L’infarto potrebbe dipendere anche dalla presenza di un batterio dell’intestino: lo studio italiano

Questa scoperta è molto importante, perché potrebbe condurre all’individuazione di un nuovo farmaco o un metodo di intervento che aiuti a prevenire l’attacco cardiaco. Al momento, la molecola utilizzata per questo scopo ha dato buoni risultati sui topi. Bisognerà dunque capire se funziona anche sull’essere umano.
Giulia Dallagiovanna 14 gennaio 2020
* ultima modifica il 14/01/2020

L'infarto è chiamato anche attacco cardiaco. E questo perché si è sempre pensato che riguardasse solamente il cuore e le arterie. In poche parole, in uno di questi vasi sanguigni più grandi si formano grumi di grassi e globuli bianchi e queste placche possono finire per ostruire il passaggio e impedire la circolazione del sangue. Di conseguenza, una parte del muscolo più importante del tuo corpo si ritrova improvvisamente senza nutrimento e muore. La novità però è che c'entrerebbero anche alcuni batteri che vivono nell'intestino e in particolare l'Escherichia Coli. Lo hanno dimostrato in uno studio alcuni ricercatori dell'Università Sapienza di Roma.

Gli esperti sono arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato campioni prelevati da 150 persone. I volontari erano divisi in tre gruppi: i primi 50 avevano un infarto in atto, altri 50 soffrivano di problemi cardiaci ma non erano ancora incorsi in nessun episodio di questo tipo e gli ultimi 50 erano perfettamente sani. L'Escherichia Coli compariva solamente in quei pazienti che avevano un attacco cardiaco in corso, mentre negli altri due gruppi non ve n'era traccia.

L'Escherichia Coli è stato trovato nel sangue e nel trombo dei pazienti con infarto in atto

"Siamo partiti dall'intuizione che alcuni batteri intestinali potessero avere un ruolo nello sviluppo dell'infartoha spiegato all'ANSA Francesco Violi, Direttore della I Clinica Medica del Policlinico Umberto I di Roma e coordinatore dello studio -; da qui abbiamo avviato uno studio che è durato oltre 4 anni e scoperto che i pazienti con infarto acuto presentavano alterazioni della permeabilità intestinale e contemporaneamente il batterio E. coli nel sangue e nel trombo".

Ma la parte più importante di questa sperimentazione è quella avvenuta in un secondo momento, sui topi. I ricercatori infatti hanno provato a capire se fosse possibile fermare l'infarto a partire dalla loro scoperta. E la risposta sembrerebbe affermativa. Utilizzando una molecola specifica, che impedisce al batterio di legarsi con le cellule immunitarie presenti nell'arterie, ovvero i globuli bianchi che concorrono alla formazione delle placche di cui ti parlavo all'inizio, si può evitare la formazione del trombo e del successivo attacco di cuore.

A questo punto naturalmente sarà necessario vederci più chiaro e soprattutto capire se questo meccanismo funziona anche nell'essere umano. In quel caso infatti significherebbe aver trovato una possibile forma di intervento che prevenga il problema o eviti il prolungamento dell'infarto.

Fonte| "Low-grade endotoxaemia enhances artery thrombus growth via Toll-like receptor 4: implication for myocardial infarction" pubblicato su European Heart Journal il 3 gennaio 2020.

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