“Non è aiuto, si chiama giustizia”: il ragazzo siriano che dona la sua pizza a chi non può permettersela

A pochi metri dalla pizzeria di Moeh Darwich, c’è un albero speciale: è stato chiamato l’Albero della solidarietà perché proprio qui, ogni sera dopo le 23, chi non può permettersi una pizza può prenderla gratuitamente. L’iniziativa di Moeh, un ragazzo siriano che considera questo gesto di aiuto, un profondo segno di giustizia.
Gaia Cortese 25 Novembre 2021

A Roma, al civico 16 di Via della Lega Lombarda, dopo le 23 chi non può permettersi un trancio di pizza, può trovarla sotto un albero, chiamato per l'occasione l'Albero della Solidarietà. L’iniziativa è di un ragazzo siriano, Moeh Darwich, 27 anni, proprietario e gestore della pizzeria Ferro di Roma.

“Se hai bisogno di cibo e non puoi pagarlo, ogni sera dopo le 23, lasceremo qui della pizza gratis”. È quanto si legge sul cartello che è stato appeso su un albero a pochi metri dalla pizzeria.

Come è nata l’iniziativa dell’albero della solidarietà?

Abbiamo aperto la pizzeria circa due anni fa, specializzandoci nella pizza a lunga lievitazione. Il nostro è un quartiere molto bello, nel tempo abbiamo fatto la conoscenza di tutto il vicinato. Non è raro che capiti che diverse persone del quartiere, magari senza fissa dimora, passino per chiedere un pezzo di pizza o qualcosa da mangiare: a tale richiesta non si può dire di no, perché è gente che è in difficoltà e ha un bisogno.

Nelle ultime settimane abbiamo pensato che fosse importante lanciare un’iniziativa intorno all’orario di chiusura. Molti ristoranti già lo fanno utilizzando un’app che gli permette di vendere un pasto a prezzo ridotto, ma noi abbiamo deciso di percorrere una strada diversa: donare direttamente.

Nel nostro quartiere è fondamentale fare qualcosa del genere e vorremo invogliare anche altri ristoranti a fare lo stesso. Abbiamo reso tutto molto semplice, scegliendo di proposito un orario come le 23. È una questione di dignità perché una persona che vuole un pezzo di pizza, magari non vuole essere vista.

Cosa ti ha spinto a compiere gesto così altruista?

Non credo sia giusto che una persona che non ha la situazione economica di un’altra, non possa avere la stessa opportunità, che in questo caso è poter portare una fetta di pizza a casa. Sono il titolare di questa pizzeria da quasi due anni e con me lavorano altre quattro persone; provengo dalla Siria e prima di arrivare in Italia ho vissuto diversi momenti di difficoltà. Sappiamo tutti cosa è successo nella mia terra di origine, quanto sia importante dare un contributo per aiutare: ma non è aiuto, si chiama giustizia.
Prima di arrivare in Italia nel 2016 ho viaggiato in diversi Paesi, tra cui la Giordania e l’Egitto, e ho sempre lavorato nella ristorazione, anche in due campi di rifugiati. Poi sono venuto a Roma, mi sono laureato a Tor Vergata, ho imparato da un bravo maestro a fare la pizza romana e adesso stiamo crescendo come attività.

Perché alla fine hai scelto l’Italia come Paese dove vivere?

Perché è un paese mediterraneo. Volevo un posto dove potermi sentire a casa e ci sono riuscito grazie a tutte le persone che ho conosciuto qui. Grazie a loro sono riuscito a creare questo concetto di casa che mi mancava. Suono anche il mandolino…