Osteoporosi infantile: a quali segnali devi prestare attenzione quando guardi tuo figlio

Dolori anomali e fratture ossee senza apparente giustificazione sono segnali che lo scheletro di un bambino è più fragile di quanto dovrebbe e che potrebbe soffrire di osteoporosi infantile. Abbiamo chiesto al dottor Marco Cappa a quale età può insorgere per la precisione e a quali sintomi devi prestare attenzione.
Giulia Dallagiovanna 20 ottobre 2019
* ultima modifica il 20/10/2019
Intervista al Dott. Marco Cappa Responsabile dell'unità operativa complessa di Endocrinologia dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma

L'osteoporosi infantile, come suggerisce il nome, è proprio quella malattia che provoca la riduzione della massa ossea e che di solito sei abituato ad associare a persone più anziane. I casi sono più rari, certo, però forse non sapevi che anche un bambino piccolo o un adolescente possono presentarne i sintomi. Se però hai un figlio che rientra in questa fascia d'età, dovresti prestare attenzione ad alcuni segnali precisi, che rivelano subito un problema in corso.

In occasione della Giornata mondiale dell'osteroporosi, abbiamo chiesto al dottor Marco Cappa, responsabile dell'unità operativa complessa di Endocrinologia dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, di spiegarci quali fenomeni dovrebbero preoccuparti e a quale età può insorgere questa patologia.

Dottor Cappa, come si può definire l'osteoporosi infantile?

Le linee guida prevedono che i bambini con una MOC (Mineralometria Ossea Computerizzata) al di sotto di -2,0 Deviazione Standard rispetto alla norma, e con storia di frattura, siano effettivamente affetti da osteoporosi. L'aspetto fondamentale, però, è che i parametri di riferimento debbano essere relativi all'età, al sesso, all'altezza e allo stadio puberale del paziente. Se infatti prendo come campione l'immagine corrispondente allo standard per un bambino di 5 anni, ma poi il soggetto che viene visitato è più piccolo di statura, quell'osso dovrà essere valutato utilizzando un parametro diverso. E lo stesso discorso vale nei confronti di un adolescente di 12 anni, con uno stadio puberale ritardato: l'osso infatti risente della variazione dei flussi ormonali.

A quale età può insorgere?

I valori di riferimento sono stati calcolati a partire dai tre anni di età, perciò è da quel momento che si può eventualmente parlare di osteoporosi. Naturalmente, poi, i parametri si modificano a mano a mano che un bambino cresce. Proprio per il discorso che si faceva prima.

Qual è la differenza tra l'osteoporosi infantile e quella che colpisce gli adulti?

La differenza è principalmente nelle cause che portano all'insorgenza della malattia. In età pediatrica e giovanile si sviluppa di frequente un'osteoporosi secondaria, dovuta ai farmaci. Il più delle volte il problema è il cortisone di cui diversi bambini fanno uso come terapia per patologie sistemiche importanti, ad esempio quelle ematologiche, nefrologiche o reumatologiche. Le forme non legate ai medicinali sono genetiche. 

Nell'adulto invece le cause sono legate soprattutto ai flussi ormonali: la carenza di estrogeni per la donna, soprattutto durante la menopausa, e di testosterone per l'uomo, dovuta a patologie che colpiscono la sfera sessuale.

Quali sono i primi sintomi a cui i genitori devono prestare attenzione?

Il primo motivo di preoccupazione deve essere una frattura patologica, cioè che si presenta senza nessuna giustificazione, magari dopo traumi lievi, come scendere da un marciapiedi. È un chiaro segnale di fragilità ossea. Altri episodi che devono allarmare sono poi i dolori articolari e altre manifestazioni più specifiche della malattia, ma un genitore deve prestare attenzione soprattutto al primo punto.

Come viene trattata?

Il trattamento dell'osteoporosi infantile dipende principalmente dalla causa che l'ha provocata. In generale si può ricorrere alla vitamina D, ad esempio nel caso di rachitismo sensibile a questa vitamina, oppure per altre forme dove il problema è la ridotta quantità di calcio nelle ossa. Se l'origine è diversa esistono poi dei farmaci, come quelli a base di bisfosfonati, i più utilizzati. Si evita invece la teriparatide, somministrata di solito agli adulti, perché ancora non vi sono sperimentazioni in età pediatrica.

Molto importante è effettuare l'attività fisica accanto ai farmaci, sia che si tratti di uno sport senza carico, come il nuoto, o di ginnastica posturale in sedute di fisioterapia. Naturalmente bisogna scegliere un tipo di esercizio compatibile con le lesioni che possono essersi create, evitando il carico proprio sulle articolazioni interessate. Pertanto l'esercizio fisico aiuta però a migliorare la qualità dell'osso e diviene ancora più utile se viene svolto all'aperto, dove c'à la possibilità di esporsi ai raggi del sole per favorire la sintesi di vitamina D.

Fonte| Ospedale pediatrico Bambino Gesù

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