Parla il virologo Crisanti: “Pensare già di dover convivere con il virus è come ammettere una sconfitta”

Il professore dell’Università di Padova sostiene che la via da seguire è quella della sorveglianza attiva, con tamponi ai familiari e alle persone che potrebbero essere entrate in contatto con persone infette. Non nasconde poi il suo rammarico: “Abbiamo perso l’occasione per fermarlo all’inizio, ma bisogna continuare a combattere”.
Federico Turrisi 4 aprile 2020
* ultima modifica il 12/06/2020
Intervista al Dott. Andrea Crisanti Direttore dell’unità operativa complessa di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova

In questo periodo il telefono del professor Andrea Crisanti squilla in continuazione. Virologo con un curriculum che non ha bisogno di presentazioni (è stato anche docente di parassitologia molecolare all'Imperial College di Londra), Crisanti dirige attualmente l’unità operativa complessa di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova ed è tra i principali studiosi del nuovo coronavirus SARS-CoV-2.

Tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo ha guidato un team dell'Università di Padova in una ricerca epidemiologica sulla popolazione di Vo' Euganeo, in Veneto. In questa cittadina di poco più di 3 mila abitanti si era creata infatti una situazione molto particolare. Dopo la scoperta del primo caso di Covid-19 il territorio comunale di Vo' era stato dichiarato "zona rossa" e nel giro di poche ore era stato isolato: nessuno poteva entrare né uscire. Tutti cittadini sono stati dunque sottoposti al test per il coronavirus.

"Al momento in cui abbiamo effettuato l'indagine", spiega Crisanti, "è emerso che il 3% della popolazione era infetto, e di questi circa il 45% era asintomatico. L'aspetto più importante che abbiamo scoperto è che gli asintomatici erano in grado di contagiare altre persone. Da che cosa lo abbiamo dedotto? Nel secondo campionamento abbiamo individuato altri infetti che convivevano con persone asintomatiche risultate positive. Non solo, quindi, si è dimostrato che gli asintomatici sono una percentuale molto elevata, ma che sono anche in grado di diffondere il virus".

"Gli asintomatici sono una percentuale molto elevata degli infetti e contribuiscono a diffondere il virus".

Crisanti tiene a sottolineare un altro elemento riscontrato dallo studio condotto sugli abitanti di Vo' Euganeo. "Con le misure di isolamento selettivo è stato possibile bloccare la diffusione dell'infezione. Sia ben chiaro, non si tratta di un isolamento di tutte le persone, ma solo di quelle che erano state trovate positive e dei loro contatti. Il distanziamento sociale selettivo si può rivelare più efficace rispetto all'isolamento sistematico, come quello attuato nel resto d'Italia".

C'è poi il tema del "sommerso". Quante persone in Italia hanno effettivamente contratto il virus e, anche da asintomatiche, sono in grado di trasmetterlo? In un recente documento gli epidemiologi dell'Imperial College di Londra hanno stimato che il 9,8% della popolazione italiana potrebbe essere infetto (ossia 5,9 milioni di persone). Ma in occasione della conferenza stampa del 31 marzo nella sede della Protezione Civile Roberto Bernabei, presidente dell'Associazione Italia Longeva e membro del comitato tecnico-scientifico, ha affermato che in questo momento è come "predire i numeri del lotto".

"È molto difficile stabilire quante persone infette ci siano in questo momento", commenta il professor Crisanti. "Ci sono degli indicatori che possono essere utilizzati; uno di quelli più attendibili è sicuramente dato dal numero dei deceduti, che in linea generale dovrebbe essere moltiplicato tra gli 80 e i 100, considerando anche gli asintomatici. In Italia potrebbe esserci verosimilmente un milione e mezzo milione di infetti. Penso che sia una cifra realistica".

Un posto di blocco a Vo’ Euganeo

Proprio per far emergere per quanto possibile il sommerso, Crisanti propone da tempo di percorrere la strada della "sorveglianza attiva": individuare i positivi, isolarli e sottoporre al tampone le persone che potenzialmente sono entrate in contatto con loro. "Una strategia ottimale a livello nazionale sarebbe quella di sottoporre al test i conviventi, i parenti, gli amici e i vicini delle persone infette".

Si dice inoltre scettico sui test di diagnostica molecolare rapidi, capaci di dare il risultato in pochi minuti ("penso che soffrano di imprecisione notevole"), e non nasconde il problema dei reagenti che cominciano a scarseggiare. "Effettivamente non ce ne sono molti. C'è una certa tensione all'interno della filiera, perché tutti in questo momento li vogliono".

Su tutte però c'è una domanda che si stanno ponendo milioni di italiani: per quanto ancora dovremo rimanere a casa? Sarà possibile una riapertura graduale? A questo proposito è diventato di grande attualità il tema dei test sierologici per la ricerca degli anticorpi in chi ha superato l'infezione da Covid-19. Crisanti sull'argomento non si sbilancia: "Sui test sierologici non c'è ancora certezza. Stiamo valutando diverse tecnologie e stiamo verificando se sono effettivamente in grado di individuare le persone che hanno avuto l'infezione. L'altra questione è poi comprendere se gli anticorpi siano protettivi o meno".

A proposito dell'allentamento delle misure di contenimento, il governo ha parlato di "fase 2": una parziale riapertura dopo il lockdown che però sta ad indicare anche un periodo di convivenza con il virus. Intravedere la luce in fondo al tunnel è legittimo, ma bisogna anche essere realisti.

"Sicuramente abbiamo perso l'occasione per fermarlo quando era ancora in una fase iniziale. Ormai si è diffuso in tutta Italia, sebbene con differenze geografiche notevoli. Solitamente i virus respiratori hanno un andamento stagionale, ma non sappiamo come si comporterà questo coronavirus con l'arrivo dell'estate. Al momento non c'è alcuna evidenza scientifica neanche per sperare nell'immunità di gregge. Tuttavia, pensare già di dover convivere con il virus, secondo me, è come ammettere una sconfitta. Vale invece la pena combattere ancora", conclude Crisanti.

Sono molti gli scienziati che lo ripetono: vari aspetti del nuovo coronavirus sono ancora sconosciuti. Vogliamo tutto e subito, esigiamo che a ogni nostra domanda ci sia una risposta puntuale. La realtà però ci dice che non è così. Ma non è neanche il caso di abbandonarsi allo sconforto. In questo momento, c'è solo bisogno della collaborazione di tutti.

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