Una vita a salvare vite: Monica Pais, la veterinaria che ha salvato il cane Palla (e molti altri animali in difficoltà)

Ha salvato il cane Palla, ma anche tantissimi altri prima di lei. E continua, senza sosta a farlo. Li accoglie, li cura, trova loro una casa e una sistemazione per la vita. Ecco l’intervista di Ohga alla veterinaria più famosa d’Italia.
Sara Del Dot 23 Maggio 2019

Intervistare Monica Pais, sì, proprio la veterinaria che ha curato Palla, è tanto un onore quando un’impresa. Perché lei, di lavorare, non smette praticamente mai. Si interrompe spesso perché alla sua clinica veterinaria hanno sempre bisogno di lei, ma riesce a riprendere il filo del discorso con una disinvoltura invidiabile.

Magari non ricordi bene il suo nome o quello della Clinica veterinaria Duemari. Sono certa, però, che il nome “Palla” ti dice qualcosa. Sì, Palla, quell’incrocio pit bull che è stato ritrovato abbandonato in Sardegna con un filo di nylon legato al collo talmente stretto da aver gonfiato la sua testa rendendola simile a un cartone animato. La strana forma del muso di Palla aveva riscosso la curiosità di tutto il mondo, animalista e non, e acceso i riflettori sulle gravissime conseguenze a cui la crudeltà dell’uomo nei confronti degli animali può portare.

Per mesi Monica si è occupata di Palla, condividendo gli aggiornamenti del suo stato di salute sulla pagina Facebook della clinica. Migliaia di occhi erano puntati sul percorso di recupero di quel cane appartenente a una razza da molti considerata aggressiva e pericolosa, ma che dalle immagini e dai video realizzati nella clinica altro non appariva se non un povero cucciolo finito nelle mani sbagliate e ora alla ricerca costante di amore. Giunta ormai alla sua guarigione, nonostante il muso le si fosse sgonfiato quasi completamente, Palla era ormai una star e Monica non se l’è sentita di darla in adozione. Parallelamente alla decisione di tenerla con sé, ha scelto di aprire una Onlus chiamata proprio “Effetto Palla” attraverso cui ora aiuta gli animali meno fortunati.

Ma la storia di Monica, in realtà, comincia da lontano. Lei, infatti, veterinaria lo è stata sin da piccolissima quando, come si legge nel suo libro “Animali come noi”, raccoglieva animali malandati di tutti i tipi dalla strada nascondendoli in camera sua, nutrendoli, accudendoli e poi lasciandoli andare, in natura o adottati da altre persone, verso una vita migliore. Nel marasma delle continue emergenze e di un lavoro da cui non si stacca mai veramente, siamo riusciti a intervistare Monica, che ci ha raccontato diverse sfaccettature della sua vita e della sua professione.

Quando hai capito che questo sarebbe stato il tuo lavoro?

Se parliamo di professione, ho capito che sarei diventata una veterinaria quando ho scoperto l’esistenza stessa del lavoro. Ero più o meno alle elementari, allora ho iniziato a comprendere che il lavoro esisteva, ma in realtà che mi sarei occupata degli animali l’ho sempre saputo anche perché l’ho sempre fatto. Ho sempre curato e liberato formiche, ragni, pipistrelli… Non sarei in grado di dare una data precisa, perché per me fare questo è sempre stata una cosa normale, comune, automatica. Non ho gran memoria di scelte consapevoli, non ricordo di aver detto, un giorno, “ora lo faccio”. Di fare questo lavoro io non l’ho mai scelto. È semplicemente stato così.

Come gestite alla Clinica tutti gli animali bisognosi che vi arrivano?

Siamo stati costretti a calmierare tutte le entrate, perché a un certo punto tutti portavano animali qui in clinica. In media, ne ricoveriamo circa 200 ogni anno e al momento abbiamo in cura una ventina di animali randagi. Solitamente li ammettiamo al progetto quando ci vengono portati dalle autorità, quando è stato certificato che si tratta di animali randagi, che non sono di nessuno. Poi, dopo la cura, attraverso la pagina Facebook cerchiamo anche di trovare loro una soluzione, un’adozione. E questa è la parte più complicata, ancora più difficile di curarli e rimetterli in sesto, perché questo è il nostro mestiere, sappiamo farlo. Trovare adozione, una casa che li porti lontano dalla clinica è impegnativo, vanno trovate le persone giuste attraverso visite, preaffidi, controlli. Anche perché questa è una clinica, non un canile, quindi il fine ultimo è quello di trovare una casa per sempre a queste creature.

Tu hai spesso a che fare con situazioni critiche e animali che hanno subito esperienze orribili. Qual è il tuo rapporto con il dolore?

Il mio è un atteggiamento del tutto professionale, vedo queste cose dal punto di vista professionale. Certo, non è semplice, ma nulla nella vita è semplice. Inoltre, più la cosa ti colpisce, più sei stimolato a cercare una soluzione. Più qualcuno ha fatto del male a un essere vivente, più tu sei spinto a trovare un rimedio, a chiedere scusa. La filosofia di base è “Io non posso fare niente per ciò che ti è stato fatto, ma posso fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per quanto riguarda ciò che ti accadrà da ora in poi”. Noi non siamo altro che persone normalissime che quando si trovano di fronte a una cosa che possono gestire, la gestiscono nel modo migliore possibile.

Parliamo un po’ di Palla. Com’è cambiata la tua vita da quando è arrivata lei?

Partiamo dal presupposto che io ho già due cani dentro casa, un pastore tedesco e quattro gatti. Mi ero posta un limite, non volevo assolutamente un altro cane, per di più un mezzo pitbull! Fino a qualche tempo prima se mi avessero detto che avrei adottato un cane del genere mi sarei messa a ridere. Ma Palla, nel corso delle sue cure, era diventata troppo famosa e rischiava di essere trasformata in un fenomeno da baraccone. Già dai primi mesi dopo il salvataggio, infatti, si erano moltiplicate richieste di soldi illecite a nome nostro e finte associazioni che chiedevano contributi per Palla. Abbiamo ricevuto proposte per fare film, proposte pubblicitarie da case farmaceutiche e di mangimi per animali, ma le abbiamo sempre rifiutate. A causa del suo aspetto particolare, Palla era terribilmente esposta, in qualunque contesto avrebbe rischiato di essere sfruttata e io non volevo assolutamente che finisse per diventare un oggetto usato per ricavarci dei soldi. Così ho deciso di tenerla con me, senza accettare soldi da nessuno, ma anzi aprendo una Onlus per aiutare tanti altri come lei. Perché agli animali della clinica bastiamo noi, sono i nostri “rottami”. Noi cerchiamo di renderli dei personaggi, raccontiamo le loro storie, la storia della loro rinascita così da creare empatia e renderli più appetibili dal punto di vista dell’adozione ma sempre senza cadere nel pietismo. Sono storie leggere e sempre affrontate con professionalità.

Qual è l’insegnamento che è possibile trarre dalla storia di Palla?

Palla è un cane buonissimo, va d’accordo con tutti, anche con i gatti. Credo che il fatto di essere un incrocio con un pitbull sia stato anche il segreto del suo successo. Se fosse stato un altro tipo di meticcio probabilmente avrebbe avuto un impatto diverso. Oggi Palla è l’icona dei cani brutti e sfortunati che finiscono male, anche proprio in relazione a una razza mal vista da molti. Questo cane ha incarnato un sacco di cose, oltre a sembrare un cartone animato mal riuscito. Eppure, noi non abbiamo fatto altro che seguire e raccontare la storia di un essere vivente che è arrivato all’inferno e poi è risalito.

C’è qualche ospite della clinica di cui ti piacerebbe parlare, che sta aspettando una casa?

Al momento stiamo ospitando un cane pluri-traumatizzato che sta facendo un percorso di cura e non sarà pronto prima di sei mesi. Si chiama Latin Lover. Ce l’abbiamo da tanto, un anno e mezzo circa, ma prima non si poteva fare niente perché aveva avuto delle infezioni molto pesanti e non poteva essere operato. Ora sta un po’ meglio, quindi ci rimettiamo mano. Un giorno, troverà anche lui una casa.

Che consiglio di senti di offrire a chi vorrebbe prendere un animale?

Prima di tutto consiglio di affidarsi a qualcuno di competente per quanto riguarda la scelta dell’animale. E non parlo tanto dei volontari quanto più dei veterinari, perché loro riescono a capire meglio che tipo di animale potrebbe andare bene per un determinato tipo di persona. Ad esempio, se uno viaggia sempre in giro per il mondo, probabilmente gli verrebbe sconsigliato di prendere un cane. L’importante è cercare di trovare l’animale che abbia la possibilità di fare una vita giusta assieme al suo proprietario. Poi, consiglio di andare nei canili. Gli animali chiusi in ricoveri o canili sono molto più facili da gestire perché sono cani adulti, e a differenza dei cuccioli sono molto più semplici da educare. Si tende a credere che i cuccioli siano più malleabili, semplici da gestire, ma non c’è niente di più sbagliato. Il cucciolo ha un carattere imprevedibile, quello dell’adulto è già formato e potrebbe riservare tante belle sorprese. Un altro errore che viene fatto spesso, è quello di seguire le mode. Ora ad esempio, sono usciti un po’ di film in cui compaiono cani nordici e le città si sono riempite di husky, cani complicatissimi da gestire e con necessità particolari. Proprio come, quando era uscito il cartone Disney “La carica dei 101”, tutti all’improvviso avevano il dalmata, e presto anche i canili si erano riempiti di questi cani. Perché i dalmata hanno un carattere difficile, non sono come quelli della Disney e non sono giocattoli. I cani vogliono e devono poter fare i cani.