Monocolture intensive: quell’iper-produzione che mette a dura prova i terreni di tutto il mondo

Nel mondo ci sono spazi immensi, ettari ed ettari di terreni dedicati esclusivamente alla coltivazione di una sola specie vegetale. Avocado, soia, nocciole, mais e qualunque altro alimento presente ogni giorno sugli scaffali dei supermercati, anche se in alcuni periodi dell’anno la natura non ne prevedrebbe la crescita. Si chiamano monocolture, e rappresentano uno dei principali nemici dei suoli della Terra.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
23 settembre 2019

Frutti esotici che crescono in un solo Paese ma raggiungono regolarmente tutti i luoghi del mondo senza interruzione. Immensi campi, rettangoli perfetti e regolari costantemente annaffiati di pesticidi e milioni di litri d’acqua allo scopo di nutrire gli allevamenti da cui uscirà la carne che mangeremo. Terreni consumati dalle colture intensive che impongono alla natura ritmi a cui non è mai stata abituata. Tra i nemici del Pianeta le monocolture, e più in generale l’agricoltura intensiva, sono ciò che colpisce i maggiormente i suoli. Perché si tratta di un’attività costante, senza sosta e intensissima, che non potrà mai avere fine per riuscire a far fronte all’immensa domanda di prodotti che chiama da ogni parte del mondo, sopratutto quello occidentale.

Come credi sia possibile che nei supermercati siano sempre a disposizione tutto l’anno alimenti che normalmente sarebbero fuori stagione? E come pensi sia possibile nutrire tutti i milioni di animali da reddito che vivono negli allevamenti intensivi per la produzione di carne e latte?  Per far fronte all’immensa, costante richiesta alimentare mondiale, nel corso della storia l’uomo è stato costretto a trovare degli espedienti che superassero i tempi necessari alla natura per fare il proprio corso, forzando un po’ la mano sulla crescita e sulla produzione.

Così, ancora all’epoca del colonialismo, nacquero le monocolture, per garantire ai paesi colonizzatori di avere a disposizione in grande quantità tutti i prodotti esotici che nei loro territori non esistevano. Naturalmente, per poter assicurare la presenza di questi prodotti sulle loro tavole, la produzione nei paesi d’origine doveva essere costante e intensa.

Oggi il meccanismo è naturalmente cambiato, anche se la sostanza rimane la stessa. Non è un caso che le monocolture più estese al mondo si trovino in Paesi in via di sviluppo come alcune zone dell’Asia e dell’America Latina, in cui, oltre a esserci condizioni climatiche favorevoli alla crescita di determinate specie alimentari, molte popolazioni basano la propria sopravvivenza e la propria economia proprio su questo genere di coltivazioni e la loro esportazione. Esportazione che deve garantire una risposta soddisfacente alla domanda mondiale di un determinato prodotto, che non conosce stagioni né attese.

Cos’è la monocoltura?

Si tratta di un processo agricolo finalizzato ad adibire un terreno alla coltivazione della stessa specie vegetale al fine di garantire una produzione costante e standardizzata di questa specie a un costo ridotto. Le principali monocolture al mondo sono senza dubbio mais e soia, che vengono impiegate in larghissima parte come foraggio per gli animali da allevamento e solo in minima parte come nutrimento per le persone. A queste si aggiungono colture di qualunque altro genere come olio di palma, avocado, tabacco, caffè e così via.

Se desideri approfondire l’argomento, ti consiglio il documentario Soyalism realizzato da Stefano Liberti e Fabio Ciconte.

Conseguenze della monocoltura

Come avrai capito, a parte il profitto le monocolture intensive non comportano alcun vantaggio né per natura, né per le comunità, e neppure per coloro sulle cui tavole arriverà quel cibo. Ma capiamone le conseguenze in modo più specifico:

  • Impoverimento del suolo, che non riceve in cambio i sali minerali e gli elementi che dovrebbero arricchirlo per favorire una nuova crescita, cosa che accade dell’agricoltura estensiva.
  • Cibo di bassa qualità. Troppo a troppo poco è la ricetta perfetta per garantire una scarsa qualità a fronte dell’eccessiva quantità di alimenti che le monocolture intensive devono produrre. Da suoli impoveriti da un uso costante di pesticidi, dalla spinta alla sovrapproduzione, il sapore che deriva è sicuramente diverso. Inutile dirlo, peggiore.
  • Deforestazione dovuta alla costante ricerca di nuove zone in cui introdurre le coltivazioni.
  • Uccisione di insetti, soprattutto impollinatori, inquinamento dell’aria e dell’acqua provocati dall’utilizzo eccessivo di pesticidi e diserbanti necessari a far crescere velocemente e in salute le coltivazioni.
  • Rischio per l’economia delle comunità. Destinando la maggior parte dei propri terreni alla coltivazione di una sola specie, al primo problema relativo a quella specifica coltura l’economia dell’intera zona potrebbe essere compromessa, comportando problematiche economiche e sociali che non sarebbe possibile bilanciare con un altro tipo di economia.
  • Consumo sconsiderato delle risorse idriche. Nonostante molti Paesi del mondo si trovino in costante emergenza idrica, non avendo a disposizione acqua per bere, lavarsi, idratarsi e mangiare, per l’agricoltura viene utilizzato circa il 70% delle risorse idriche a disposizione nel mondo.
  • Equilibrio agroambientale compromesso. In base alla richiesta del prodotto del momento, colture di altro tipo vengono sacrificate, sostituite da un unico alimento. Questo provoca una perdita di diversità, di varietà agricola e anche delle modifiche invasive al paesaggio, il cui aspetto viene totalmente compromesso.
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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…