Il “tutto e subito” della grande distribuzione: quando il nemico è tra gli scaffali del supermercato

Frutta e verdura sempre a disposizione indipendentemente dalla stagionalità, carne a prezzo bassissimo e con scarse proprietà nutrizionali, packaging dappertutto ed emissioni altissime. Il supermercato è il luogo su cui tutti facciamo affidamento per la nostra alimentazione. Ma dietro gli scaffali colorati, non è tutto oro quel che luccica.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
5 agosto 2019

Quando vai a fare la spesa, sei abituato a trovare sempre tutto ciò che stai cercando. Dal pane ai prodotti per la casa, dai surgelati ai frutti esotici, ogni cosa è lì, a completa disposizione, pronta per essere gettata nel carrello e passata alla cassa con il suo codice a barre. Il meccanismo è sempre lo stesso, da anni. E così anche il percorso che attraversa i corridoi di scatole di cereali, barattoli colorati, pacchi di pasta, detersivi in offerta. Prima frutta e verdura, poi il banco della carne, poi le cose per la colazione. Una formula che si ripete sempre, perché estremamente efficace. I supermercati della grande distribuzione sono pensati e progettati proprio per questo. Per rendere tutto facile da trovare, immediato da acquistare, soprattutto a basso costo. Ma qual è il reale prezzo di tutto questo? Cosa si cela dietro le confezioni colorate e sgargianti, i cartellini rossi con le grandi occasioni, gli ananas e gli avocado avvolti uno per uno in pellicole di plastica? Quali conseguenze ha un modello di acquisto del genere sull’ambiente, anche a migliaia di chilometri di distanza? Vediamo insieme quali sono i nemici del Pianeta che si nascondono tra gli scaffali del tuo supermercato di fiducia.

Ogni cosa è imballata

Uno degli aspetti ambientali che contraddistingue il supermercato è, senza ombra di dubbio, il packaging. Perché all’interno di quelle mura, ogni cosa è imballata. Pane, cracker, singoli frutti, broccoli, mandorle, mozzarelle, tutto è completamente avvolto, per ragioni sanitarie, in plastica monouso che una volta tolta dall’alimento finisce direttamente nel cestino. Un’inchiesta del Guardian dell’anno scorso (2018) ha testimoniato che i supermercati inglesi producono in media 800 mila tonnellate di rifiuti in plastica ogni anno, solo di imballaggi. Per questo, negli ultimi tempi, grazie anche alla sempre maggiore sensibilità sul tema, diverse catene italiane hanno deciso di orientarsi su soluzioni più sostenibili. È il caso di Conad, NaturaSì e Coop, che hanno deciso di mettere in pratica politiche plastic free che prevedano l’eliminazione del monouso oppure una percentuale di materiale riciclato sempre più alta. Ma se questa svolta non ti basta e quello che vuoi fare è eliminare davvero il problema plastica dalla tua dieta personale, una soluzione adatta potrebbe essere rappresentata dai negozi di spesa al peso, in cui gli alimenti sono venduti sfusi e per portarli a casa puoi utilizzare contenitori riutilizzabili, senza accumulare rifiuti inutili.

Trasporti insostenibili

Il cibo che compri al supermercato, come potrai immaginare, non cresce sugli alberi del parcheggio fuori dalle porte scorrevoli automatiche. Infatti, dopo essere stati prodotti anche in Paesi lontanissimi, gli alimenti vanno trasportati fino alle corsie del punto vendita sotto casa. E questo spostamento, può arrivare a provocare una quantità di emissioni davvero notevole. Secondo un’indagine Coldiretti di alcuni anni fa, in media ogni pasto percorre circa 2000 km prima di giungere sulla nostra tavola. Naturalmente, questo ragionamento non vale per tutti. C’è il frutto che arriva dal Cile, quello che vola dal Perù, il kiwi della Nuova Zelanda. Naturalmente, poi, per compensare questa ingordigia di frutti esotici puoi gettarti sui pomodorini a km0. Ma intanto una grande parte del cibo che hai comprato proviene da zone lontane da te. Con un conseguente impatto ambientale in termini di emissioni, disboscamento di aree poco tutelate, iper produzione e sfruttamento dei suoli. Se ti interessa conoscere il percorso del cibo che mangi e farti un’idea di chilometri ed emissioni prodotte dal suo spostamento, sono tanti i modi in cui puoi scoprirlo e farti le tue valutazioni. A cominciare da questo sito.

Senza stagione

Pomodorini disponibili a gennaio inoltrato, zucchine a dicembre e cavolfiori a luglio. Nel reparto frutta e verdura del supermercato, ogni alimento deve essere sempre a disposizione, 365 giorni l’anno, poco importa se quella non è la stagione in cui crescerebbe in natura. Nella iper produzione di cui siamo al tempo stesso complici e vittime, il rispetto dei tempi degli alimenti è stato completamente messo da parte, a favore della possibilità di mangiare ciò di cui abbiamo voglia nell’esatto momento in cui ne abbiamo voglia. Questa situazione ha imposto però la necessità di ricreare in modo artificiale le condizioni adatte alla crescita di un frutto o un ortaggio trasformando in piena estate una giornata di dicembre e vice versa. Ciò comporta un utilizzo spropositato di luce artificiale, e quindi un consumo di elettricità molto elevato, emissioni di CO2 a non finire e un apporto di valori nutrizionali bassissimo. Infatti, crescere in fretta e fuori stagione non consente all’alimento di ottenere, e di conseguenza trasmettere a noi, tutte le proprietà che invece dovrebbe (e che, se cresciuto nel modo giusto, dà e si sente). Senza contare lo stress a cui il suolo viene sottoposto, in condizione di costante iper produzione.

Il prezzo della carne

Ti piace la carne ma quella del macellaio è troppo costosa, inoltre vicino a casa tua non c’è un negozio e non hai tanta voglia di spostarti. Così vai al supermercato a fare la spesa e ti fermi al banco frigo in cui sono sistemate in ordine tante vaschette tutte uguali ben etichettate. Prendi un petto di pollo tutto imballato nel cellophane e leggi il prezzo. Che sia un paio di euro o anche poco più di 70 centesimi è comunque estremamente basso. Praticamente un’occasione imperdibile. Ma prima di farti travolgere dalla foga di portare a casa quel pezzo di carne imballato, prova a ragionare un secondo. Perché il fatto che quel pollo costi così poco dovrebbe essere un campanello d’allarme riguardo il modo in cui è stato prodotto.

Come funzionano gli allevamenti intensivi, ormai lo sanno tutti. Grandi capannoni in cui decine di migliaia di animali vengono stipati, nutriti con soia e cereali e spesso imbottiti di antibiotici per impedire il propagarsi di malattie infettive. Il tutto per far fronte a una domanda altissima, che spesso si traduce in sprechi alimentari senza paragoni. E quali sono le implicazioni ambientali di questo iper-consumo? Partiamo dal principio, ovvero cosa mangiano gli animali che mangiamo. Infatti, secondo Greenpeace il 70% della produzione agricola dell’Unione europea è destinata a produrre mangime e foraggio per gli animali da allevamento. E se usciamo dai confini comunitari, scopriremo che in Brasile e altri Paesi sono presenti distese di centinaia di migliaia di ettari destinati alla produzione di soia per l’industria della carne. Soia che viene prodotta tutto l’anno e trasportata lungo migliaia di chilometri per raggiungere, allevamento dopo allevamento, gli animali che nutrendosi di soia e cereali non sono in grado di assimilare le proprietà e i sali minerali di cui avrebbero bisogno per mantenersi in forze e in salute e garantire quindi un apporto nutrizionale corretto a chi li mangerà. Un altro settore colpito a morte da questo genere di attività produttiva è quello dell’acqua. Solo in Italia, infatti, ai foraggi e alle produzioni agricole in generale è destinato l’85% dell’impronta idrica nazionale. Per non parlare delle emissioni provenienti dagli allevamenti, che da sole rappresentano il 20% dei gas serra mondiali.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…