Pellicce: un’industria che non vale la pena (e la pelle degli animali)

La produzione di pelli e pellicce è in calo un po’ dappertutto. Diversi Paesi hanno già scelto di chiudere gli allevamenti che si trovano dentro i loro confini, risparmiando la morte di milioni di animali e riducendo l’impatto ambientale di produzione e concia di un materiale ormai obsoleto.
Rubrica a cura di Sara Del Dot
14 ottobre 2019

Sono sempre state viste come un bene di lusso, simbolo di ricchezza e benessere economico, icona di stile e alta moda. Tutti sapevano in che modo venivano realizzate, ma per anni in pochi hanno avuto la voglia, il coraggio e la sensibilità di ribellarsi a questo mercato e avviare una vera e propria svolta. Per la moda, ma soprattutto per gli animali da cui la pelliccia viene letteralmente strappata dal corpo.

Da anni ormai, per fortuna, le scelte di sostenibilità e rispetto per animali e ambiente si sono diffuse a macchia d’olio, e un numero sempre crescente di consumatori tende a prediligere capi d’abbigliamento in eco-pelle o privi di pelliccia. Diversi paesi europei stanno progressivamente vietando la presenza sul loro territorio di allevamenti di animali cresciuti appositamente per il loro manto come volpi, visoni ed ermellini, seguendo le scelte di Repubblica Cieca, Olanda, Austria, Serbia, Croazia, Macedonia, Bosnia e Germania. Inoltre,  sono già diverse le aziende di moda ad avere annunciato che non utilizzeranno più pelliccia vera per i loro capi di lusso, tra cui Gucci, Versace, Furla, Jimmy Choo.

In Italia, sono ancora aperti circa una ventina di allevamenti di visoni concentrati in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, per una produzione annua di circa 160mila pelli. Qui, secondo le normative vigenti, gli animali vengono asfissiati con il gas, monossido o diossido di carbonio prima che venga loro prelevata la pelliccia. Ma le battaglie per chiudere anche questi ultimi impianti sono sempre attive.

Questa lenta eppure in corso transizione fur-free è da considerarsi estremamente positiva sotto vari punti di vista, a partire da quello del rispetto degli animali fino a uno più strettamente ecologico. La produzione di capi in pelliccia, infatti, comporta diversi impatti ambientali. A partire dall’allevamento che come tutti gli allevamenti intensivi produce emissioni, inquina le falde acquifere con liquami e letame e necessità di una quantità enorme di risorse idriche, fino alle sostanze chimiche utilizzate per trattamento e concia del tessuto come cromo, acidi, sodio, ammonio e formaldeide che provocano acidificazione delle acque e inquinamento del suolo.

Secondo la Lav, Lega anti vivisezione, produrre 1 chilo di pelliccia di visone provoca un impatto ambientale 14 volte superiore alla produzione della stessa quantità di materiale prodotto con pile, poliestere, cotone e acrilico.

Ed è proprio sul sintetico che anche gli stessi ambientalisti hanno manifestato dei dubbi. Perché proprio a causa dei materiali con cui le pellicce sintetiche sono realizzate, a livello ambientale sembrano non rappresentare una soluzione realmente sostenibile. Le pellicce in acrilico, infatti, sono molto meno resistenti e non biodegradabili, come invece quelle vere che tuttavia necessitano di una manutenzione particolare e hanno un costo di produzione decisamente superiore in termini sia ambientali che etici.

C’è chi, a fronte di tutto questo, opta per la via di mezzo scegliendo di impiegare e acquistare pellicce e pellami derivanti dagli scarti dell’industria alimentare e non da allevamenti intensivi destinati unicamente a questa produzione.

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Sono nata e cresciuta a Trento, a due passi dalle montagne. Tra mille altre cose, ho fatto lunghe passeggiate nel bosco altro…