può contattarci e collaborare con noi. L'Università Cattolica però è stata scelta perché papa Francesco, con la sua enciclica Laudato si', è stato il primo a dire in modo ufficiale che ciascuno di noi deve fare attenzione, perché abbiamo pochi anni per salvare il Pianeta. Inoltre, ha affermato che non è tanto importante l'uomo in quando essere umano, ma in relazione con gli altri essere viventi, dai microbi che porta addosso ai pesci del mare. Una prospettiva che cambia, completamente.

Abbiamo poi raccolto l'interesse e l'attenzione da altre Università, corsi di laurea e privati che si occupano di alimentazione. Vogliamo dare vita a un network con tutte queste forze del nostro Paese, in modo che possano partecipare a questa avventura, portando ciascuno il proprio contributo.

La priorità dei ricercatori deve essere la salvaguardia del Pianeta?

Ci sono tantissime ricerche importanti in corso in questo momento, come quelle sui tumori. Ma ogni risultato diventa inutile se il mondo finisce perché non lo abbiamo saputo proteggere. Durante un incontro aperto a tutti coloro che volevano collaborare, sono venuti anche degli apicoltori, perché dalle api dipende il 70% dell'agricoltura e quindi di tutta la frutta e la verdura che esseri umani e animali hanno a disposizione. Oggi la loro popolazione è diminuita del 90%, ma se non riusciamo a salvare loro è inutile che ci occupiamo di altre battaglie: non ci rimarrebbero che pochi anni di vita.

Ma è davvero possibile sfamare una popolazione globale in crescita in modo ecosostenibile?

Questa è la sfida che vogliamo raccogliere ed è essenziale agire adesso. Se non facciamo nulla ora, non arriveremo in tempo. Ed è solamente cambiando completamente le nostre abitudini alimentari che riusciremo a vincere la partita. Bisogna lavorare bene, raccogliere i dati e ampliare il più possibile le nostre conoscenze. Inoltre, dobbiamo far capire al mondo della politica che sono necessarie decisioni importanti, ma anche che se si trova il coraggio di agire, il ritorno potrebbe essere straordinario. I politici hanno bisogno degli scienziati.

E come si potrebbe fare nel concreto?

Noi siamo partiti dalla EAT-Lancet Commission, un lavoro che la più importante rivista medica, The Lancet, ha pubblicato nel 2019. Qui viene dimostrato l'impatto che una dieta sana può avere sul Pianeta e per ogni tipo di cibo viene indicato quanta CO2 è stata prodotta, quanto consumo di suolo si è verificato, quante risorse energetiche sono state necessarie, il potenziale di acidificazione degli oceani e di generazione di fosforo a causa dei pesticidi utilizzati. Hanno contribuito diversi professori e ricercatori per mettere a punto una dieta ideale. Ora noi vorremmo proseguire, declinando il modello nei regimi alimentari dei vari popoli del Pianeta.

Ogni cittadino quindi saprebbe qual è l'alimentazione più sana e più sostenibile che può seguire?

L'idea è proprio quella di creare un sistema di big data e intelligenza artificiale che classifichi gli alimenti in questo modo e c'è già una parte del nostro istituto che si sta dedicando a questo aspetto. In teoria, poi, ciascuno di noi potrebbe avere a disposizione un'app che gli fornisca tutte le informazioni rispetto a come agisce un cibo sul suo organismo, tenendo presente il genoma, le funzioni biologiche, le condizioni genetiche ed epigenetiche, il suo modello di nutrizione e il contesto sociale. E alla fine sapere quanto si sta contribuendo alla salute propria e del Pianeta.

L'istituto è nuovo, ma avete già ricevuto attenzioni a livello internazionale?

All'Italian Institute for Planetary Health è stata dedicata un'intera pagina di The Lancet e Richard Gordon, il direttore, è venuto a trovarci proprio nel momento in cui abbiamo dato il via all'iniziativa concreta.