Per proteggere la loro terra e il loro fiume: il popolo Munduruku e il “no” alle dighe volute dalle multinazionali

Un popolo indigeno, un’enorme diga e una battaglia contro multinazionali e governo. Una storia a lieto fine che racconta la difesa senza sosta della foresta amazzonica e della sua biodiversità.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
3 aprile 2020

La foresta amazzonica pullula di vita, e non solo di biodiversità animale e vegetale. La vita che scorre tra questi alberi, sulle sponde di questi fiumi, all’ombra di queste piante è una vita che difficilmente noi, che viviamo nelle nostre grandi città e il più della volte assistiamo impotenti (e perché no, indifferenti) alla progressiva distruzione di spazi naturali per far posto a grandi progetti economici, potremo mai comprendere davvero. È una vita che non ha paura di essere sacrificata per salvare ciò che ama davvero, ciò che considera indispensabile, ciò che ritiene necessario proteggere. È una vita vera, anche se spesso poco considerata. Ma è una vita che, sebbene troppo spesso non considerata come dovrebbe, a volte vince.

Oggi, nella rubrica Un motivo per lottare, ti racconto la storia, o meglio, una delle ultime vicende che ha visto protagonisti gli indios Munduruku, un popolo di alcune migliaia di componenti che vive nel cuore della foresta amazzonica e che appena qualche anno fa, nel 2016, ha vinto una battaglia importantissima, quella contro la diga di São Luiz do Tapajós, un enorme progetto idroelettrico imposto dal governo del Brasile e che avrebbe bloccato il fiume Tapajòs, un corso d’acqua importantissimo per l’Amazzonia nello Stato del Parà, Brasile nord-orientale.

Il fiume Tapajòs attraversa l’Amazzonia per oltre 800 chilometri e rappresenta un’importante fonte di vita per milioni di creature tra animali, piante ed esseri umani. La sua forza e la sua estensione hanno reso questo corso d’acqua una preda molto allettante per gli interessi economici delle grandi multinazionali dell’energia, che hanno provato in tutti i modi a metterci le mani sopra con l’aiuto del governo brasiliano. Ma questa volta, il tentativo non è andato a buon fine.

Nel 2014 fu una delle prime volte che ne vennero a conoscenza. Alcuni rappresentanti del governo del Brasile si recarono dalla comunità Munduruku che abitavano lungo il fiume offrendo loro, in cambio della concessione dello spazio allora occupato dai loro villaggi, case con elettricità e infrastrutture scolastiche. Una storia già sentita, una storia che si ripete, in Amazzonia come in Africa. Ma c’è chi accetta e chi no. Gli indios Munduruku non accettarono, perché non avevano bisogno di nulla che provenisse da fuori, non ne avevano mai avuto. La diga che il governo voleva costruire avrebbe avuto un bacino di 729 chilometri quadrati e avrebbe fatto sparire 400 chilometri quadri di foresta pluviale. Avrebbe rappresentato il progetto più grande delle 43 dighe che si progettava di costruire lungo il fiume. Gli Indios sapevano che dove erano state costruite altre dighe i pesci morivano, la disponibilità d’acqua diminuiva, gli alberi scomparivano e le risorse scarseggiavano. Insomma, dove arrivavano le dighe, le cose cambiavano in peggio. E loro non volevano che ciò accadesse.

Detta così, la lotta che stava per iniziare appariva impari in tutto e per tutto. Una manciata di indios contro tre grandi multinazionali dell’energia come Siemens, Adritz e General Electric supportate dal Governo brasiliano. Eppure, in qualche modo, la difesa del territorio, la difesa della vita riuscì ad avere la meglio.

Nel 2016, quando la minaccia si avvicinava sempre di più, al fianco dei Munduruku si è schierata l’organizzazione ambientalista Greenpeace, che ha chiesto alle autorità di sospendere il progetto dal momento che presentava diverse lacune e le popolazioni non erano state consultate. Volontari e cooperanti si recarono proprio in Amazzonia trascorrendo del tempo con gli indios e spiegando loro tutte le incongruenze e le questioni che non quadravano in quei progetti, rendendoli consapevoli delle armi che avevano a disposizione per difendere la loro terra.

Per mesi gli indigeni, sostenuti dall’associazione e da milioni di persone in tutto il mondo, hanno viaggiato recandosi presso i quartieri generali delle aziende che stavano investendo nella costruzione della diga chiedendo di lasciar perdere il progetto, di rispettare questi popoli, di rendersi conto del danno ambientale e sociale che avrebbero provocato.

Nell’agosto 2016 finalmente la tanto attesa e sudata vittoria. L’Istituto Brasiliano delle Risorse Naturali Rinnovabili e Ambientali (IBAMA), che già una volta aveva sospeso il progetto di costruzione della diga, ha annunciato il 4 del mese l’annullamento della licenza di costruzione della diga, restituendo il territorio ai suoi abitanti legittimi.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…