Roberta Macrì, ambasciatrice di positività e ballerina sulla sedia a rotelle: “Non è il modo di camminare che fa la felicità”

Dopo l’incidente che l’ha resa disabile, Roberta Macrì è tornata a ballare, dando ascolto alla passione per la danza che si porta dietro da quando era una bambina. La disabilità è un limite se glielo permetti. Roberta dimostra ogni giorno quanto sia importante essere positivi ogni giorno, perché “le cose belle non piovono dal cielo, bisogna essere bravi a cercarsele”.
Gaia Cortese 11 luglio 2020

Nel 2011 Roberta Macrì, 22 anni, rimane vittima di un incidente stradale. Sopravvive, ma l’impossibilità di muovere autonomamente le gambe, la costringe a muoversi su una sedia a rotelle.

A seguito dell’incidente Roberta viene ricoverata all’ospedale Policlinico di Messina e dopo l’intervento per ristabilire la colonna vertebrale con due placche e otto viti, viene trasferita all’Unità spinale di Montecatone ad Imola per la riabilitazione: non potrà più camminare, ma è qui che le insegnano a usare la sedia a rotelle, a guidare nuovamente l’auto, a vestirsi, a lavarsi, a spiegare agli altri come aiutarla e a superare una barriera architettonica.

Roberta impara in fretta e, a un certo punto, vuole di più: vuole essere più consapevole della sua condizione, più preparata per affrontare il suo futuro, vuole sapere quello che si può fare su una sedia a rotelle. È la spinta che la fa presto diventare un'ambasciatrice di positività. Inizia così il suo percorso per far conoscere la disabilità dal punto di vista di chi la vive, non come un ostacolo, ma come un punto di forza. Non solo. Roberta scopre che sulla sedia a rotelle si può anche danzare, quello che è sempre stato il suo sogno.

Come hai trovato la forza di reagire dopo l'incidente e la riabilitazione?

Durante la riabilitazione mio padre, che di professione fa il medico, ha chiuso il suo studio e mi è stato sempre vicino. Quando mi hanno dato il verdetto, ossia che non avrei più camminato, per me è stata importantissima una sua frase: “Ce l’abbiamo sempre fatta insieme e ce la faremo insieme anche questa volta”. È stato un grandissimo supporto che mi ha dato quella carica in più. Sapevo di avere una pietra miliare al mio fianco.

C'è poi da dire che se negli otto giorni in cui sono stata ricoverata a Messina ero la sola in quelle condizioni disperate, ma a Montecatone non ero più sola e questo mi ha confortato tantissimo: ho visto chi stava meglio, ma anche chi stava peggio. A quel punto, se vuoi reagire, cerchi di rendere migliore quella che è la tua condizione.

Quali sono state le principali difficoltà incontrate una volta tornata a casa?

Sicuramente riadattarmi agli ambienti che prima conoscevo da un'altezza diversa. Ho dovuto ribaltare completamente la mia vita, anche se lo avevo già fatto a Montecatone, a casa era tutto più amplificato. Ho poi ritrovato degli amici fantastici che mi hanno aiutata moltissimo e non è stato cosi difficile riprendere in mano la mia vita e i miei interessi.

Oggi c’è qualcosa che non riesci a fare?

Se io non riesco a fare qualcosa da sola ho imparato a chiedere aiuto e non diventa più una cosa impossibile. Una cosa che non riesco a fare assolutamente da sola è tirarmi sulla sedia a rotelle da sola, malgrado riesca a sollevare 50 kg di manubrio in palestra.

Infatti, da 4 anni però sei campionessa italiana di para-powerlifting…

Mi sono sempre allenata in palestra, anche perché allenare la muscolatura "sveglia", quella presente, aiuta a migliorare la quotidianità di chi è disabile. Per me era fondamentale, andavo in palestra e pubblicavo dei video sui social. Il direttore sportivo della Federazione Italiana della Pesistica mi ha "scoperto" proprio attraverso Facebook e mi ha chiesto se fossi interessata a partecipare a delle gare di para-powerlifting, che altro non è che sollevamento pesi. E così è stato.

E poi c'è la danza.

Una volta tornata a casa, avendo scoperto a Montecatone che si può ballare anche su una sedia a rotelle, ho contattato alcuni miei amici che a breve avrebbero organizzato un musical a teatro, e ho chiesto di poter partecipare. Quella è stata una carica di energia all’ennesima potenza. Ero sempre stata in quel mondo, ma ritornarci, con la possibilità attraverso una semplice coreografia di dare forza anche agli altri, per me è stato importantissimo.

"Per me tornare a camminare in questo momento non è fondamentale, perché ho quasi paura di perdere la serenità che ho raggiunto oggi".

Ho sempre ballato, ma in quel frangente con la danza ho potuto trasmettere positività. Avevo un doppio scopo: aiutando me stessa, potevo aiutare anche gli altri, ad avere una visione diversa della realtà, più positiva, più coraggiosa. Ed è quello che faccio attraverso i social ogni giorno, o che metto in pratica andando ad aiutare altre persone disabili, privatamente o su richiesta dell'Unità spinale di Montecatone che mi indirizza a persone vicine alla mia provincia per fornire consigli di ogni tipo.

Cosa provi nell'aiutare gli altri?

Non ho sempre l'autostima a mille, a volte va anche sotto terra, ma il fatto di aiutare gli altri mi fa capire l’importanza del mio essere. La verità è che non è il modo di camminare che fa la felicità. Io ho trovato una felicità che prima non avevo. Per me tornare a camminare in questo momento non è fondamentale, perché ho quasi paura di perdere la serenità che ho raggiunto oggi. Un domani magari cambierò idea, ma oggi vivo il presente in questo modo. Di carattere sono molto lungimirante, ma cerco di rimanere sempre focalizzata sul presente.

Com'è danzare oggi rispetto al passato?

La differenza è che prima danzavo perché amavo danzare, oggi ballo perché attraverso la danza comunico la mia positività. Questa nuova danza ha un ulteriore scopo, e anche se alcuni passi non li posso fare, ho trovato sempre delle alternative. Oggi ballare mi piace ancora di più, perché ho ancora da scoprire nuovi passi, ho ancora molto da sperimentare su me stessa. Credo di essere l’unica paraplegica in Italia, se non addirittura al mondo, che riesce a fare la spaccata!

Nelle persone disabili si riconosce spesso quasi una smania di fare più cose possibili.

Un incidente che ti porta alla disabilità ti fa capire che in qualsiasi momento puoi perdere una parte di te importante, se non addirittura la vita. Così cerchi di fare qualsiasi cosa perché il domani è incerto e cerchi di fare tutto in una volta, per paura di non avere più la possibilità di fare quello che più ti piace. Tuttavia io non voglio accumulare troppe cose per non perdermi la loro bellezza. Un sorriso, una carezza, un bacio, tutte queste cose che possono sembrare sono importanti. Da quando ho capito che queste cose potevo perderle, ho imparato a dar loro ancora più significato. le persone dovrebbero essersene accorte durante il recente lockdown, speriamo che se ne ricordino anche domani.

Quanto è importante essere positivi?

Credo di essere stata sempre positiva nella mia vita. In passato ho sofferto tanto e questa cosa mi ha fatto reagire sempre. Dopo l’incidente la mia visione positiva delle cose si è addirittura amplificata. Ogni giorno bisognerebbe guardarsi allo specchio e sorridere a se stessi, apprezzando ogni cosa che si ha, guardando chi sta peggio di noi e rendendoci conto di quello che abbiamo. Dovremmo cercare di costruirci in maniera positiva il futuro perché le cose belle non piovono dal cielo, bisogna essere bravi a cercarsele.