Stefano, “terrone” a Milano che riscopre le bellezze del Mezzogiorno: “Tornare al Sud ha cambiato il mio modo di vedere il mondo”

A 22 anni lascia la sua Salerno per cercare fortuna a Milano, dove decide di raccontare sui social la sua vita da fuorisede. Poi torna a visitare il Sud Italia, per valorizzarne le storie e le tradizioni.
Emanuele La Veglia 3 settembre 2020

Tra i tuoi amici o parenti conoscerai probabilmente qualcuno che per studio o lavoro ha lasciato la sua città di origine. O forse tu stesso ci stai leggendo da una città lontana da quella della tua famiglia. Trasferirsi vuol dire opportunità, ma anche difficoltà e spesso si può sentire il bisogno di di una parola amica, di qualcuno che si sia trovato nelle tue stesse condizioni.

Un punto di riferimento per molti fuorisede è Stefano Maiolica, 26 anni, conosciuto su Instagram come @unterroneaMilano. Quattro anni fa ha lasciato la sua Salerno per trasferirsi al Nord, dove ha iniziato a raccontare le sue giornate sui social.

Stefano, "terrone" a Milano

Come sarà capitato anche a te, con il tempo ha riflettuto sulle sue scelte, sentendo l'esigenza di cambiare. E così quest'estate è partito per un tour, "Rotolando verso Sud", due settimane tra agosto e settembre per scoprire le storie nascoste del Meridione e farne una docuserie. Gli ho telefonato mentre era al bordo del pulmino sul quale sta viaggiando, insieme a chi si occupa delle riprese. Mi ha raccontato emozioni, storie e motivazioni di questa sua avventura.

Quand'è nata l'idea di questo tour?

Di notte. Spesso non riesco a dormire, perché mi vengono idee creative. Non volevo però raccontare solo il mare e il sole, ma mostrare persone che lavorano, giovani che ci credono. Quando sono arrivato a Milano quattro anni fa avrei messo una croce su Salerno e sul Sud. Ma col tempo mi sono sentito più terrone di prima e ho iniziato a provare un grande senso di colpa, una voglia di lottare e di fare qualcosa.

Stefano nella sua Salerno

Il termine "terrone" è noto purtroppo come insulto ai meridionali da parte di chi vive al Nord…

Voglio andare oltre le divisioni e i luoghi comuni: come negli ultimi anni ho raccontato Lecco e Como, allo stesso modo voglio parlare della Puglia o della Calabria. Un imprenditore che abbiamo incontrato ha detto che il miglior prodotto del nostro territorio è l'accoglienza, e questo viaggio ce lo sta confermando.

In che modo?

Quando mettiamo piede in un posto, ci sentiamo parte integrante di quel posto, ci sentiamo immediatamente a casa, sempre e ovunque. È una sensazione bellissima perché ti permette di vivere la vita con un entusiasmo diverso. Le persone qui hanno bisogno di riscatto, non vedono l'ora di farsi conoscere, anche gratuitamente: ti fanno da guida, ti offrono da mangiare.  A proposito, ora ci stanno salutando anche in autostrada, hanno riconosciuto il pulmino.

Rotolando verso Sud

Quali storie stai raccogliendo in questi giorni?

Stiamo conoscendo molte associazioni che fanno del bene, che aiutano persone che hanno bisogno. Dai beni confiscati alla mafia che vengono trasformati e valorizzati, ai centri per chi cerca di uscire dalle dipendenze per riscoprire il piacere della vita. Quelle che incontro sono persone che non guardano in faccia al colore, all'etnia, non se ne fregano di niente. Sono semplicemente esseri umani che amano e accolgono altri esseri umani.

Tappa in un borgo della Calabria

Come hai scelto i posti da visitare?

Prima di partire, ho ricevuto più di 200 mail da persone che ci offrivano ospitalità, ci consigliavano tappe per il tour e ho selezionato le storie più interessanti. La scelta non è ricaduta sulle città più famose, dove stiamo facendo solo passaggi molto rapidi, ma sui posti meno noti, come borghi abbandonati. Perché è dai territori più disastrati che nascono le iniziative più belle.

A tutto questo si aggiunge la voglia di riscoprire le tradizioni locali…

La tradizione per me è tutto, è il senso dell'immortalità della nostra specie. Se non ci fosse la tradizione tutto ciò che siamo andrebbe perso, non avremmo la cultura, l'identità. Gli anziani soprattutto tramandano una cultura incredibile e noi giovani non possiamo fare finta di niente, andare avanti con la testa nel telefonino.  Noi dobbiamo digitalizzare la tradizione, cioè immagazzinarla con gli strumenti che abbiamo oggi e trasmetterla a quante più persone possibili.