La telemedicina ha permesso di salvare la vita a un astronauta nello spazio, perché è importante

Un astronauta della Nasa in servizio sulla Stazione spaziale internazionale ha scoperto di avere un trombo nella vena giugulare. La telemedicina gli ha permesso di iniziare subito la terapia, per stabilizzare le proprie condizioni e rientrare sulla Terra. Prova a immaginare le potenzialità di questo strumento in quelle zone d’Italia isolate e lontane dagli ospedali.
Giulia Dallagiovanna 24 gennaio 2020
* ultima modifica il 24/01/2020

Una trombosi venosa profonda è, come probabilmente già saprai, un problema serio. Quando si forma un coagulo che ostacola il normale flusso di sangue, le conseguenze possono risultare anche gravi, almeno quanto un'embolia polmonare. È quindi importante raggiungere in fretta il pronto soccorso, per iniziare subito il trattamento che consiste nell'assunzione di anticoagulanti per circa tre mesi e nel monitoraggio della situazione. In caso contrario, si può assistere a peggioramenti anche nell'arco di qualche ora. Fin qui tutto chiaro, ma ora le cose si complicano: cosa fare quando accade nello spazio? Sembra una domanda assurda, ma i viaggi oltre atmosfera sempre più frequenti portano per forza a porsi anche questi problemi. E la riposta che è stata trovata al momento è la telemedicina. È quello che ha salvato l'astronauta della Nasa, al lavoro da due mesi sulla Stazione spaziale internazionale, e che è stato poi riportato come case study sul New England Journal of Medicine.

Non si conosce il nome di questa persona, per questioni di privacy. E non è nemmeno necessario per capire l'importanza di questo strumento telematico che rimane ancora poco sfruttato. Innanzitutto, gli astronauti ne fanno già un utilizzo parziale, in quanto devono effettuare periodicamente controlli di routine che monitorino le loro condizioni di salute nella situazione di stress fisico alla quale sono sottoposti. E proprio durante uno di questi esami, tramite il ricorso a una sonda a ultrasuoni, ha notato la formazione di un trombo nella vena giugulare del collo.

Non c'era tempo da perdere, ma nemmeno pronto soccorsi o ambulanze nello spazio. Così l'unica possibilità era la tecnologia. Dal pianeta Terra è stato chiamato a guidare le operazioni il professor Stephan Moll, Ematologo presso l'Hemophilia and Thrombosis Center, della North Carolina University, scelto per la sua grande esperienza. La sfida che si è trovato davanti non era semplice: fare in modo che il problema non peggiorasse e l'astronauta potesse tornare a Terra, avendo a disposizione un campione ristretto di medicinali e con un paziente in condizioni di gravità zero. E tutto effettuato a una distanza di circa 400 chilometri dalla superficie terrestre.

Era importante anche prevenire il rischio di emorragie interne, tra gli effetti collaterali dei farmaci utilizzati

Hanno così iniziato con l'enoxaparina per fluidificare il sangue, facendo anche attenzione a prevenire il rischio di possibili emorragie interne, che sono tra gli effetti collaterali di questo farmaco. Sono riusciti ad andare avanti con le scorte della navicella spaziale per quasi 43 giorni, poi per fortuna è arrivato un rifornimento di apixaban, che è possibile assumere per via orale, grazie a un veicolo spaziale che ha fatto da corriere. Periodicamente, l'astronauta procedeva con ecografie al collo e inviava o discuteva i referti con il team del professor Moll, il quale ogni tanto riceveva una telefonata dallo spazio. Dopo oltre tre mesi, il paziente ha potuto raggiungere la Terra e le sue condizioni di salute erano buone.

In poche parole, la telemedicina ha salvato la vita di una persona che non poteva in alcun modo essere raggiunta da un medico in carne ed ossa. Ma non è necessario andare nello spazio per rendersi conto di quanto questo strumento sia importante. Prova a pensare ad esempio quelle zone d'Italia distanti diversi chilometri da un ospedale. Alcune aree dell'Appennino o le isole, per esempio. Ecco, proprio per loro la medicina telematica potrebbe risolvere tante difficoltà, soprattutto per chi è affetto da patologie croniche o necessita di un intervento d'urgenza.

Fonte| "Venous Thrombosis during Spaceflight" pubblicato sul New England Journal of Medicine il 2 gennaio 2020 

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