Marco Cappato ci spiega la sentenza della Corte Costituzionale sul fine vita

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, che ha stabilito che l’aiuto al suicidio non è un reato quando si verificano determinate condizioni, viene di nuovo chiamato in causa il Parlamento che deve emanare una legge su eutanasia e fine vita, per riempire un vuoto legislativo mai sanato. Ne abbiamo parlato con Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Coscioni, che con la sua autodenuncia ha reso possibile questo risultato.
Giulia Dallagiovanna 18 ottobre 2019
* ultima modifica il 18/10/2019

Mercoledì 25 settembre la Corte Costituzionale ha emesso una sentenza storica: l'aiuto al suicidio non è reato, se si verificano determinate condizioni. Se, insomma, la persona che viene accompagnata alla morte soffre di una patologia irreversibile, che la costringe a sofferenze insopportabili e l'ha resa dipendente da un trattamento vitale. E, soprattutto, se è il paziente stesso che ha chiesto fossero interrotte le terapie che lo mantengono in vita. Un risultato che non sarebbe stato possibile senza la vicenda di Fabiano Antoniani, Dj Fabo, che nel febbraio 2017 ha reso pubblica la sua battaglia per il diritto a morire in Italia e ha poi dovuto ricorrere al suicidio assistito in Svizzera. E non sarebbe stato possibile se Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, non si fosse autodenunciato alla procura di Milano e non fosse iniziato un processo a suo carico.

"D’ora in poi chi si troverà nelle condizioni di Fabiano potrà essere aiutato nel diritto, poi vedremo se e quanto una legge li aiuterà concretamente a farlo" ha commentato Cappato ai microfoni di Ohga.

Adesso infatti la palla passa di nuovo al Parlamento, chiamato ancora una volta e riempire un vuoto legislativo, denunciato fin dai tempi della battaglia per l'eutanasia legale di Piergiorgio Welby nel 2006. "In Italia secondo l’Istat tre malati al giorno si suicidano nelle condizioni più terribili e quindi per chi crede nel diritto è importante che le scelte delle persone si possano fare alla luce del sole e nella legalità invece che nella clandestinità – ha aggiunto Cappato – Serve una legge per definire le condizioni attraverso le quali un paziente possa chiedere di morire, quali sono le procedure per verificare queste condizioni, per punire gli abusi e per definire le responsabilità dei medici ed eventualmente anche le modalità con le quali chi non vuole praticare eutanasia possa non farlo".

Serve, insomma, che il Parlamento faccia il proprio lavoro: avvii un dibattito costruttivo ed emetta un testo, che non potrà non tener conto della sentenza della Corte Costituzionale.

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