Andrea Spinelli combatte da 7 anni un tumore al pancreas, camminando: “Se cammino, vivo”

Nel 2013 la diagnosi di un cancro molto aggressivo. Prospettiva di vita: 20 giorni. Andrea sopravvive alla sua sentenza di morte e quattro anni dopo inizia a camminare. Dal 2017 ha percorso 18mila chilometri. Per lui camminare è sopravvivere, meditare, conoscere e soprattutto lo rende sereno.
Gaia Cortese 19 settembre 2020

Classe ’73, catanese trapiantato in Friuli, Andrea Spinelli vive a Fiume Veneto con la moglie e il cane Lucky. Nel 2013 gli viene diagnosticato un adenocarcinoma alla testa del pancreas in stato avanzato non operabile. I medici sono chiari: non gli resta molto da vivere. Andrea si sottopone a più cicli di chemioterapia e inizia a fare qualcosa che non aveva mai fatto realmente prima: inizia a camminare. Dal 2017 Andrea, da alcuni paragonato al personaggio di Forrest Gump, ha percorso almeno 18.000 km. È la sua cura contro il cancro.

Ha iniziato a camminare nel 2017, quattro anni dopo aver scoperto la malattia. Cosa ti ha portato a iniziare a camminare?

Per prima cosa la condizione di essere vivo. La patologia è molto aggressiva e solo il fatto di essere vivo e di avere la forza per camminare, mi ha portato a farlo. I dottori dicevano che non potevo fare più niente, quindi dovevo reagire. Ho iniziato a camminare percorrendo la strada che da casa mi portava all'ospedale, circa 10 km.

Ero tutto fuorché un camminatore, ma piano piano ho iniziato a vedere gli effetti positivi a livello mentale. Ho continuato a camminare e nel farlo ho trovato anche una sorta di meditazione. Non ho scoperto nulla, è qualcosa dentro di noi. Io sono convinto che sia qualcosa di esistenziale, eppure facciamo di tutto per non camminare, per parcheggiare la macchina il più possibile al supermercato, ma non è quello che dovremmo fare.

Dove ti piace di più camminare?

Nei boschi e nelle foreste, a contatto diretto con la natura più selvaggia. Più mi trovo in un habitat naturale, meglio sto, ma cammino anche in città.

Il tuo caso sta dimostrando che questa pratica, se costante, può stimolare il sistema immunitario. Lo sostiene anche il medico che ti ha in cura?

Lo scorso dicembre, visto questo mio vivere da "sopravvivente", perché ancora non posso definirmi un sopravvissuto, hanno fatto degli studi particolari sul mio caso e si sono spinti fino a pubblicare una ricerca scientifica pubblicata sul Journal of cancer Metastasis and Treatment. Purtroppo per altri casi non è cosi, ma il mio sistema immunitario si sta rivelando particolarmente resistente e impedisce al cancro che ha colpito il suo pancreas di sviluppare metastasi. Sono ancora qui per questo motivo.

Come ti ha cambiato il tumore con cui stai convivendo da anni?

Mi ha cambiato molto, anche perché purtroppo ho rischiato di morire più volte. Avere la consapevolezza della morte mi ha fatto vedere la vita in modo diverso rispetto ai miei primi 40 anni, forse prima del tumore avevo vissuto poco. A me dicevano che forse non sarei arrivato al mese successivo, adesso capisco che la vita è un regalo.

Alle mani porto 19 anelli che rappresentano i 19 trattamenti di chemioterapia a cui sono stato sottoposto: 16 quasi continuativi dal 2015 al 2017, poi per due anni ho recuperato le forze, ma adesso nel 2020 ho dovuto rifare la chemioterapia per alcuni problemi di salute sopraggiunti. Non ho mai smesso di camminare e, anche se durante la chemio le forze vanno via, nei momenti più difficili ho sempre cercato di "portare a casa" almeno 3 o 4 km alla volta.

Ti senti una persona migliore?

Spero di esserlo, sono sicuramente cambiato. Anche il camminare mi ha fatto capire che l’essenza è l’incontro con l’altro, perché  camminare è un continuo conoscere, una piccola magia che fa bene all’anima e ti dà serenità.

Forse convivendo con una malattia di questo tipo si impara finalmente a vivere "veramente"?

Sicuramente più intensamente. Se potessi non dormirei, ne farei a meno per godere fino all’ultimo della vita. È un modo di vivere, più che semplicemente di "esistere".

Tano il gabbiano è il nome del tuo camper, acquistato con una raccolta fondi lanciata alcuni mesi fa. Perché avete deciso di vivere in maniera itinerante?

In verità, la vendita della casa è stata una necessità. Non si tratta propriamente di una scelta di vita. È però una scelta consapevole, perché abbiamo deciso che arrivare a fine mese con l’acqua alla gola non aveva senso.

Quando accade qualcosa di negativo, io vedo subito la positività. Davanti alla scelta di vendere la casa e andare in affitto, abbiamo optato per il camper. Che poi il camper è un’evoluzione del camminare. Però non è cambiato nulla: se prima uscivo a camminare e tornavo a casa, adesso semplicemente torno al camper.

Sul retro del camper di Andrea sono riportati tutti i nomi di chi ha sostenuto l’acquisto di "Tano il gabbiano".

Ci tengo poi a dire che non è il nostro camper, è il camper di tutte quelle persone che durante la pandemia hanno aderito alla raccolta. Spero che piano piano ne nasca qualcosa, spero di averne la forza, perché tutto quello che faccio nasce con l'obiettivo di sensibilizzare, non solo sulle tematiche della malattia, ma su tutte quelle tempeste che ci colpiscono durante la vita, e su come si possa reagire cercando quella forma di equilibrio che c’è dentro ognuno di noi.

Avete in mente di mettervi in viaggio?

La prossima tappa sarà verso Sud, verso Catania credo. Andare dove le temperature in inverno sono più miti è anche un modo per risparmiare in termini di riscaldamento, qui in Friuli fa sicuramente più freddo.

Che importanza assume il tempo per un malato di tumore?

A me camminare, andare piano, rallenta il tempo. La giornata sembra rallentare e si ha modo di godere più del tempo a disposizione. Non non cammino più solo perché durante l'epidemia ho rischiato di morire da solo, senza mia moglie affianco; adesso camminiamo insieme, io mi sono adattato al suo ritmo e procediamo più lentamente.

Hai un sogno nel cassetto?

Vorrei continuare a sensibilizzare su questa malattia e avere la stessa forza che ho adesso, che parlo con te. E poi vorrei tornare ad abbracciare le persone. Ora è impossibile. L’ho potuto constatare ieri, in occasione della presentazione del mio libro "il caminante" a Pordenone Legge 2020: non ci si poteva avvicinare, non c'era intimità tra esseri umani. tutto questo va contro quello che sto cercando, il contatto.

So che te lo chiedono tutti, ma come fai a essere così sereno?

Forse la serenità mi arriva dalla natura. Quando mi trovo in montagna, in qualche zona impervia delle cime friulane, ascolto il silenzio. È questo il trucco, se ascolti il silenzio ti regala la serenità. È tutto un collegamento tra consapevolezza, incontri con le persone e silenzio. Credo che le tempeste nella vita siano infinite. Ho incontrato tante persone e ciascuno aveva la propria tempesta. Il modo migliore per reagire è essere sereni e io trovo la mia nella natura. La natura ha più tempo, la natura ha quello che tu non hai: standogli vicino, te ne regala un po'.