Anche il futuro della nefrologia è green, il dottor Messa: “Così potremo ridurre i rifiuti prodotti dai trattamenti di dialisi”

Per arrivare a una “Green Nephrology” secondo il presidente della Società Italiana di Nefrologia serve che sanità, società civile e industrie studino sistemi tecnologicamente avanzati per rendere i materiali dei trattamenti dialitici sempre più biocompatibili e nuove modalità di applicazione per ridurre il consumo di questi dispositivi e di conseguenza i rifiuti.
Kevin Ben Alì Zinati 19 Ottobre 2021
* ultima modifica il 19/10/2021
In collaborazione con il Dott. Piergiorgio Messa Presidente Società Italiana Nefrologia

“Non possiamo sentirci come protetti in un microambiente personalizzato: non esiste qualcosa che facciamo che non si ripercuota poi su altre parti del globo”. Anche se potrebbe sembrarlo, non è uno slogan inneggiato durante la Youth4Climate di Milano e neppure la denuncia con cui gli ambientalisti cercano di svegliare le coscienze di chi ancora dimentica il rapporto uomo-natura.

È invece il pensiero di un medico. In particolare, uno di quelli che tutti i giorni nei reparti di nefrologia deve fare i conti con pazienti sottoposti a trattamenti come la dialisi: salvavita per migliaia di persone in Italia (senza contare il macro livello globale) e tuttavia portatori di un’impronta ambientale non indifferente.

Ogni ciclo di dialisi prevede tubi di plastica, guanti, mascherine, camici e liquidi contenenti sostanze biologicamente tossiche che vanno gestiti e smaltiti.

Ogni ciclo di dialisi, per il dottor Piergiorgio Messa, presidente della Società Italiana Nefrologia, è dunque l’occasione per riflettere su quanto anche le cure per salvaguardare la nostra salute possono rappresentare un peso per il Pianeta.

Il dottor Piergiorgio Mesa, presidente Società Italiana Nefrologia

Non tocca solo all’economia, alle industrie o al settore energetico, anche la medicina deve guardare al proprio impatto ambientale ed è per questo che il dottor Messa, insieme alla Sin, ha sposato la tendenza internazionale di chiedersi come rendere più sostenibili le attività connesse alla nefrologia.

La sostenibilità declinata alla nefrologia – ribattezzata «Green Nephrology» – significa per lo più concentrarsi sul miglioramento del trattamento dialitico, una delle attività nefrologiche con il maggior impatto ambientale.

“Il sangue di ogni paziente sottoposto a dialisi circola attraverso una rete di tubi fatti di materiali plastici per essere ripulito, passando poi in filtri anch’essi in materiali sintetici. Viene impiegato anche un liquido di dialisi che ha il compito di caricarsi delle scorie tossiche dal sangue del paziente restituendogli ciò che di buono deve ricevere, come bicarbonato o particolari elettroliti”. Questi tubi plastici possono anche superare i 2-3 metri di lunghezza e che il liquido di depurazione del sangue, carico di tossine biologiche una volta terminata la dialisi, può anche raggiungere i 150 litri o più.

I conti, secondo il presidente della Sin, sono presto fatti: “Se pensiamo che ogni paziente in media deve sottoporsi alla dialisi per 3 volte la settimana per tutta la vita e che in Italia ci sono circa 50mila dializzati, possiamo avere una stima di quanto materiale impattante dobbiamo gestire e smaltire”. 

Le cose peggiorano ulteriormente nel caso della dialisi peritoneale, un’altra tecnica depurativa che non usa il circuito extracorporeo del sangue ma sacche di plastica e tubi che caricano nell’addome del soggetto una certa quantità di liquido per qualche ora per poi essere scaricato in un’altra sacca. “È una manovra cui ogni paziente deve sottoporsi 3/4 volte al giorno e prevede quindi 8 sacche: una di carico e una di scarico per ogni carico più il tubo di raccordo e anche in questo caso il liquido è carico di materiale biologico tossico”. 

Non esiste qualcosa che facciamo che non si ripercuota poi su altre parti del globo: neanche in medicina

Dott. Piergiorio Messa, presidente Sin

A questo vanno aggiunti i rifiuti generati dal costante cambio di guanti, mascherine, camici sterili ulteriormente amplificato dalla pandemia “che ci ha costretto a potenziare ancora di più questa attenzione quasi maniacale al cambio dei dispositivi di protezione”. 

Questo giro di periscopio su una fetta delle attività della nefrologia deve suonare come un (altro) campanello d’allarme. Deve portarci fuori dalla sineddoche sociale nella quale spesso ci rifugiamo e che ci porta a guardare solo una parte – per esempio gli scarti legati della medicina nucleare – come l’unica fetta "importante" del totale dei rifiuti sanitari. Secondo il dottor Messa, dobbiamo allargare la consapevolezza che qui tutti quanti allo stesso tempo possiamo essere sia “vittime che carnefici”.

Ma come si passa dalle parole ai fatti? Quali sono le soluzioni che concretamente la nefrologia, come diversi altri ambiti della medicina, potrebbe davvero mettere in campo per portarsi verso una maggior sostenibilità?

La sanità dovrà prima di tutto sedersi a tavolino insieme alla società civile e alle industrie per studiare sistemi tecnologicamente avanzati che modifichino le caratteristiche chimiche dei materiali rendendoli sempre più biocompatibili e nuove modalità di applicazione per ridurre il consumo di questi oggetti e di conseguenza i rifiuti.

Il ragionamento del presidente Sin, nello specifico gira attorno ad innovazioni pratiche come reni artificiali impiantabili con una durata e un’efficienza di molto superiore agli standard attuali e all’implementazione di meccanismi più automatizzati, linee più brevi e tecniche dialitiche più efficienti. “Sarà necessario anche potenziare i programmi di trapianto, che sono il modo più efficace per ridurre il numero dei trattamenti dialitici e rendere ancora più diffusi ed efficaci i programmi di prevenzione primaria e secondaria delle malattie renali croniche”.

L’intento della Sin non è quello di innescare una «rivoluzione» istantanea, anche perché il contesto per un tale cambio di passo non è l’oggi quanto piuttosto un domani leggermente spostato in là nel futuro.

Ciò che il presidente Messa intende fare è battersi invece per riportare in fretta l’attenzione sull’imprescindibile interconnessione tra natura e uomo, questa volta inteso anche come medicina e sanità: “Noi nefrologi siamo preoccupati perché gli aumenti della temperatura e dell’inquinamento favoriscono l’insorgere di malattie renali, sia acute che croniche”.

Attrezzarci contro un meccanismo che noi stessi abbiamo innescato, ha spiegato, significherebbe tutelare maggiormente l’ambiente e allo stesso tempo proteggerci da molte di queste malattie e dal loro aggravamento.

Due forme di prevenzione con un unico sforzo, insomma.

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