No Grandi Navi: il comitato che vuole restituire la laguna veneziana ai suoi abitanti

Un comitato locale, di cittadini veneziani ma anche giovani studenti fuorisede, che da anni cerca di accendere i riflettori sulla portata ambientale e strutturale della presenza e del passaggio delle grandi navi all’interno della laguna.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
24 gennaio 2020

C’è un canale piccolo e stretto, di quelli antichi, tradizionali, pittoreschi. Da sempre, quando pensiamo a Venezia pensiamo a luoghi di questo tipo. Sottili strade d’acqua lungo il cui percorso scivolano, lente e placide, piccole imbarcazioni sapientemente guidate da gondolieri in maglietta a righe. Ambientazioni quasi surreali, visioni fiabesche che tuttavia può capitare vengano re-immerse violentemente nella realtà a causa di un orizzonte coperto da un'enorme costruzione galleggiante.

È un’immagine celebre e per niente rara. Una gigantesca nave da crociera si avvicina alla città lagunare sovrastandola in modo innaturale, quasi volesse divorarla. Che è un po’ quello che accade nella realtà. Proprio per questo motivo da 8 anni a Venezia è attivo il comitato No Grandi Navi. Un gruppo di cittadini, veneziani e non, che vorrebbero sottrarre la splendida Venezia alla monocoltura del turismo che la sta consumando, restituendola a chi la vive davvero, prendendosi cura della sua tradizione e conservandone l’autenticità.

A raccontarci perché la presenza di un comitato autonomo si è resa nel tempo necessaria e imprescindibile, è Anna Clara Basilicò, nata e cresciuta a Milano ma da anni abitante attiva di Venezia, dove ha studiato e si è laureata.

Quella che a primo acchito può apparire come una causa lontana da Anna Clara, che a Venezia vive da poco, in realtà l’ha coinvolta sin da subito, quando appena trasferitasi nella città, verso cui ha avuto un vero e proprio colpo di fulmine, ha assistito a una scena particolare, in cui diverse persone stavano manifestando al passaggio di un’enorme nave. Da quel momento ha capito che anche lei, presto, avrebbe dato il proprio contributo.

“Vivendo a Venezia inizi a renderti conto di tante cose”, dice Anna Clara. “Ad esempio che, anno dopo anno, gli affitti non fanno che aumentare in modo esponenziale, al livello di 300 euro in soli tre anni, oppure che la tua casa è destinata a essere trasformata in un bed and breakfast. Cominci a notare che per fare la spesa devi camminare parecchio, che i supermercati hanno dei prezzi assurdi e che i normali servizi che nelle città dovrebbero essere garantiti alla cittadinanza, come un ferramenta o la palestra, in realtà mancano perché tutto è basato sull’alimentazione del turismo e i cittadini vengono relegati in secondo piano.”

Quello contro le grandi navi, quindi, è un movimento che sì lotta contro il passaggio in laguna di questi ecomostri galleggianti, ma si inserisce in un discorso più ampio che riguarda la gestione di una città che non può sostenere tutto questo ancora per molto.

“Il comitato No Grandi Navi è nato il 6 gennaio 2012, profeticamente due mesi prima dell’incidente del Giglio, raccogliendo l’eredità di un altro movimento storico veneziano, il No Mose, contro la grande opera all’epoca in costruzione, che aveva però un po’ perso la propria forza. Questa nuova realtà individuò subito nelle grandi navi la contraddizione della città, leggendole sia come problema ambientale che colpisce l’ecosistema lagunare, dal momento che intervengono sullo smottamento dei fondali, l’inquinamento dell’aria e su altre questioni, sia individuandole come mezzo privilegiato del turismo di massa, che è una delle piaghe maggiori di cui soffre Venezia.”

Da quando nasce, il comitato inizia a raccogliere sostegno, adesioni e partecipazioni da gran parte della cittadinanza, dimostrando di aver compreso molto bene il pericolo in cui potrebbe incorrere la laguna. Nonostante al suo interno ci siano persone con personalità molto diverse tra loro.

“All’interno del comitato militano anime molto diverse le une dalle altre, posizioni anche divergenti. Ad esempio, c’è chi si pone a favore di un porto al di là del lido e chi invece ha posizioni più radicali e punta alla scomparsa definitiva delle navi da crociera da qualsiasi tipo di ambiente, ci sono i veneziani doc, anagraficamente un po’ più grandi che rappresentano la “vecchia guardia”, e ci siamo noi studenti fuori sede che veniamo da tutta Italia. Tutti però siamo uniti a doppio filo dallo slogan, che è anche l’obiettivo finale: fuori le navi dalla laguna.”

Le navi, infatti, a Venezia passano sempre, senza sosta, per 12 mesi all’anno. La città vede sbarcare in continuazione fiumi di persone che con la loro presenza riempiono fino all’orlo lo spazio urbano della città, situazione giustificata dall’alto come necessaria per portare lavoro e introiti alla città.

“Non è esattamente così. Il vero introito infatti deriva dalla concessione delle banchine. Ovviamente però questi soldi vanno alla sovrintendenza del porto e al Comune, ma non c’è una redistribuzione di questi fondi, e anche i croceristi non è detto che si fermino a mangiare o dormire in città dal momento che hanno alloggio e pasti già spesati a bordo.”

Ma come agiscono quindi gli attivisti del comitato No Grandi Navi? Quali sono le loro modalità d’azione?

“Per leggere le nostre pratiche la lente che va utilizzata è quella della riappropriazione della città, del diritto alla città. Noi partiamo dal presupposto che questa città appartiene a una lunghissima tradizione che se ne è sempre presa cura, una tradizione incompatibile con le grandi navi, perché le grandi navi distruggono l’ecosistema lagunare. Ciò che invece appartiene a questa città sono le piccole imbarcazioni, la vita pubblica nelle strade e nelle piazze senza auto… Tutto quello che noi facciamo cerca di trasmettere questo significato. Quindi bloccare le grandi navi con tante piccole imbarcazioni vuole trasmettere il messaggio che queste imbarcazioni appartengono a questo ambiente, sono compatibili con lui, mentre voi mostri marini galleggianti non lo siete.

Una delle pratiche che utilizziamo maggiormente è quella del corteo acqueo, che è appunto un’azione di blocco non solo simbolico ma anche pratico organizzato in acqua, su piccole imbarcazioni, per segnalare a chi appartiene davvero il canale rallentando o addirittura bloccando la partenza della grande nave. Infatti nel momento in cui la nave parte non è possibile fermarla, ma è invece possibile bloccare il canale preliminarmente invadendolo con le imbarcazioni e ritardandone o addirittura arrestandone la partenza.”

La pratica del corteo di barche è stato anche ripresa e fatta propria da altri movimenti anche esteri, ad esempio in Germania dove alcuni attivisti sono scesi nei fiumi a bordo di piccole barche per bloccare le navi di carbone. Ma non è l’unico modo che a Venezia usano per bloccare le navi.

“Nel 2013 lo stesso blocco è stato fatto non con le barchette ma direttamente con i propri corpi. È stato quindi organizzato un tuffo collettivo in cui decine di attivisti muniti di muta si sono buttati nel canale della Giudecca impedendo il passaggio alle navi. È solo un esempio di quanto le persone siano disposte a mettersi in gioco in prima persona, anche con il proprio corpo.”

Ma il comitato agisce anche su altri fronti, utilizzando anche strumenti più “istituzionali” come ad esempio dare la parola a tutti i cittadini tramite raccolte firme o referendum.

“Nel 2017 abbiamo indetto un referendum popolare con valore simbolico, non legislativo. Abbiamo organizzato dei gazebo in tutta la città, chiedendo ai cittadini se volevano che ci fossero o no le navi dentro la laguna. L’iniziativa ha avuto un successo enorme, ai gazebo c’erano file lunghissime di persone che desideravano prendere parola, esprimere la propria opinione, offrire una testimonianza simbolica, un supporto alla lotta. A mettere la crocetta, in quell’occasione, sono state 20mila persone e anche se non c’è stato poi un seguito a livello politico è stata comunque una dimostrazione importante”.

E a livello di dialogo con le istituzioni è ancora più complicato.

“All’interno del comitato ci sono vari approcci anche a questa questione. Infatti ci sono vari membri che sono sempre stati presenti e attivi negli incontri con le istituzioni, che credono che la via del dialogo possa essere positiva, ma ce ne sono altri che non riconoscono alcuna utilità in questo tipo di scambio. L’importante è che l’obiettivo sia lo stesso, poi ciascuno decide autonomamente come portarlo avanti. Anche se c’è da dire che i colloqui istituzionali non hanno mai portato a niente, quindi la fiducia non è altissima.”

Eh già, soprattutto perché a partire dal 2012, dopo il disastro della Costa Concordia, il decreto Clini-Passera del 2 marzo 2012, detto anche anti-inchini, avrebbe stabilito il divieto per le navi che superano le 40mila tonnellate di accedere al Canale di San Marco e della Giudecca. Purtroppo, però, la norma non è mai stata applicata e per Venezia continuano a passare oltre 500 enormi navi l'anno.

È tempo di fare una scelta quando si parla di Venezia. Vogliamo decidere di dare a questa città una possibilità di sopravvivere e di mantenere un minimo di dignità oppure vogliamo definitivamente arrenderci all’idea che verrà trasformata in un parco giochi per poi essere definitivamente sommersa dall’acqua? È questa la prospettiva in cui bisogna leggere qualunque decisione che coinvolga Venezia.”

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…