Per esprimere il modo in cui ti senti esistono moltissime parole, proprio perché le emozioni hanno sfumature e intensità molto diverse. L’amore per il genitore non è uguale a quello per i figli o per il partner, un pianto di gioia non ha nulla a che vedere con un pianto di disperazione e non è neanche il contrario di una risata isterica. I termini che definiscono gli stati d’animo sono chiamati parole emotive. Spesso provengono da lingue straniere e non sono facilmente traducibili. Un esempio è awumbuk. Sai che cosa significa?
L’awumbuk è un’emozione, simile alla nostra malinconia, ma molto più specifica, poiché i nativi della Papua Nuova Guinea la usano per indicare la sensazione di vuoto che si prova quando una persona è venuta a farti visita, magari ha soggiornato qualche giorno a casa tua, e poi se è andata. In quel momento la casa è vuota e ti senti profondamente solo.

Per colmare questo vuoto gli abitanti di Baining, in Papua Nuova Guinea, compiono un rituale: quando la persona si allontana, riempiono una bacinella d'acqua (vanno bene anche dei semplici bicchieri), che cattura tutta l'energia negativa. Il giorno dopo buttano l'acqua, con tutti i sentimenti negativi, e la vita va avanti.
;Resize,width=578;)
Il concetto racchiuso in Awumbuk sta conquistando il mondo dell’arte, che ha scelto di descrivere visivamente questa emozione con una stanza vuota. Non esiste, però, una parola simile in italiano e non c’è una traduzione specifica in un’altra lingua. Le parole emotive sono radicate nella cultura da cui sono emerse, perché le emozioni non hanno a che fare soltanto con la biologia o con la storia personale, ma sono uno specchio sociale e culturale.