Delle donne, con le donne, per le donne: NiUnaMenos e la rivoluzione necessaria

Un’onda di colore fucsia che da quasi 4 anni non fa che ingrandirsi, riportando l’attenzione pubblica sul necessario ruolo della donna nella società. Contro le discriminazioni, le differenze di genere, l’abbandono, la violenza, la paura, per l’autodeterminazione e la giustizia.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
14 febbraio 2020

Maggio 2015, Argentina, Rufino. Il corpo massacrato di botte di Chiara Pàez, 14 anni, viene ritrovato sepolto nel cortile dei nonni del suo fidanzato 16enne, Manuel Mansilla. Chiara era incinta. Il suo ragazzo l’ha picchiata a morte e poi ha provato a farla sparire. Potrebbe essere solo una delle migliaia di ragazze uccise dal proprio partner in quanto donne, in quanto considerate una mera proprietà di cui è lecito decidere vita o morte. Ma questa volta qualcosa cambia.

L’eco di quel ritrovamento, di quell’omicidio, di quel femminicidio risuona forte in tutto il Paese. Potrebbe essere destinato ad affievolirsi come è spesso stato in passato, come siamo abituati che accada. L’abbiamo già visto, l’abbiamo già sentito mille volte. Al mondo c’è una donna in meno, l’ennesima donna in meno, la solita donna in meno.

È il 15 maggio 2015, quel giorno. Ma l’eco, questa volta, non si riduce più a un suono sordo, una voce fioca. Si ingrandisce, si amplia, raccoglie altre voci sempre più nitide e forti. Poco più di due settimane dopo, il 3 giugno, a Buenos Aires avverrà una grande mobilitazione, la prima di tante altre contro la violenza sulle donne, al suono di Ni una menos, “Non una di meno”, una frase ripresa da un verso di una poetessa messicana vittima di femminicidio, Susana ChàvezNi una mujer menos, in una muerta màs”. Uno slogan che non dimenticheremo facilmente.

Si può dire che nasca così, quel movimento in difesa dei diritti delle donne, contro i femminicidi, contro una società che non riesce ancora a considerare la morte di una donna come un fenomeno preciso e pericoloso, dotato di nome, caratteristiche e dinamiche proprie e costanti, che va arginato con appositi strumenti ancora da trovare, da perfezionare.

Ni Una Menos si diffonde, in varie forme e sotto varie denominazioni. Sulla sua scia, in Italia, nel 2016, nasce la rete Non una di meno a seguito di un’escalation di casi di violenza contro le donne e della sempre minore disposizione ad accettarla. Si parla di Sara Di Pietrantonio, 22enne uccisa il 28 maggio del 2016 dall’ex fidanzato che la perseguitava, mediaticamente vittimizzato. Si sceglie di reagire.

Il 26 novembre 2016, il giorno successivo alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (istituita nel 1999) 200mila persone sfilano per le strade di Roma per dire basta una volta per tutte a un fenomeno che è sistematico e che va estirpato alla radice, educando, punendo, narrando adeguatamente gli eventi senza devianti giustificazioni.

Solo nel 2018, infatti, 379 milioni di donne in tutto il mondo hanno subito violenza fisica o sessuale da parte del partner e nel 2017 solo in Italia sono state uccise 123 donne, di cui oltre l’80% da un partner o un conoscente.

Così, questo movimento, questa rete che unisce diverse realtà a difesa dei diritti delle donne inizia a farsi sentire e a coinvolgere sempre più persone, presentando anche un vero e proprio piano contro la violenza di genere.

L’8 marzo 2017 avviene il primo sciopero globale delle donne, battezzato Lotto Marzo, in cui vengono coinvolte contemporaneamente le donne di 54 Paesi del mondo. Una giornata di lotta che riprende le battaglie femministe degli anni ’70, un vero e proprio sciopero in cui le donne si assentano dal lavoro, alcune attività si fermano, si sottolinea l’importanza della donna nel mondo e gli inevitabili problemi se lei non ci fosse, se lei si fermasse.

L’autunno successivo è l’anno dello scandalo #MeToo, che durerà mesi e che, per molti, sarà difficile da accettare. Così, anche il meccanismo delle molestie sessuali nel mondo dello spettacolo comincia a essere scardinato. Ma c’è ancora tanto lavoro da fare.

Persone, cittadini comuni, figure istituzionali, realtà già presenti di lotta per i diritti delle donne si uniscono, si mettono in gioco per provare, passo dopo passo, a non indietreggiare mai. Si battono contro la violenza domestica, contro il gap salariale, la discriminazione sul lavoro, per l’aumento della presenza dei centri antiviolenza nelle città, per la possibilità di decidere del proprio corpo senza interferenze, per il diritto all’autodeterminazione, contro disegni di legge come il ddl Pillon sull’affido condiviso, contro il razzismo, contro la discriminazione di cui sono vittime omosessuali e transgender. Battaglie portate avanti anche in precedenza, per anni e anni, che ora si uniscono in un unica onda fucsia e vengono raccolte e spinte ulteriormente anche grazie alla possibilità di comunicare con luoghi del mondo molto lontani. Una lotta ancora lunga, in cui il lavoro da fare è tanto, ma il passato ci insegna che cambiare le cose è possibile, che ottenere giustizia ed equità non può essere considerata un’utopia.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…