Il lusso di essere donna nell’era della Tampon Tax

Circa la metà della popolazione mondiale ha il ciclo, ogni 28 giorni, per circa 40 anni di vita. Nella Giornata internazionale dedicata all’igiene mestruale, vogliamo ricordare che, in Italia, c’è ancora molto lavoro da fare. A cominciare dalla tassa sugli assorbenti.
Sara Del Dot 28 maggio 2019

Le donne hanno le mestruazioni. E le hanno da quando esistono. Si tratta di un fenomeno tanto naturale quanto esclusivamente femminile e quindi visto dagli uomini con paura e diffidenza. Le mestruazioni per secoli sono state circondate da superstizioni, leggende e soprattutto disinformazione.

Eppure, ancora oggi, di mestruazioni non si parla se non con imbarazzo o diffidenza. E quando incredibilmente ciò accade, gli scivoloni sono dietro l’angolo. Perché a quanto pare, ancora alle soglie del 2020, avere il ciclo è considerata una condizione strana, a cui conseguono vergogna, inevitabili risatine se dalla borsa spunta un assorbente e accuse più o meno velate di necessitare di prodotti sanitari trattati alla stregua di un bene di lusso.

Sto parlando della cosiddetta Tampon Tax (l’imposta sugli assorbenti), che in Italia si attesta serenamente al 22%, più alta di quella sul tartufo o sulle opere d’arte. Neanche fossero fatti d’oro, questi tamponi e questi assorbenti. Neanche le donne potessero scegliere se indossarli oppure no. Neanche le donne potessero decidere se smettere di averle, le mestruazioni.

Fortunatamente, molti Paesi hanno iniziato a rendersi conto dell’assurdità di mantenere una tassazione così alta riguardo un prodotto del genere. Dal Kenya, alla Spagna, alla Francia, all’Irlanda, sono molti gli Stati che hanno scelto di abbassare o addirittura abbattere la tassa su prodotti assorbenti per l’igiene personale.

In Italia, questo non sta accadendo. E non perché la questione non interessi a nessuno. Semplicemente, in questo paese la parità di genere è ancora un concetto talmente lontano da consentire a un uomo, peggio, a un politico (e quindi rappresentante di una parte di cittadini italiani) e nello specifico al capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati, Francesco D’Uva, di giustificare la scelta del suo partito e della Lega di votare contro la proposta di abbassare la Tampon Tax al 5% con motivazioni economiche ("non c’è sufficiente copertura finanziaria") e ambientali ("poi non lamentiamoci del riscaldamento globale").

È accaduto qualche settimana fa, nel corso della trasmissione televisiva Omnibus su La7, tra l’altro condotta da una donna. D’Uva ha voluto sottolineare la portata inquinante di assorbenti e tamponi, invitando le donne italiane a usare alternative ecologiche come assorbenti lavabili o la coppetta mestruale che, ricordiamolo, hanno anch’essi l’Iva al 22%. Verrebbe spontaneo chiedergli come si è trovato, lui, quando ha scelto di provare la coppetta mestruale. Ah, giusto, lui non può. Perché, guarda caso, non ha il ciclo.

Insomma, oltre alle discriminazioni quotidiane, ai salari più bassi, alla fatica di muoversi in un mondo in cui viene vista ancora come l’angelo del focolare domestico, alla scarsità di protezione, supporto e difesa, sembra che oggi le donne non possano nemmeno essere donne, fisiologicamente, in santa pace, senza che qualcuno dica loro cosa fare anche con il loro ciclo.

Così, la Tampon Tax rimane al 22% “per aiutare l’ambiente” incentivando l’uso della coppetta mestruale che ancora per molte donne rimane un’alternativa lontana a cui avvicinarsi con i propri tempi. Dall’altra parte, nello stesso partito, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa firma un decreto per consentire lo smaltimento e il riciclo di tutti i prodotti assorbenti per l’igiene personale, per aiutare veramente e concretamente l’ambiente senza imporre a nessuno decisioni che sono e devono rimanere personali.

Perché le mestruazioni non sono una scelta. Il modo in cui gestirle, invece, sì.

Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…