Pediatri in cortocircuito in Puglia, il dottor Cavallo: “Troppi tamponi inutili, anche per un raffreddore e per ogni rientro a scuola”

Secondo l’Associazione Culturale Pediatri è necessario un cambio di rotta, soprattutto per quanto riguarda la burocrazia che starebbe gravando sulle spalle dei medici, costretti a certificare il rientro a scuola di ciascun bambino e il reinserimento in comunità anche dopo l’isolamento fiduciario e un tampone negativo.
Kevin Ben Alì Zinati 18 Novembre 2020
* ultima modifica il 19/11/2020
In collaborazione con il Dott. Rosario Cavallo Pediatra e membro dell'Associazione Culturale Pediatri

Al Sud, ma soprattutto in Puglia, l’ecosistema pediatri-tamponi-bambini-scuola sarebbe andato in cortocircuito. Colpa della “eccessiva e inutile burocrazia” a cui sono chiamati i medici di pediatria, chiusi in un circolo vizioso che li costringerebbe “a richiedere tamponi per ogni starnuto e per ogni rientro a scuola, anche quando il bambino si è assentato per motivi famigliari e non di salute. Così abbiamo intasato i laboratori. L’allarme arriva da Lecce, dove il dottor Rosario Cavallo, membro dell’Associazione Culturale Pediatri, si districa tra telefonate, visite e diagnosi ormai fino a sera tardi, convinto e quasi rassegnato all’idea di aver contributo a far implodere il sistema di tracciamento e a rendere la situazione “drammatica”.

Il cortocircuito

Secondo il dottor Cavallo, allo stato attuale delle cose da uno strumento diagnostico la richiesta del tampone si è trasformata più in un’incombenza. “L’impressione è che i pediatri siano stati messi nelle condizioni di richiedere un numero molto alto di tamponi” ci ha spiegato il pediatra leccese, ricordando che quest’estate, “per accompagnare l’apertura delle scuole, ci sono state divulgate delle linee guida che prevedevano una serie di sintomi intesi come potenziali esordi del Covid-19: era però un elenco secco senza alcun tipo di gradualità del sintomo. Se un bambino avesse presentato una congestione nasale o una scarica di diarrea avrebbe potuto dovuto essere considerato infetto”.

E in una fascia di età tra 0 e 5 anni, nella stagione fredda, secondo il pediatra avrebbe significato dunque comprendere nella sintomatologia circa il 95% dei motivi per cui si assenta un bambino. “Abbiamo pensato anche che queste linee guida, con una sintomatologia descritta in modo così minimo, servissero per monitorare in maniera molto stretta la possibile diffusione del virus con la riapertura della scuole sulla base di un sistema di tracing forte e resistente. Ma così non era così perché ci siamo rapidamente resi conto del fatto che il Sistema non reggeva l’aumentata richiesta di tamponi”.

A portare al collasso il sistema (sanitario) e l’ecosistema di cui ti ho raccontato all’inizio avrebbero contribuito, ovviamente in maniera involontaria, anche i due macro mondi dei bambini: la scuola e i genitori. Da un lato, infatti, la richiesta di un certificato di buona salute per il rientro dei bambini tra i banchi suonerebbe sempre più spesso come la campanella che annuncia l’inizio delle code fuori dagli ambulatori e sulla linea telefonica. “Per delibera ministeriale viene richiesto sempre un certificato di riammissione dopo un'assenza per malattia, anche se non è mai stata dimostrata la sua utilitàha continuato il pediatra leccese specificando che "in questo certificato dobbiamo specificare che al rientro il bambino non presenta segni di malattie infettive o diffusive oppure, quando invece i sintomi presentati erano compatibili con la malattia da Sars-Cov-2, che ha praticato il percorso di accertamento previsto". 

Per il dottor Cavallo a questa "incombenza" si deve aggiungere "il malvezzo di diversi Istituti che per Covid-fobia hanno cominciato a richiedere certificati  medici di riammissione anche quando l’assenza è dipesa da motivi familiari o personali e quindi non sanitari. Questo di fatto ha legato le mani ai pediatri. Per poterlo fare i molti di noi hanno dovuto ricorrere a un tampone per ogni minimo raffreddore o ai primi segnali di una banale virosi. Le richieste di tamponi nel giro di poco sarebbero così raddoppiate se non triplicate “rallentando e mandando in crisi il sistema di tracciamento”.

In più, aggiunge, in quasi tutta Italia anche la riammissione in comunità dei bambini che hanno superato il periodo di isolamento fiduciario sarebbe comunque vincolata a un parere positivo da parte del pediatra. “Ma se il dipartimento di prevenzione ha decretato i termini di isolamento e ha spesso eseguito un tampone, la nostra certificazione quale valore aggiunto crea? L’unico risultato sono le inevitabili fila fuori dalla porta dell’ambulatorio”.

Ci chiedono certificazioni anche per un'assenza dettata da motivi familiari. Siamo allo stremo delle forze

Dott. Rosario Cavallo, pediatra e Membro Acp

Sulle spalle dei pediatri, che nelle ultime settimane si sono visti assegnare la possibilità di eseguire i test rapidi, graverebbe poi anche la pressione da parte delle famiglie. “Se all’inizio era più frequente che il genitore insorgesse contro l’esecuzione del tampone perché discretamente fastidioso per il bambino – ha raccontato ancora il dottor Cavallo  -, oggi i genitori sono più propensi all’idea di farlo, soprattutto se sentono che nella scuola del proprio figlio c’è stata la segnalazione di un possibile caso confermato. A quel punto il genitore vuole il tampone e lo vuole rapidamente, sebbene oggi i tempi medi siano diventati lunghissimi, abbondantemente oltre la settimana”.

Le proposte 

Dalle parole del pediatra leccese è nata quindi la proposta portata avanti dall’Associazione Culturale Pediatri e indirizzata direttamente al Governo. Un piano strategico basato su “proposte pratiche” per snellire la burocrazia e alleggerire il lavoro dei pediatri e accompagnato dalla richiesta che le “comunicazioni governative siano più chiare, leggibili, esaustive e univocamente comprensibili”.

Le proposte dell’Acp puntano a prestare maggiore attenzione alla comunicazione, “rendendola meno soggetta a interpretazioni”, a riconsiderare l’utilità e la gestione dei certificati scolastici “palesemente non necessari” e a condividere indicazioni cliniche che aiutino a riconoscere i pochi casi in cui sia “effettivamente utile” e appropriato richiedere un tampone molecolare negli studenti. L’associazione suggerisce anche che i pediatri affianchino i dipartimenti di prevenzione per le attività di tracing e l’assistenza a domicilio per i sintomatici lievi diventi effettiva “anche con l’implementazione della telemedicina.

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