Sulle orme di Yacouba Sawadogo, una vita a respingere l’avanzata del deserto

Usare tecniche storiche della tradizione agricola africana per salvare il continente dalla desertificazione. Questa la missione di Yacouba Sawadogo, contadino del Burkina Faso che da più di 40 anni combatte una battaglia decisiva per il futuro del suo Paese e di tutta l’Africa. In questo articolo ti raccontiamo la sua storia e il suo contributo alla tutela dell’ambiente.
Michele Mastandrea 25 Marzo 2022

The man who stopped the desert‘. Così si intitola un documentario di Mark Dodd del 2010, dedicato alla vita di Yacouba Sawadogo, agricoltore del Burkina Faso. ‘Campione della terra’ per le Nazioni Unite nel 2020 e vincitore del ‘Right livelihood award' nel 2018, Sawadogo si è letteralmente guadagnato sul campo questo titolo.

Il contadino burkinabè combatte infatti da decenni contro la desertificazione del suo Paese (il Burkina Faso), attraverso l'utilizzo e la diffusione di tecniche agricole che affondano le loro radici nel passato della sua terra. Sawadogo è originario del Nord del Paese africano: ai tempi del suo presunto anno di nascita, il 1946 (la data non è infatti confermata da alcun registro ufficiale), il Paese si chiamava ancora Alto Volta. Così l’avevano infatti ribattezzato i colonialisti francesi.

L'eredità del colonialismo

Tutta l’area del Sahel, Alto Volta compreso, era allora interessata dal saccheggio delle materie prime da parte degli occupanti, francesi o inglesi che fossero. Ma un'altra grave minaccia per la terra di Sawadogo doveva arrivare dai comportamenti delle nazioni occidentali. Ironia della sorte, i suoi effetti si sarebbero fatti sentire molto dopo la conquista dell’indipendenza da parte degli Stati africani.

Parliamo dei cambiamenti climatici, innescati soprattutto dalle emissioni climalteranti di decenni di industrializzazione da parte delle potenze coloniali. Sconvolgimenti che  – in particolare nell'area del Sahel – hanno accelerato la desertificazione, diminuendo le precipitazioni e mettendo in ginocchio l'agricoltura. La perdita di flora e fauna andò di pari passo con lo scoppio di carestie, e nei casi peggiori con l'arrivo del deserto a mettere fine alla vita.

L'agricoltura come riscatto

Per un Paese come il Burkina Faso, senza accesso al mare ed estremamente dipendente da agricoltura e allevamento, si tratta di processi che possono portare alla fine di una pacifica convivenza sociale. Il possesso delle poche parti di terreno ancora fertile spesso è causa di scontri inter-etnici violentissimi, dove spesso si inseriscono organizzazioni jihadiste che fanno proseliti a partire dai problemi materiali della popolazione. Del resto, poter coltivare un pezzo di campo può voler dire sopravvivere, e questo significa essere pronti a tutto.

Sawadogo, colpito dagli effetti di una durissima carestia che colpì il suo paese nei primi anni Ottanta, cercò allora di agire. Di invertire la rotta, un pò come fatto sul piano politico da Thomas Sankara, l'uomo che nel 1983 salì al potere nel paese e ne cambiò il nome in Burkina Faso, letteralmente "terra degli uomini integri". L'agricoltore, appoggiato da Sankara stesso, agì però usando l’agricoltura e i saperi degli avi come strumento di riscatto. Un compito improbo per un uomo, di fronte all’ampiezza della sfida. Ma attraverso tecniche divenute suoi marchi di fabbrica come le “fosse zai” e i “cordons pierreux”, le tecniche di Sawadogo hanno permesso di strappare ben 40 ettari di terreno al deserto.

‘Fosse zai' e ‘cordons pierreux'

Le “fosse zai” sono delle buche scavate nel terreno, riempite con fertilizzanti naturaliescrementi di animali e fogliame. Questi materiali, insieme all’acqua piovana raccolta e trattenuta dalle buche, permettono di creare un terreno molto fertile, dove le piante possono attecchire meglio. Si tratta di una tecnica di coltivazione praticata da secoli nel Burkina Faso, che Sawadogo ha innovato ampliando la larghezza e la profondità delle fosse, e preparandole molto prima dell'inizio dei periodi in cui sono più forti le precipitazioni. Il risultato è un aumento nella produzione tra il 100 e il 500 per cento.

I “cordons pierreux” sono invece allineamenti di pietre, basse, sottili e grandi come un pugno. Sono disposte al fine di formare delle specie di imbuti, utili a indirizzare verso il basso l’acqua piovana per sfruttarla nella migliore maniera possibile. L'acqua, cadendo, spinge infatti verso il basso detriti e fango, che rinforzano via via i “cordons pierreux” e rendono più difficile per l’acqua oltrepassarli. Di conseguenza, le risorse idriche vengono trattenute nel terreno, che diventa via via più fertile. Le piante possono così crescere e radicarsi, riuscendo infine a spaccare il sottosuolo e permettendo alle piogge di penetrarlo ulteriormente.

L'importanza della condivisione

Cordons” e “Zai” insieme hanno creato le condizioni affinché decine di ettari di foresta rinascessero, in un’area geografica data ormai per persa. Oltre 60 tipologie di piante, cespugli e alberi sono ormai parte della vera e propria foresta che Sawadogo ha saputo ricostruire. Assicurano frutti per sfamare le popolazioni, ma anche ombra che ostacola i processi di desertificazione e di progressiva aridità del suolo.

Da decenni Sawadogo organizza momenti di condivisione di tecniche e saperi, che richiamano contadini da tutto il Paese e da Stati in tutto il continente africano, come Kenya, Niger, Ghana e Ciad. Ricostituendo la natura del suo Paese, il contadino burkinabé di fatto lavora per la pace, e per la possibilità di uno sviluppo sociale e economico collettivo.